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Le origini dell’Isis: dalla guerra in Iraq in poi


Di Giovanni Parigi
Lo Stato Islamico affonda le radici nell’insorgenza antiamericana conseguente alla liquidazione del regime baatista. Le scelte di Mālikī, che hanno favorito gli sciiti a danno dei sunniti, hanno contribuito al successo di al-Baġdādī. Il nesso con i sunniti siriani.
«Ecco, la scintilla è stata accesa in Iraq e, a Dio piacendo, le sue fiamme
Arderanno sinchè non bruceranno le armate crociate a Dābiq».
Abū Mu‘ṣa al-Zārqawi, 11/9/2004
1. ‘IZZAT IBRĀHĪM AL-DŪRĪ ERA IL RE DI FIORI nel celebre mazzo di carte dei most-wanted dagli americani. Nella foto appariva sornione, quasi sorridente sotto i suoi celeberrimi baffoni rossi, mentre faceva un saluto militare all’inglese.
Al-Dūrī era certamente una figura poliedrica. Nato vicino a Tikrit, condivideva con Saddam lo stesso ambiente tribale. Diventato generale dell’Esercito, era anche vicepresidente del Comando del Consiglio rivoluzionario iracheno, organo apicale del partito Ba‘ṯ. Tra i vari incarichi, dopo la prima guerra del Golfo ebbe anche il delicato compito di guidare la Ḥamla al-Īmāniyya, ovvero la campagna per il Ritorno alla Fede. Infatti il regime, scosso alle fondamenta da Desert Storm e dalle seguenti rivolte sciite e curde, per rinsaldare le file giocò la carta del patronaggio religioso sunnita, avviando una politica di reislamizzazione della società e delle istituzioni. In altri termini, con la campagna della Fede fu concessa maggior libertà religiosa ai sunniti. Nel frattempo il regime reprimeva violentemente la popolazione sciita, colpendone duramente anche il clero.
Caduto il regime, al-Dūrī sfruttò contatti, armi e denaro messi da parte e trasformò la confraternita sufi cui apparteneva in una milizia antiamericana, l’Armata degli uomini dell’ordine Naqšbandī. Molto carismatico, al seguito della esecuzione di Saddam, nel 2007 fu nominato leader del partito Ba‘ṯ ormai clandestino.

IZZAT IBRĀHĪM AL-DŪRĪ 
Durante gli anni dell’embargo, al- Dūrī era stato anche al vertice dei traffici illeciti e di contrabbando condotti dal regime, tanto da essere il mediatore di fiducia in quelli condotti dai figli di Saddam e dal figlio del presidente siriano Ḥāfiẓ al-Asad. In particolare, avrebbe fatto fortuna sovrintendendo al contrabbando di petrolio tra i due paesi durante gli anni dell’embargo. Inoltre, questa posizione gli avrebbe permesso di stringere legami non solo con le bande criminali attive nel settore, ma anche con le tribù siriane e irachene a cavallo tra i due paesi. Durante la sua latitanza, si rifugiò in Siria coperto da connivenze politiche e tribali. Infatti, dopo la caduta del regime in Siria avevano trovato rifugio migliaia di irachene compromessi col regime del ra’īs. La frontiera tracciata cento anni fa da Sykes e Picot tra i due paesi non aveva tagliato i profondi vincoli tribali, di religione e di cultura delle popolazioni arabe sunnite dell’Est siriano e dell’Ovest iracheno. Dal lato siriano le province di Ḥasaka, Dayr al-Zawr, e parte di Ḥimṣ e Raqqa, da quello iracheno Anbār, Ninive, Ṣalāḥ al-Dīn e parte di Diyālā costituiscono un blocco omogeneo di popolazione sunnita, di origine rurale e cultura beduina, dove si intrecciano legami tribali, economici e storici. Le conseguenze inaspettate dellle «primavere arabe» hanno poi cementato ulteriormente l’identità di quest’area, definita con azzeccato neologismo Siraq: sia a Bagdad che a Damasco il conflitto era settario e vedeva il potere centrale opprimere i sunniti.
2. Le radici dello Stato Islamico (Is) risalgono all’arrivo in Iraq di Abū Mu‘ṣab al-Zarqāwī e all’inizio delle operazioni terroristiche del suo gruppo Ğamā‘at al-Tawḥīd wa ’l Ğihād. Affiliatosi ad al-Qā‘ida nel 2004, rinominò il suo movimento al-Qā‘ida in Iraq e a suon di attentati e decapitazioni cercò di scatenare la guerra civile tra sciiti e sunniti iracheni, sinché non fu ucciso nel 2006. L’insuccesso di al-Zarqāwī fu principalmente causato dal fatto di non essere riuscito a ibridare la sua organizzazione con la società locale, così rimanendo sempre un corpo estraneo. Tant’è che al momento della sua morte, complice la brutalità degli attacchi contro la popolazione, il gruppo islamista era isolato.

