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Le opposizioni in Siria. Cosa sta accadendo

Le “correnti” dell’Opposizione in Siria. La Conferenza di Dialogo Nazionale e la Conferenza di Istanbul. Per fare un po’ di chiarezza fra Opposizione e Conferenze.
di Antonella Appiano – conbagaglioleggero.com.
Le “correnti” dell’Opposizione organizzata siriana sono tre. Due in patria e una all’estero. In patria c’è quella dei dissidenti siriani, composta da circa 200 intellettuali indipendenti, che da marzo, si sono dichiarati disposti a tenere aperto il dialogo con la leadership di Damasco.

Circa 200 personalità e intellettuali fra cui il cristiano Michel Kilo, l’alauita Lu’ay Husayn e l’alauitaAref Dalilah.Gli ultimi due, nell’aprile scorso, avevano incontrato Buthayna Sha’ban, shabanla Consigliera Presidenziale, in merito alla “Conferenza di Dialogo Nazionale” promossa dal governo, una novità da parte della leadership al potere, che, prima di oggi, non ha mai riconosciuto alcuna forma di dissenso. Durante la conferenza, che si è tenuta regolarmente a Damasco, dal 10 al 13 luglio, il governo ha ribadito l’impegno a intraprendere riforme politiche. Sono stati invitati esponenti dell’opposizione e della società civile, intellettuali, artisti e religiosi. Ma Michel Kilo, Fayez Sara, Lu’ay Husayn e Aref Dalilah non hanno partecipato dichiarando che «le condizioni necessarie per un vero dialogo sono la fine della repressione violenta e la liberazione di tutti i prigionieri politici».

Il gruppo di Aref Dalilah” ha proposto al governo una soluzione politica in otto punti. La prima richiesta è appunto la fine delle violenze. E anche una conferenza nazionale in cui siano invitati rappresentanti di tutti i gruppi, compreso chi organizza le proteste della strada.
Questa corrente vuole convincere le autorità di Damasco ad accettare i punti del documento programmatico. E, nello stesso tempo, convincere chi manifesta che, se la leadership accetterà, si aprirà una fase nuova. Il gruppo sottolinea anche il pericolo di un cambiamento parziale, di un “regime change” come è avvenuto in Egitto, dove tuttora non si sono ancora svolte libere elezioni.
La seconda corrente in patria è quella dei“Comitati siriani di Coordinamento locale“, una specie di piattaforma che, da maggio, ha riunito gli organizzatori delle manifestazioni anti-regime nel Paese. Anche questo“gruppo” ha proposto un programma politico. In sintesi, chiede, attraverso una transizione pacifica, la fine del mandato presidenziale di Bashar Al- Assad e un cambiamento totale del sistema politico. Secondo un organizzatore della capitale, è necessario che le autorità «accettino la richiesta altrimenti il Paese rischia lo scoppio di una guerra civile».
Chi dovrebbe guidare la transizione?
Nel manifesto dei Comitati di coordinamento locale si legge che il compito spetterebbe “ a un comitatocomposto da rappresentanti civili e militari, per un per periodo non più lungo di 6 mesi.
Infine c’è l’opposizione all’estero. Molti dei loro esponenti hanno partecipato alla conferenza di Antalya, in Turchia, che si è tenuta dal 31 maggio al 2 giugno. Fra i promotori, i firmatari dell’«Iniziativa nazionale per il cambiamento», un gruppo di circa 150 dissidenti siriani- creato da
Radwan Zyaada, un 35enne, che vive negli Stati Uniti da 4 anni, ricercatore alla George Washington University- che esclude ogni possibile trattativa con Bashar-al Assad e ne chiede le dimissioni.
Gli oppositori siriani all’estero, circa 300, si sono riuniti di nuovo, sabato 16 luglio in una ”Conferenza di Salvezza Nazionale” a Istanbul , per redigere una road map e creare una «Struttura di coordinamento permanente dell’opposizione».
La conferenza è stata promossa da personalità indipendenti e partiti politici, fra cui, l’avvocato e dissidente storico Haithem Al Maleh. La Turchia – che ospita anche esponenti dei Fratelli Musulmani in esilio- è stata quindi di nuovo sede di un incontro dell’opposizione siriana. Il cambiamento dell’atteggiamento del Presidente Erdoğan e del suo partito Akp (un partito islamico moderato considerato un modello per una larga fascia dei sunniti siriani e per gli Stati Uniti) nei confronti di Bashar-al-Assad, dopo gli ottimi rapporti degli ultimi anni, secondo alcuni osservatori, è il segnale di una politica espansiva neo-ottomana del governo di Ankara nell’area del Medio Oriente.

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