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L’attentato di Oklahoma City del 1995, la teoria del complotto e i dubbi sulla versione ufficiale

L’attentato di Oklahoma City è stato un attacco terroristico avvenuto il 19 aprile 1995 contro l’edificio Alfred P. Murrah, nel centro di Oklahoma City.

Nell’attentato morirono 168 persone (tra cui 19 bambini) e ne rimasero ferite 680. Fu il più sanguinoso attentato terroristico entro i confini degli Stati Uniti prima degli attentati dell’11 settembre 2001.
Per l’attentato è stato usato un camion al cui interno era stata costruita una bomba contenente più di 2.300 kg difertilizzante a base di nitrato di ammonio, miscelato con circa 540 kg di nitrometano liquido e 160 kg di Tovex.L’esplosione fu così forte che si sentì fino a 60 km di distanza. Oltre al bersaglio furono distrutti anche molti degli edifici circostanti.


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Timothy McVeigh, veterano della guerra del Golfo, venne riconosciuto come colpevole dell’attentato: processato e condannato alla pena di morte, fu giustiziato l’11 giugno 2001 tramite iniezione letale.
Terry Nichols, complice di McVeigh, fu condannato all’ergastolo (che sta scontando nel carcere di massima sicurezza ADX Florence). I coniugi Michael e Lori Fortier, inizialmente coinvolti nella pianificazione ed organizzazione dell’attentato, collaborarono con le forze inquirenti e, in cambio di una lieve condanna, furono inseriti nel programma di protezione per testimoni.
……
« Qualcuno ha deciso troppo presto che McVeigh e Nichols erano quelli che si stavano cercando, e lo stesso tipo di risorse non è stato utilizzato per cercare di scoprire chi altri potesse essere coinvolto […] In verità, il governo se ne è lavato le mani »
(Niki Deutchman, Presidentessa Camera di Consiglio[30])
Nonostante non sussistano forti e ragionevoli dubbi sul fatto che Timothy McVeigh sia stato il principale responsabile dell’attentato di Oklahoma City, nel corso degli anni diverse ipotesi complottiste misero in dubbio la verità processuale e la bontà delle indagini dell’FBIMcVeigh non parlò mai di altri complici, cosa che gli avrebbe permesso di ottenere l’ergastolo anziché la pena di morte e, sicuramente coinvolto nel progetto contro l’FBI, è realmente riscontrato che si trovasse per certo quel giorno sul luogo dell’attentato.
Secondo lo scrittore e saggista Gore Vidal che, nel suo libro La fine della libertà[31],traccia un profilo di McVeigh abbastanza approfondito grazie allo stretto rapporto epistolare che ebbe con lui durante il periodo detentivo precedente la condanna a morte, McVeigh era estremamente affascinato dalla morte per una causa: «Perché? McVeigh ci ha raccontato a lungo riguardo alle sue ragioni, ma i nostri governanti e i loro mezzi di comunicazione hanno invece preferito dipingerlo come un sadico mostro impazzito»[32]
Anche se risulta inverosimile che McVeigh sia stato inserito in un contesto molto più complesso e variegato e del quale nessuno è stato mai in grado di fornire riscontri credibili, le diverse teorie sul complotto riguardo agli eventi che circondano l’attentato sono state comunque riportate dai media e su vari saggi usciti nel corso del tempo. Alcune di teorie sostengono che, individui appartenenti al governo, tra cui il presidente Bill Clinton, erano a conoscenza dell’imminente attentato e, intenzionalmente, avrebbero omesso di agire in proposito.[25]
Altre teorie si concentrano invece su possibili cospiratori connessi con l’attentato o sulla possibilità che l’attentato sia stato pianificato dal governo per reprimere il movimento di milizia ariana e per fornire l’impulso per una nuova legislazione antiterrorismo, utilizzando McVeigh come capro espiatorio.[33]