Abū Mu‘ṣab al-Zarqāwi

È in queste circostanze che, nel 2007, gli americani vanno alla riscossa: la New Way Forward annunciata da Bush e guidata da Petraeus vede l’arrivo di nuove truppe Usa, che si concentrano sul rapporto e sulla protezione della popolazione. Questo cambio di strategia comporta che le milizie tribali che componevano l’insorgenza sunnita cambino casacca, complice anche il soldo, o meglio, il dollaro americano. In tal modo i gruppi armati delle province sunnite diventano filogovernativi ed entrano nel Movimento del risveglio sunnita, la Saḥwa. L’insorgenza è ai minimi termini. Nel frattempo, il progressivo inserimento dei partiti sunniti nell’arco parlamentare sembra aprire la strada a una soluzione politica della crisi. Al-Mālikī, eletto primo ministro nel 2006, con le pressioni iraniane e le armi riesce poi a sedare le milizie del mercuriale Muqtadā al-Ṣadr, cooptandolo nel gioco politico. A questo punto, a opporsi al governo rimangono solo disarticolate bande di jihadisti irriducibili e nostalgici baatisti, che in buona parte finiscono uccisi o ad affollare le carceri irachene. Dunque, nonostante le ambigue politiche del governo, la comunità sunnita e i suoi politici sembrano aver trovato un ruolo nello Stato e un’alternativa alla lotta armata.

In realtà, quando le truppe americane lasciano l’Iraq alla fine del 2011, l’equilibrio del paese è solo apparente. Infatti al-Mālikī, liberatosi degli americani ma non degli iraniani e delle pressioni del blocco sciita che lo sostiene, pencola tra tentazioni autocratiche e una pericolosa politica settaria. Partiti e movimenti sunniti sono indeboliti e soppressi, i politici sono spesso uccisi o incarcerati, mentre le province sunnite ricevono ben pochi fondi e investimenti dallo Stato centrale. Le province sunnite ricevono ben pochi fondi e investimenti dallo Stato centrale. La comunità sunnita si ritrova di nuovo emarginata, ripudiata da uno Stato che de facto è controllato da milizie sciite e politici filo-iraniani. La Saḥwa, simbolo dell’orgoglio sunnita, scompare: il governo di Maliki smette di pagare le milizie tribali, senza peraltro averle mai definitivamente istituzionalizzate o incluse nelle forze di sicurezza.
Dunque è col prematuro ritiro americano che il vento della guerra civile ricomincia a soffiare sulle braci irachene solo che ora il Medio Oriente è completamente stravolto dalla «primavera araba». A soli due mesi di distanza dal ritiro da Baghdad dell’ultimo marine, in Tunisia, Yemen, Libia ed Egitto le rivolte portano al crollo dei regimi. È però la guerra civile siriana a costituire il contraccolpo più forte e destabilizzante per l’Iraq.

