Crea sito
Balcani geopolitica ISIS islamismo radicale Senza categoria terrorismo islamico

L’arsenale balcanico dell’ ISIS

statoislamiconew_big

Di Rodolfo Toé *

Ex Jugoslavia e Isis. Recentemente i due poli sono stati messi in relazione soprattutto per quanto riguarda la questione dei foreign fighters, i volontari che dalla regione si recano a combattere nelle file dello Stato Islamico.
Ma l’equazione è molto più complessa. Da una parte, c’è l’impegno che i governi dei paesi dell’area hanno assicurato nella lotta all’Isis. Prima di tutto con una legislazione più severa nei confronti dei cittadini che partono per combattere in teatri di guerra stranieri. A seguire, con maggiori controlli sulle reti locali sospettate di provvedere al loro reclutamento.
L’anno scorso la Bosnia-Erzegovina ha approvato una legge che prevede il carcere per chi si reca a combattere all’estero. Stessa cosa ha fatto la Serbia, che ha promesso la propria collaborazione, in termini per ora soltanto di intelligence, con gli Stati Uniti (esempio che è stato imitato da tutti i paesi della regione).
Il fronte anti-Is
A febbraio il ministro della Difesa di Belgrado, Bratislav Gasic, ha visitato Baghdad, ricordando le buone relazioni tra i due governi e lasciando intravedere la promessa di forniture militari. Anche Croazia, Kosovo, Slovenia e Macedonia hanno espresso il loro sostegno alla coalizione anti-Isis, evocando al pari di Belgrado la prospettiva di fornire aiuti militari. Zagabria potrebbe armare i curdi. Le autorità macedoni sarebbero della stessa idea.
L’unica ad aver annunciato misure concrete è la Bosnia-Erzegovina. Le autorità, su esplicita pressione dell’ambasciatore statunitense a Sarajevo, hanno infatti destinato 500 tonnellate di munizioni al governo iracheno. Si tratta principalmente di un surplus del proprio arsenale, rimasto inutilizzato dopo la guerra degli anni Novanta. Rischierebbe di diventare presto instabile, secondo Sarajevo.
La pista croata-saudita-giordana
La questione delle armi che dalla regione finiscono in Medio Oriente non si limiterebbe, tuttavia, al solo canale formale bosniaco. I miliziani dell’Isis, infatti, sembrano essersi armati grazie agli arsenali dell’ex Jugoslavia. Si parla soprattutto di armi croate e serbe. Sarebbero finite nelle mani dello Stato Islamico attraverso due piste differenti.  Un anno fa, nel marzo del 2014, Brown Moses, un blog britannico tenuto da Eliot Higgins, esperto di armamenti, aveva riportato la notizia che i combattenti dello Stato Islamico avevano in dotazione armi croate.
Si parlava, in particolare, di lanciarazzi, lanciagranate e mitragliatrici anticarro, ma anche di pistole e di un modello di fucile di precisione, secondo quanto dettagliato anche in un recente rapporto scritto dal centro Conflict armament research (Car).  Le armi, che in molti casi, come sottolineato dal Car, hanno i propri numeri di identificazione accuratamente cancellati al fine di rendere più difficile la ricostruzione del loro tragitto, non sarebbero state inviate direttamente all’Isis da Zagabria, ma vi sarebbero giunte tramite l’Arabia Saudita e la Giordania.
Il governo di Riyad, secondo gli osservatori internazionali, avrebbe cominciato a trasferire armi croate ai ribelli siriani già nel dicembre 2012, per aiutarli nella lotta contro Bashar Al Assad. I destinatari delle armi sarebbero stati principalmente gruppi nazionalisti e secolari, riuniti sotto il cappello dell’esercito di liberazione siriano. All’epoca della rivelazione l’allora presidente croato Ivo Josipović aveva ammesso che la Croazia aveva venduto delle armi, nella quantità di circa 200 tonnellate, indicando tuttavia la Giordania come paese di destinazione. Citando il giornale croato Jutarnji list, Al Arabiya aveva anche riportato, nel febbraio 2013, la notizia di misteriosi aerei commerciali di Amman che facevano la spola con l’aeroporto di Zagabria.
Le armi croate sarebbero state contrabbandate in Siria attraverso la Giordania e la Turchia. Utilizzate nelle aree di Dara (vicino al confine giordano) e Aleppo (prossima, invece, al confine turco), sarebbero ora, a dispetto dei desiderata iniziali, nelle mani dei combattenti dell’Isis. “Il tentativo di controllarne la distribuzione sembra essere fallito miseramente”, scrive Higgins, “dal momento che ora queste armi sembrano essere saldamente in possesso dell’Isis, che le sta usando contro l’esercito regolare iracheno”.
Le opzioni possibili sono due: che, in realtà, le armi siano finite direttamente in mano a formazioni islamiste come la brigata Al-Nusra (ritenuta da Washington un gruppo terroristico), oppure che queste armi siano giunte ai miliziani islamici nel corso dei vari cambiamenti di fronte, custodite in arsenali abbandonati.
Serbia e Iraq, una lunga collaborazione 
Oltre alle armi croate, l’Isis ha anche numerosi pezzi del vecchio arsenale serbo e jugoslavo,principalmente munizioni e missili anticarro (fabbricati ancora nel 1983), come confermato dal Car. In questo caso le armi sarebbero state sottratte dall’arsenale dell’esercito regolare iracheno, il quale ha sempre mantenuto eccellenti rapporti con la Jugoslavia socialista e, almeno fino alla caduta di Saddam Hussein, anche con i governi della Jugoslavia federale.  La vicinanza tra i due esecutivi non venne meno né dopo l’embargo proclamato contro Saddam Hussein dalle Nazioni Unite (agosto 1990), né – soprattutto – dopo le guerre jugoslave e la caduta di Slobodan Milosevic (5 ottobre 2000).
La Jugoslavia federale venne anzi accusata di rifornire Baghdad delle componenti necessarie per la fabbricazione di aerei, missili e armi chimiche, ma anche di munizioni e di armi leggere, soprattutto attraverso l’impresa Jugoimport. Essa avrebbe anche gestito, sempre per il governo iracheno, anche delle commesse per le fabbriche di armamenti bosniache Unis, Zrak, Vitezit e Kosmos. Un commercio che è durato fino alla caduta di Saddam e che è stato reso possibile “dalle estese connessioni tra politica, esercito e crimine organizzato”, secondo un rapporto pubblicato all’epoca dall’International Crisis Group.
L’Iraq si armava anche grazie alla Jugoslavia. Grazie al disordine attuale, ora a farlo è anche l’Isis.
*Rodolfo Toé collabora con Rassegna Est, un sito che racconta e spiega l’Europa balcanica, centrale e post-sovietica con una particolare attenzione alle vicende economiche. È sia un’agenzia di giornalisti che forniscono i loro contributi a varie testate, sia un portale di servizio indirizzato alle imprese italiane, la cui presenza a Est è molto radicata.

Related posts

Il popolo Erasmus dimostra quanto è bello avere vent’anni in ogni angolo del pianeta

Londra: manifestazioni contro l’impunita’ dei parlamentari accusati di violenza e pedofilia

“Pianeta Foresty”, un progetto italiano per dare un aiuto concreto allo sviluppo sostenibile

informazione-consapevole