Nel libro The Oklahoma City Bombing and the politics of Terror[34], lo scrittore David Hoffman riporta la lettera del generale in pensione Benton K. Partin, inviata il 17 maggio 1995 a tutti i membri di Camera e Senato statunitensi e in cui, dall’alto della sua esperienza, esclude ogni possibilità che un solo camion bomba possa aver apportato simili danni ad un edificio possente come l’ Alfred P. Murrah di Oklahoma.[35] Alla stessa maniera Samuel Cohen, padre della bomba a neutroni ed ex membro del Manhattan Project, asserì che fosse «assolutamente impossibile e contro ogni legge fisica che un camion pieno di fertilizzante e olio per motori […] non importa la quantità […] possa aver fatto crollare l’edificio».[36]
Il numero del 20 marzo 1996 del bollettino «Strategic Investment», in sintonia con i precedenti interventi, riporta quanto segue: «Un rapporto segreto preparato da due esperti del Pentagono che hanno lavorato indipendentemente l’uno dall’altro è giunto alla conclusione che la distruzione del Federal Building di Oklahoma City nell’aprile scorso fu causata da almeno 5 bombe diverse […] Fonti vicine agli autori dello studio sostengono che Timothy McVeigh presente effettivamente all’attentato ha svolto un’”attività periferica”, come un “utile idiota».[35]
Con riguardo all’identikit redatto dalla polizia che ritraeva il secondo dei possibili colpevoli, mai identificato dall’FBI, alcune indagini parallele riuscirono ad arrivare alla probabile cattura di alcuni sospetti somiglianti al disegno: Jack Mauck, vice sceriffo della contea di Shawnee, a sole 50 miglia da Junction City (Kansas), dove fu noleggiato il furgone Ford e dove Mcveigh trascorse una notte al Dreamland Motel insieme ad un altro uomo, rimasto sconosciuto, sostenne di aver individuato in un noto attivista antigovernativo il secondo uomo ricercato (John Doe n°2).[18]
Qualche giorno dopo l’attacco all’edificio di Oklahoma City, Russell Roe, assistente procuratore del tribunale della contea di Geary, riferì agli agenti dell’FBI di aver individuato il secondo volto dell’identikit diffuso dalla polizia in un uomo residente nella sua zona e noto per essere coinvolto in attività antigovernative. Roe rivelò agli agenti che non solo l’individuo somigliava al John Doe n°2 dei disegni, ma che lo stesso era stato visto esplodere bombe di fertilizzante nella sua fattoria poco prima dell’esplosione al Murrah. [18] Lo stesso individuo segnalato da Roe fu identificato anche da Suzanne James, dipendente della Drug Administration della stessa contea di Shawnee che, dopo aver chiamato per cinque volte l’FBI, si arrese al fatto che gli agenti non sembravano interessati alla sua testimonianza.[18]
Un’altra testimonianza ripresa dai complottisti fu quella di Charles Farley, dipendente di un’azienda sita presso il lago Geary (Kansas), che sostenne di essersi imbattuto il 17 o 18 aprile 1995 in un pick-up, un grosso camion da traslochi, una macchina marrone parcheggiata e un camion Ryder, tutti parcheggiati lungo l’autostrada e intorno a cui gravitavano molti uomini che parevano aver problemi con l’autocarro. Farley dichiarò di aver chiesto loro se avessero avuto bisogno di aiuto ma di esser stato respinto da un’occhiataccia di uno di quegli uomini. Il testimone sostenne d’aver riconosciuto lo stesso uomo in un’intervista tv sul fenomeno delle milizie. Interrogato durante il processo, la sua testimonianza non ebbe alcun effetto sull’accertamento dei fatti.[31].
Tutti questi elementi vennero vagliati dall’FBI, che dopo una sommaria indagine ritenne le piste fornite da questi testimoni del tutto insussistenti.
DUBBI SULLA VERSIONE UFFICIALE E TEORIA DEL COMPLOTTO

Siamo al 17 aprile, a due giorni dalla fatidica data dell’attentato (McVeigh aveva scelto il 19 perchè ricorreva l’anniversario di Waco Texas).