All’inizio, il quadro è chiaro: «al-Ša‘b yurīd isqāṭ al-niẓām», ovvero «il popolo vuole la caduta del regime». Solo che poi le cose si complicano. Innanzitutto i moderati filo-occidentali si rivelano fragili militarmente e inconsistenti politicamente; secondariamente il regime ottiene l’appoggio iraniano e di Ḥizbullāh, per poi oggi essere salvato per la collottola dall’intervento russo; terzo, ben presto entrano nell’arena siriana anche i qaidisti. E sono proprio i jihadisti a cambiare le regole del gioco. Infatti col loro intervento da rivolta popolare la tentata rivoluzione siriana si trasforma nella ennesima guerra settaria medioorientale. Complice di questa deriva è anche il regime stesso. Infatti, l’azzardo  – peraltro riuscito – con cui al-Asad si è salvato è stato quello di giocare in attacco contro l’opposizione moderata, indebolendola, e di limitarsi a giocare in difesa contro le forze jihadiste. Scomodando Sergio Leone, potremmo dire che il Brutto, ovvero il regime, fa fuori il Bello, ovvero l’opposizione filo-occidentale, per costringere la comunità internazionale a dover scegliere tra lui e il Cattivo, ovvero i jihadisti. E questa scelta, per l’Occidente, è praticamente obbligata.
La guerra civile siriana sin dall’inizio rappresenta un’opportunità strategica irrinunciabile per i movimenti jihadisti, in quanto offre le condizioni per il jihād e per la nascita di un emirato: popolazione sunnita in rivolta, territori fuori controllo, armi. Soprattutto però c’è un nemico empio, il regime deinuṣayrī,[1] con i suoi alleati rāfida,[2] contro cui lanciare il jihād. Il network di al-Qā‘ida si attiva ed è inevitabile che sia proprio dall’Iraq che arrivi il primo emiro, Abū Muhammad al-Ğawlanī, che fonda Ğabhat al-Nuṣra. In breve, questa milizia si impone come principale forza jihadista e comincia a inglobare numerose altre milizie minori nonché ad attrarre i primi foreign fighters. Nel 2013 quando i rapporti tra al-Qā‘ida e l’Is precipitano, al-Ğawlanī si schiera con al-Ẓawāhirī e al-Nuṣra si pone in conflitto aperto con lo Stato Islamico. Ma è ormai tardi: di lì a poco l’Is gli ruberà la scena. E agli inizi del 2014 gli strapperà con le armi Raqqa, futura capitale del «califfato».

Miliziani sciiti iracheni

3. A questo punto torniamo all’ineffabile ‘Izzat al-Dūrī e alle affollate carceri irachene. Dopo la morte di al-Zarqāwī, il movimento jihadista iracheno – sotto pressione e sulla difensiva – è più volte decapitato. Dopo Ayyūb al-Maṣrī e Abū ‘Umar al-Baġdādī, entrambi uccisi, nel 2010 viene eletto Abū Bakr al-Baġdādī, ovvero il futuro «califfo». È sunnita, è iracheno e ha un dottorato in studi islamici, ma soprattutto è un jihadista della prima ora e per questo è stato anche in carcere a Camp Bucca, prigioniero degli americani. Ed è proprio il carcere a fungere da perverso moltiplicatore di forze per i jihadisti iracheni. Questi in cella si trovano fianco a fianco con gli altri grandi protagonisti della insorgenza, ovvero gli ex baatisti. Anche se con diverse accezioni, sono accomunati dal medesimo nemico e dalla medesima religione, sono legati da trasversali vincoli tribali e affratellati dalla vita di clandestinità e di carcere. Dunque il carcere funge da catalizzatore tra le principali componenti dell’insorgenza: nazionalisti, baatisti e islamisti.
Per quanto ambigui e conflittuali, i primi legami tra islamisti e baatisti erano iniziati a metà degli anni Novanta, con la campagna per il Ritorno alla Fede, guidata da al-Dūrī. Poi, con l’attacco americano nel 2003, il regime fa appello a tutte le sue risorse. Si intensificano i contatti tra il network delle due anime della insorgenza irachena, ovvero la rete clandestina baatista composta soprattutto dalle milizie dei Fidā’iyyū Ṣaddām, e gli islamisti, a cominciare dai salafiti di Ansar al-Islam. Il tutto sotto l’egida di al-Dūrī, primula rossa della resistenza antigovernativa. [3] 
Lo scopo degli ex baatisti era di manipolare e sfruttare gli islamisti, trasformandoli in una sorta di «cavallo di Troia» con cui far deragliare il processo di riconciliazione nazionale avviato da Washington.

