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Le cavie d’India

Di Paolo Periati 

India, Mumbai, slum di Dharavi: gli abitanti della baraccopoli più grande dell’Asia sono diventati cavie delle multinazionali farmaceutiche, che li pagano per sperimentare su di loro nuovi medicinali. Un video reportage dal titolo «Sperimentazioni cliniche d’oltremare», sul canale satellitare al Jazeera English, mette sotto i riflettori l’ennesima prova di come le case farmaceutiche non si facciano scrupoli nel provare i loro prodotti sui poveri, senza badare agli standard etici internazionali.
I test farmaceutici oggi sono un business da 30 miliardi di dollari, che coinvolge le fasce povere di circa 105 paesi, dagli Usa alla Russia, dal Brasile all’Uganda, ma anche in Cina, Polonia e Romania e sempre di più l’India, e di una prassi già denunciata da almeno dieci anni grazie al romanzo «The Constant Gardener» dello scrittore britannico John Le Carré, e dal film che ne è seguito.
E’ un business che coinvolge alcune delle maggiori aziende chimico-farmaceutiche occidentali: la società anglo-svedese AstraZeneca e la statunitense Merck, terza azienda mondiale del settore: è quella che ha sperimentato il Gardisil (vaccino antipapillomavirus umano, già sui mercati occidentali), sugli studenti di una scuola di una regione tribale dell’Andhra Pradesh; quando poi due studentesse sono morte è risultato che i genitori erano ignari.
L’India è un terreno di prova perfetto per gli esperimenti clinici: vi si parla inglese, l’atteggiamento verso l’industria straniera è in genere favorevole. Ovviamente chi si sottopone ai drug test sono persone povere, spesso analfabete, che hanno bisogno di denaro. È la stessa autrice del reportage Zeina Awad, nell’intervista rilasciata all’agenzia New American Media (Nam) di San Francisco, a spiegare come in India l’aumento delle persone che si prestano ai test clinici – senza avere la minima idea di cosa fanno – va considerata all’interno del contesto sociale ed economico del paese, «inoltre – continua Zeina – qui i medici sono rispettati, anzi venerati, ed è molto raro che la loro parola venga messa in discussione». D’altra parte c’è un forte motivo per sottoporsi alle sperimentazioni: il compenso per chi si presta è di solito migliore della paga di un operaio. 
Inoltre, l’India sta vivendo un boom economico-industriale con ricadute sociali squilibrate tipiche delle economie dei paesi considerati emergenti (Brasile e Cina su tutti): un largo cuneo separa ricchi e poveri, così come tra campagne e città e tra queste ultime e le periferie, ci sono aree del paese più avanzate e altre che restano indietro, esistono scarse limitazioni e regole non troppo ferree per il sempre ben accetto capitale straniero. Le aziende farmaceutiche non si sono fatte sfuggire l’occasione, grazie agli atteggiamenti accoglienti trovati nell’establishment medico e con l’appoggio delle organizzazioni della ricerca clinica. Queste sono aziende specializzate in studi clinici (Cro – Clinical Research Organizations), che operano a livello mondiale e che, a scopo di lucro, contattano le aziende farmaceutiche e reperiscono gli ospedali per le sperimentazioni. In India le Cro gestiscono il business dei drug test con la compiacenza e spesso la corruzione degli operatori sanitari locali, scavalcando il Drug Controller General of India (Dcgi), l’organo statale che rilascia i permessi alle società. L’ultimo scandalo è rimbalzato sui media indiani circa un mese fa, sempre nell’Andhra Pradesh, quando i genitori di alcuni studenti hanno denunciato la scomparsa dei figli: questi, ignari, attirati con il denaro e ingannati dalla Actimus Bio (una Cro americo-indiana), sono stati sottoposti a pesanti test medici. A riprova che l’inosservanza delle norme, l’assenza di controlli e di etica favoriscono la conduzione di test clinici sugli esseri umani.
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Da Il Manifesto

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2 comments

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