Secondo un meccanico dell’Elliott Body Shop di Junction City (una cittadina del Kansas) due persone si presentarono quel giorno per affittare il furgone della Ryder che sarebbe stato usato nell’attentato. Come avevano fatto gli investigatori a risalire al furgone noleggiato? Facile: leggendo il numero di serie del semiasse del furgone, trovato a circa cento metri dal luogo dell’esplosione. (Solo i Boeing vanno in giro senza pezzi numerati, rendendo così impossibile la loro identificazione nel caso di un incidente. Nei furgoni americani invece numerano persino i bulloni delle portiere).

I due clienti che avrebbero affittato il furgone sono stati definiti, in termini forensi, “John Doe 1” e “John Doe 2”, ovvero “Tizio 1″ e Tizio 2”. L’identikit di John Doe 1 risultò combaciare così fedelmente con il volto di Timothy McVeigh, che sembrava quasi che qualcuno lo avesse ricalcato dalla sua fotografia. 


John Doe 2 invece non è mai stato trovato. E’ lui il grande mistero dell’attentato di Oklahoma City.

L’intero impianto di accusa infatti era imperniato sul classico “assassino unico”, da trovare possibilmente entro 48 ore, e da condannare al più presto, dopo averlo sepolto sotto una marea di indizi, falsi o veri che fossero. E poichè sia Nichols che Fortier il giorno 17 risultarono essere a casa propria, l’accusa si trovò in una situazione di grave imbarazzo, per non dover ammettere la famosa “cospirazione”. Talmente grave fu quell’imbarazzo, che il giudice decise semplicemente di escludere dalla lista dei testimoni il meccanico dell’Elliott Body Shop, che nel frattempo non ne voleva sapere di cambiare la versione dei fatti.

L’avvocato Stephen Jones ha stilato nel suo libro una lista con una trentina di testimoni che avevano visto McVeigh insieme a John Doe 2, ma tutti questi furono inspiegabilmente lasciati fuori dalla porta del tribunale. La Commissione Warren insegna.

Fu così che John Doe 2, inizialmente ricercato in tutta America come “uomo pericoloso”, con tanto di identikit nei telegiornali, è lentamente scomparso dalle cronache, fino ad arrivare a non essere mai esistito.

IL VIDEO DI MCDONALD’S

Veniamo al secondo elemento incriminante, usato dal procuratore per impiccare McVeigh alla sua colpa: a circa mezzo chilometro dall’Elliott Body Shop c’è un ristorante di McDonald’s, le cui telecamere di sicurezza funzionano regolarmente (è solo negli aeroporti più sfigati, come ad esempio quello internazionale di Boston, che le telecamere di sicurezza funzionano un giorno sì e un mese no). Fu così che i solerti investigatori dell’FBI, dopo aver visionato ore e ore di filmati di sicurezza di tutti i locali pubblici delle vicinanze, scovarono in quelle del McDonald’s un segmento in cui si vede un giovanotto che va a fare la pipì, passando proprio sotto l’obiettivo della telecamera. Non c’è dubbio, è Timothy McVeigh, ed è palesemente solo.

A sinistra potete vedere le immagini, che portano la data del 17 aprile, ore 3.57 del pomeriggio. Siamo cioè ad una ventina di minuti prima dell’orario stampigliato per l’uscita del furgone Ryder dal parcheggio dell’Elliott Body Shop. Tutto combacia: è evidente che sia stato McVeigh ad affittarlo!

Nessuno naturalmente si è accorto che la telecamera traballa e cambia di inclinazione ad ogni fotogramma, come se invece di essere montata su un supporto fisso la ripresa fosse stata fatta a mano. Della serie “dài che adesso non c’è nessuno! Io mi piazzo là con la telecamera in alto, tu passami sotto facendo finta di niente, e appena finito schizziamo via”. 

Sì però stammi fermino con le mani, se vuoi farla sembrare vera!