Sta di fatto che, con la campagna per la Fede, il «contrabbandiere di Stato» aveva celebrato il matrimonio tra le élite Ba‘ṯ e gli islamisti sunniti. I figli di questo insano connubio nasceranno quasi un decennio dopo nelle carceri. E sono proprio i salafiti-baatisti che oggi costituiscono la leadership dell’Is.
Dunque, ex sostenitori di Saddam e jihadisti diventano le due facce della stessa diabolica moneta, che però fa fatica a circolare nel paese apparentemente pacificato dal surge e dalla  Ṣaḥwa. Col ritiro americano, le cose cambiano: le carceri si svuotano, la Ṣaḥwa è smobilitata, il governo emargina i sunniti e il golem salafita-baatista alza la testa. La dote portata dai baatisti ai movimenti armati islamisti è infatti ricchissima, ma tre elementi sono essenziali: la rete di connivenze maturata in più di trent’anni di dittatura, l’expertise militare, amministrativa, finanziaria e logistica portata dagli ex quadri e funzionari del regime, oltre all’appoggio di quei clan tribali sunniti che per decenni erano stati reclutati in blocco nelle unità più fedeli al regime. È proprio tra ex ufficiali della Guardia repubblicana speciale, come l’ex tenente colonnello Abū Muslim al-Turkmānī, o alti ufficiali dell’Istiḫbārāt [4] come Abū Ayman al-‘Irāqī o generali dell’Esercito come Abū ‘Alī al-Anbārī, tutti radicalizzati in carcere, che lo Stato Islamico recluta i suoi leader più abili. Per inciso, il ruolo di numero due dell’Is è stato rivestito da due ex saddamisti come al-Turkmānī – poi ucciso – e al-Anbārī. Il ruolo dei baatisti è però fortissimo anche tra i governatori, gli emiri e i membri della šūrā [5] dello Stato Islamico; ad esempio, i governatori del «califfato» a Mosul e a Tikrīt sono due ex generali di Saddam.

C’è però un ulteriore passaggio da evidenziare. Molti degli appartenenti al deposto regime passati allo Stato Islamico sono di tribù che gli erano tradizionalmente fedeli, come i Ğubūrī e i Dulaymī. Inoltre, molti degli ufficiali baatisti erano al contempo anche sceicchi di queste tribù. A questo punto, è evidente che l’Is è «Iraqi-friendly», riuscendo dove al-Zarqāwī aveva fallito. Il movimento è «glocal»: attira volontari stranieri, ma non è percepito come alieno dalla popolazione, poiché vertici e quadri intermedi sono quasi tutti iracheni. Secondariamente, l’Is parte sin dalla nascita con un discreto supporto popolare, quello dei clan sunniti da cui provengono sceicchi ed ex militari legati al movimento.

La leadership irachena e i legami con alcuni clan non spiegano come nell’estate del 2014 l’Is travolga ogni resistenza e arrivi a controllare un territorio che si estende quasi dalla periferia di Baghdad ad alcune zone di Aleppo, compresa Mosul, la seconda città dell’Iraq.
Se cerchiamo un’immagine simbolo di questo successo dobbiamo guardare a quanto avvenuto l’anno prima: è quella delle tendopoli di protesta contro il governo comparse nelle città sunnite. I manifestanti chiedevano due cose, ovvero la lotta alla corruzione e un miglioramento delle condizioni dei sunniti, in termini di servizi pubblici, rappresentanza politica e ruolo nelle Forze armate e di sicurezza. Mālikī rispose con le armi e ci furono anche dei morti. Questa chiusura costò cara non solo al premier, ma a tutto il paese. Mālikī aveva tradito ogni aspettativa sunnita, scardinando il fragile equilibrio ereditato dagli americani e portando il paese ad una crisi etnica e settaria. Se in politica interna aveva represso ed emarginato i sunniti, a livello internazionale non era riuscito a mantenere un equilibrio tra le pressioni iraniane e le aspettative dei paesi arabi del Golfo, sbilanciandosi troppo verso Teheran. Inoltre, Mālikī era arrivato a porsi in rotta di collisione con l’ayatollah Sistani, autorevole e limpido interprete dell’animo profondo del paese, che lo «scomunicò» con una fatwā.
In questo contesto, fu facile per l’Is conquistare in pochi anni il favore delle popolazioni sunnite di Iraq e Siria, e in pochi mesi quasi un terzo dell’Iraq, dopo aver già sotto controllo quasi metà Siria. Così il Siraq sunnita e tribale è diventato il cuore di tenebra mediorientale dove si è annidato lo Stato Islamico. E non è affatto un caso che le zone irachene cadute in mano all’organizzazione in larga parte coincidano, se non eccedano, quelle del Triangolo sunnita, roccaforte di Saddam. Era poi naturale che l’Is riuscisse a saldare questo triangolo con le contigue province sunnite siriane, dove correligionari eabnā’ al-‛ašiīra [6] erano in guerra con un regime empio, oppressivo e filoiraniano.
Peraltro, a favorire lo Stato Islamico sono state anche due macrodinamiche in atto in tutto il Medio Oriente: la crescente radicalizzazione religiosa e le polarizzazioni politiche conseguenti al confronto strategico tra il blocco sunnita, guidato dall’Arabia Saudita, e quello sciita, guidato dell’Iran.
In altri termini, lo Stato Islamico ha riempito il vuoto di istituzioni statali delegittimate se non apertamente ostili, e ha fornito ai sunniti l’unica alternativa politica al momento esistente. Non a caso, l’Is cerca di presentarsi come un modello di governo antitetico alla corruzione e all’inefficienza di Baghdad e di Damasco.

