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Lavoro minorile in Sri Lanka: un’altra piaga per le vittime della guerra civile



Muththaiyah Dharshan, 17enne di Jaffna, non può andare a scuola: dalla fine della guerra civile nel 2009, lavora come operaio in un cantiere edile per mantenere la sua famiglia. Dieci bocche da sfamare, che dipendono in tutto e per tutto dai soldi che il ragazzo porta a casa. google_ad_client = “ca-pub-1420052409712884”; google_ad_slot = “3535188443”; google_ad_width = 468; google_ad_height = 60; Dharshan è una delle oltre 107mila vittime del lavoro minorile in Sri Lanka, almeno secondo i dati ufficiali della National Child Protection Authority (Ncpa). Tuttavia i numeri reali, affermano gli attivisti per i diritti umani, sono più alti.

In occasione della Giornata mondiale contro il lavoro minorile (12 giugno scorso), il Primo ministro Ranil Wickremesinghe ha promesso “misure di risarcimento per le famiglie più povere, per permettere ai loro bambini di ricevere un’educazione di qualità”. Nel Paese, per legge, la scuola è obbligatoria fino ai 18 anni di età. Tuttavia, non è raro che – nelle comunità meno benestanti – i ragazzi lascino presto i banchi per aiutare la mamma e il papà.
Come testimonia il caso di Darshan, è una situazione diffusa soprattutto nel nordest dell’isola, la zona più colpita dalla guerra civile in Sri Lanka. Il lavoro minorile aumenta tra le famiglie guidate da donne, dove i padri sono morti o scomparsi nel conflitto.
Lo conferma ad AsiaNews Lavina Hashanti, coordinatrice della sezione femminile del National Fisheries Solidarity Movement (Nafso): “Posso parlare solo per i cinque distretti settentrionali in cui lavoriamo. Ma lì vedo molti bambini costretti a lavorare perché c’è bisogno di soldi, dal momento che padri o fratelli maggiori sono morti in guerra. È molto triste, ed è raro incontrare famiglie dove tutti i figli vadano a scuola. Se ci sono quattro bambini, solo due o tre riceveranno un’istruzione: uno dovrà sempre andare a lavorare per mantenere la famiglia”.
“La maggior parte dei bambini di 13 o 14 anni – sottolinea l’attivista – smettono di andare a scuola in cerca di un lavoro. In genere si dedicano alla pesca, o all’agricoltura. Quello che guadagnano serve per mantenere la famiglia. Mi viene in mente un ragazzo di Kopaweli, a Batticaloa. Lui ha 14 anni e ha dovuto rinunciare alla scuola per far progredire negli studi suo fratello maggiore. Lavora come guardiano del bestiame”.

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