Inoltre, nessun sistema di video-sicurezza ha mai conservato le immagini a tempo indeterminato. Oggi esistono le memorie digitali, e teoricamente si potrebbe anche farlo, ma nel 1995 si utilizzavano delle normali videocassette a “loop”, che giravano all’infinito, registrando solo l’ultima mezz’ora di quanto accaduto di fronte all’obiettivo. (Si presume infatti che se entro mezz’ora non hai sentito il bisogno di conservare la cassetta, vuol dire che non è successo nulla per cui valga la pena di farlo).

Invece i nostri segugi dell’FBI si sarebbero sorbiti centinaia e centinaia di ore di immagini registrate e conservate con cura da ciascuno dei pubblici locali della zona (come facevano a sapere in anticipo che McVeigh si era fermato a pisciare da McDonald’s, e non ad esempio a tagliarsi i capelli dal barbiere accanto?), rischiando di finire dieci volte in sanatorio prima di trovare qualcosa di utile.

Il video di McDonald’s presenta inoltre un secondo problema: in quel giorno, a quell’ora, in quel luogo sperduto del mondo, pioveva a dirotto, e gli impiegati dell’Elliott dichiararono senza ombra di dubbio che John Doe 1 e 2 fossero perfettamente asciutti, quando entrarono per prelevare il furgone prenotato. D’altronde, sembra logico che in un caso del genere si vada in due con una macchina, e poi si ritorni con due, specialmente se piove. Come ha fatto invece McVeigh, se era da solo, a coprire il mezzo chilometro che separa McDonald’s da Elliott’s senza bagnarsi nemmeno un pò? McVeigh infatti avrebbe raggiunto in taxi il McDonald’s – Valpreda ha fatto scuola, evidentemente – ma lo liberò, pagandolo, prima di entrare.

Cioè, praticamente: sei in taxi, ti scappa la pipì, stai ormai a mezzo chilometro dalla destinazione (ce l’avranno un cesso da Elliott, no?), piove che dio la manda, e tu chiedi di scendere al McDonald’s? E poi non trattieni il taxi ma lo liberi?

– Guardi che se vuole la aspetto…
– No, vada vada…
– Ma piove, lei non ha nemmeno un ombrello…
– Non si preoccupi, un’anima buona che mi dà un passaggio la trovo di sicuro.

Oppure corro veloce, e la pioggia non mi becca nemmeno.

Una volta impadronitosi del Ryder, che ha affittato sotto la falsa identità di Richard Klinger, McVeigh torna al suo motel e ordina la pizza pagando con una carta di credito a suo nome. Era infatti una persona molto attenta a non lasciare traccia del suo passaggio, ma soltanto di giorno. Alla sera gli calavano gli zuccheri, e commetteva delle stupidaggini incredibili.

Fra queste, ricordiamo anche che McVeigh aveva pensato bene di conservare in un cassetto di casa Fortier la ricevuta per l’acquisto del letame. Esattamente come Oswald, che nella sua infinita previdenza teneva nel cassetto della scrivania la ricevuta del Mannlicher-Carcano acquistato per posta un anno prima.

L’ATTENTATO

All’alba del 19 aprile Timothy McVeigh si mette alla guida del furgone carico di barili di letame, e si dirige verso Oklahoma City. Giunto in periferia si ferma da un benzinaio – che in seguito lo avrebbe riconosciuto nei telegiornali – e gli chiede indicazioni per il Murrah Building. McVeigh infatti era stato mille volte a studiare l’edificio, sia da solo che con Nichols, e ci era pure tornato due giorni prima, per parcheggiare la famosa auto senza targa che gli sarebbe servita per la fuga (ecco perchè aveva dovuto andare in taxi a ritirare il furgone), ma evidentemente a quell’ora del mattino gli zuccheri non gli erano ancora saliti, e voleva essere sicuro di non andare verso l’edificio sbagliato.