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4. L’attuale premier iracheno al-‛Ibadī ha mangiato la foglia. E ha fatto delle riforme e della lotta alla corruzione i suoi cavalli di battaglia. Sinora ha attuato misure più che altro simboliche, come la riduzione degli stipendi ai politici o la riduzione dei ministeri; inoltre sono stati spiccati mandati di arresto per corruzione contro un ministro e si parla di eliminare la Zona verde, vista come una torre d’avorio dalla popolazione.

Il paese ha bisogno di riforme ben più incisive – e controverse – a partire dall’approvazione della legge sulla Guardia nazionale e dalla revisione di quella sulla debaatificazione, più altre misure per ricomporre la frattura settaria, riconciliarsi coi curdi e debellare l’Is.
Il problema è che al-‛Ibadī non ha la forza politica per imporle, perché ciò significherebbe rivedere i rapporti settari e indebolire partiti e movimenti sciiti, ovvero gli stessi che formalmente lo appoggiano. In particolare i politici sciiti – al- Mālikī in testa – temono che i tentativi di al-‛Ibadī di riequilibrare gli assetti del potere portino alla liquidazione delle milizie sciite, longa manus dei vari partiti. Gli sforzi di al-‛Ibadī sono concentrati sul rafforzamento delle Forze armate. In tale direzione trova un forte appoggio occidentale, inviso all’Iran. In altri termini, mentre il premier punta sull’esercito per rafforzare lo Stato e dare spazio anche ai sunniti, partiti e movimenti filoiraniani come la Organizzazione Badr e la Ahl al-Ḥaqq premono per dare riconoscimento istituzionale alle milizie sciite dell’Ḥašd ša‛bī, addestrate dai pasdaran iraniani.

Lo scorso 2 novembre, accusandolo di aver travalicato i limiti costituzionali con alcune sue iniziative, il parlamento ha revocato il mandato di al-‛Ibadī per l’attuazione delle promesse riforme. Peraltro, il confronto tra al-‛Ibadī e i partiti sciiti intransigenti è fortemente polarizzato soprattutto sul piano della politica estera. I rappresentanti sciiti, infatti, dopo la recente creazione di un centro di intelligence congiunto tra Iran, Iraq e Russia, premono per una sempre maggiore influenza di Mosca in Iraq. In definitiva il rischio è che al-‛Ibadī, sebbene abbia il supporto dell’ayatollah al-Sistānī, di buona parte della popolazione e degli Stati Uniti, finisca per essere isolato politicamente, e non riesca ad attuare alcuna riforma. E senza riforme, ovvero senza l’alternativa di una uscita di sicurezza, i sunniti continueranno a precipitare nel tetro tunnel dello Stato Islamico.
In conclusione, il vero game changer nell’attuale scenario mesopotamico sono ancora una volta le comunità sunnite, forse le uniche ad avere la capacità per sconfiggere l’Is. Ma per questo occorre offrirgli un incentivo politico e un aiuto militare. Dopotutto, il «califfato» è nato in Iraq ed è in Iraq che deve morire.


NOTE


[1] Termine dispregiativo con cui vengono chiamatigli alauiti.
[2] Termine dispregiativo, a valenza religiosa, con cui vengono chiamati gli sciiti.
[3] Sfruttando la rete di resistenza preparata da Saddam alla vigilia dell’attacco americano, ‘Izzat al-Dūrī divenne uno dei principali pupari della insurgency; addirittura pare abbia fornito appoggi anche a Ğabhat al-Nuṣra in Siria, mentre la sua milizia Naqšbandī si unì allo Stato Islamico nella conquista di Tikrīt.
[4] Servizio segreto del regime di Saddam.
[5] Organo consultivo dello Stato Islamico
[6] «Figli della (stessa) tribù», termine che indica i legami tibali.

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