Alle 9 in punto McVeigh parcheggia il furgone carico di esplosivo di fronte al Murrah Building, innesca la miccia, e si allontana fischiettando verso l’auto che aveva parcheggiato nelle vicinanze due giorni prima. Saggiamente, per evitare che gliela portassero via, McVeigh aveva attaccato un foglio al posto della targa, con la scritta: “Questa auto non è abbandonata, ha solo la batteria a terra. Perfavore non rimuovetela, sarà portata via entro due giorni”. Naturalmente si aspettava di trovare, dopo due giorni, un bigliettino della polizia che diceva: “Prego, faccia pure con calma. Anzi, se vuole anche un caffè, prima di andare via, ce lo faccia sapere. Noi intanto le ganasce ce le attacchiamo ai coglioni”.

L’ARRESTO

McVeigh sale così sulla sua auto, e si dirige verso l’autostrada. Dopo circa un’ora di viaggio, mentre segue alla radio le notizie del crollo, viene fermato da un poliziotto che ha notato l’assenza della targa. Avvicinatosi all’auto, il poliziotto nota che McVeigh porta una pistola sotto la giacca. Gli chiede allora di vedere il porto d’armi, che però non risulta valido per l’Oklahoma. Il poliziotto è così costretto ad arrestare McVeigh, senza naturalmente sapere di avere fra le mani il criminale che ha appena distrutto il Murrah Building.

Anche Oswald dovette essere arrestato per un motivo diverso da quello per cui si voleva incriminarlo (mica la gente va in giro con scritto sulla fronte “ho ucciso il presidente Kennedy”). Nel suo caso fu l’omicidio del poliziotto Tippitt, che lo aveva fermato per controllare i suoi documenti. L’astuto Oswald infatti, che dopo l’attentato era riuscito a rientrare sano e salvo a casa, aveva deciso di uscire di nuovo per andare al cinema, portandosi dietro una pistola carica, in un momento in cui a Dallas fermavano persino i paracarri. Solo quando fu nelle mani della polizia qualcuno si accorse che lavorava al Book Depository, e dedusse che fosse implicato nell’omicidio del presidente.

E così fu per McVeigh. Solo quando si trovò nelle mani della polizia, un paio di giorni dopo, qualcuno si accorse che assomigliava da morire all’identikit dell’uomo che aveva affittato il furgone da Elliott il 17 aprile.

Quando il poliziotto ha culo, ha culo e basta. E quando il culo si ripete, si ripete e basta.

Anzi, in questo caso non bastava ancora: indovinate che cosa aveva McVeigh, in bella vista, sul sedile posteriore della macchina? Oh yes, la fotocopia della pagina di un famoso libro, il “Turner Diaries”, in cui si descrive per filo e per segno come preparare una bomba con il nitrato di ammonio. 

Ma non basta ancora: lo sapete cosa trovarono i poliziotti nelle fibre della T-Shirt indossata da McVeigh al momento dell’arresto? Oh yes, tracce di letame. (E’ infatti normale procedura far analizzare in laboratorio tutti gli indumenti indossati da coloro che vengono arrestati per non avere il porto d’armi. A quelli che guidano con la patente scaduta fanno anche l’esame del sangue e delle urine).

Nel nostro caso, poichè McVeigh aveva caricato i barili di letame sul furgone due giorni prima, le possibilità sono solo due: o aveva tenuto la stessa T-Shirt per tre giorni consecutivi, oppure il furgone era così stracolmo di letame, quando lo condusse al Murrah Building, che qualche schizzo gli è arrivato addosso lungo il percorso.

Una delle prime cose che Steven Jones volle sapere da McVeigh, infatti, fu proprio perchè mai avesse usato una macchina senza targa per scappare. A detta di Jones, McVeigh gli rispose che “voleva sfidare il destino”. Forse, più del destino voleva sfidare l’intelligenza della Stradale dell’Oklahoma: quale poliziotto, per quanto ubriaco, guercio e rincoglionito, non fermerebbe uno che guida senza la targa, dopo che è appena stato fatto saltare uno dei più importanti edifici della città? 

E’ curioso infatti come nessuno sia mai riuscito ad intervistare questo poliziotto, per chiedergli conferma di tutti questi particolari. L’uomo da quel giorno è diventato introvabile.

DINAMICA DEL CROLLO

In una specie di deja-vu al contrario, emersero ad Oklahoma City gli stessi problemi che abbiamo visto per le Torri Gemelle: gli edifici di quel genere, con una sola esplosione, non vengono giù nemmeno se li paghi. Al massimo si creano dei grossi buchi, ma se non distruggi le colonne interne con molteplici esplosioni non c’è modo di farli crollare.

In ogni caso, siamo tutti talmente saturi per le discussioni sul World Trade Center, che tornare a parlare di crolli e demolizioni può causare dei severi mal di pancia a molte persone. 

Diciamo solo che nei primi minuti dopo l’attentato circolarono voci di altre bombe trovate inesplose, puntualmente riportate dai TG in diretta nazionale, ma poi misteriosamente scomparse dalla “memoria collettiva”.

L’idea inoltre che una bomba piazzata all’esterno di un edificio riesca a creare un danno così profondo verso il suo interno cozza contro il più comune buon senso. Sempre il buon senso suggerisce che il semiasse posteriore di un furgone , sul cui pianale esplodono due tonnellate di fertilizzante, vada a piantarsi nel terreno sottostante, al fondo del cratere che viene a crearsi nell’asfalto, invece di volare via come un fazzolettino a cento metri di distanza. (Se tutto quello che sta “sopra” spinge con violenza estrema verso il basso, al punto da scavare un cratere nell’asfalto, dovrebbe portare con sè anche tutto quello che incontra lungo il percorso, no?)

Notiamo infine, in proposito, che il Murrah Building fu demolito con una fretta inspiegabile, a nemmeno un mese dall’attentato. Jones dovette addirittura ottenere una ingiunzione per rimandare di dieci giorni la demolizione, perchè non era ancora riuscito a visitare il luogo del crollo. 

E quando finalmente l’FBI glielo concesse, gli fece trovare il cratere coperto da enormi teli di plastica. Jones chiese di rimuoverli, per misurare almeno ad occhio le dimensioni del buco, ma gli fu risposto che non si poteva fare “per motivi di sicurezza nazionale”. 

Insomma, quando hai sfiga hai sfiga e basta.

UNA GAMBA DI TROPPO

C’è anche un macabro dettaglio, che è andato ad aggiungersi alla montagna di incongruenze della versione ufficiale: dopo che il conteggio delle vittime si era assestato su 168, venne trovata la gamba di un uomo, che indossava uno stivale militare, il cui DNA però non combaciava con nessuna delle vittime che avevano perso una gamba nell’attentato.

Si pensò quindi ad un secondo attentatore, che sarebbe rimasto ucciso nell’esplosione, confermando in quel modo le voci di chi aveva visto due uomini, e non uno, nel furgone parcheggiato davanti al Murray Building. Il primo, McVeigh, fu visto scendere e allontanarsi, mentre il secondo scese, ma in seguito rientrò nel furgone, probabilmente per accendere la miccia. 

Dopo lo sconcerto per questa notizia, le autorità fecero sapere che la gamba in realtà era di una donna, ed apparteneva ad una soldatessa morta nel crollo dell’edificio.

Fu così necessario riesumare il corpo della soldatessa, che evidentemente era stata sepolta con una gamba non sua. A quel punto ci si accorse invece che era stata sepolta con l’arto giusto, mentre la gamba con lo stivale non era la sua. 

Insomma, dopo questo macabro balletto siamo rimasti con un conteggio ufficiale di 168 vittime, più una gamba che non appartiene a nessuno. (Conoscendo il modus operandi di questa gente, sembra evidente che la gamba appartenesse a John Doe 2, il quale probabilmente è stato fottuto alla grande dai suoi compari, che hanno fatto esplodere il furgone quando lui si trovava ancora al suo interno. Quale modo migliore per liberarsi del patsy, diventato inutile e pericoloso, senza nemmeno dover ricorrere ad un Jack Ruby che lo uccide?).

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:MASSIMO MAZZUCCO-“Oklahoma City, prove generali per l’11 settembre”, http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=3522 .

…..

(FOTO:http://edition.cnn.com)

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