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L’anarchismo pragmatico di Colin Ward

 

Di Stuart White

“Il tema che affronto in questo simposio è «siamo sufficientemente rispettabili?». E con questa domanda non intendo interrogarmi sul nostro abbigliamento, sulla conformità della nostra vita privata agli standard statistici o sul modo in cui ci guadagniamo da vivere, ma sulla qualità delle nostre idee anarchiche, se esse siano meritevoli di rispetto”.

(Colin Ward, Anarchism and Respectability, 1961)

Nel suo saggio Rivoluzione e ragione, Herbert Read racconta come nel corso di una cena formale, una signora, deputato conservatore al parlamento, gli avesse chiesto quali fossero le sue idee politiche. Alla risposta «Sono anarchico», aveva esclamato «Che assurdità!» e non gli aveva più rivolto la parola per tutta la serata2. Che l’anarchico Read si trovasse a cenare insieme a parlamentari conservatori era probabilmente un fatto eccezionale, tuttavia la sua esperienza rimanda a un problema familiare per gli anarchici: raggiungere la soglia di credibilità agli occhi della vasta maggioranza dei non-anarchici. Senza dubbio, l’anarchismo è oggetto da tempo di un diffuso fraintendimento interpretativo, che lo associa ingiustamente a una patologica propensione per il caos e la violenza. E anche tra gli studiosi di dottrine politiche esso è di solito accantonato come poco più che una curiosità intellettuale, una filosofia che spinge a estremi inaccettabili ideali di libertà e uguaglianza ampiamente condivisi. Anche se gli studiosi di politica arrivano ad ammettere che società anarchiche, o loro approssimazioni, siano possibili in determinate circostanze3, l’opinione prevalente è che l’ideale di una società di questo tipo abbia scarsa o nessuna rilevanza nelle moderne società industriali o post-industriali. Si pone quindi il problema se l’anarchismo sia una filosofia sociale rispettabile, o possa essere resa tale.<

br />Colin Ward è un anarchico inglese del dopoguerra che ha accettato questa sfida in più di sessanta anni di irriducibile attività. A suo avviso, si tratta di persuadere le persone «a considerare l’anarchismo come qualcosa di più che una facezia, o un ‘curioso atteggiamento intellettuale’»4. Il presente articolo intende indagare la natura dell’anarchismo di Ward e valutare la sua rivendicazione di rispettabilità.


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Come vedremo, la risposta di Ward alla sfida presenta una concezione dell’anarchismo alquanto diversa da quella che si trova nei commenti filosofici al pensiero anarchico, nonostante abbia comunque chiari antecedenti nel movimento anarchico storico, oltre a considerevole risonanza contemporanea. L’articolo esamina dapprima gli elementi principali dell’anarchismo «pragmatico» di Ward e quanto abbia avuto influenza su di esso. Successivamente viene considerato come questo anarchismo venga applicato a uno specifico problema sociale, la casa, e quali siano le relazioni tra esso e l’anarco-comunismo di Kropotkin. Vengono poi contestate le critiche mosse da alcuni esponenti del movimento anarchico, secondo cui la rispettabilità che Ward intende acquisire è ottenuta abbandonando di fatto l’anarchismo. È infine discussa l’attrazione esercitata dalle idee di Ward sulla sinistra in generale e sulla società, che per Ward stesso rappresenta un test chiave del successo della sua ricerca di rispettabilità. 1. L’anarchismo «pragmatico» Ward è arrivato nel movimento anarchico negli anni Quaranta, entrando a far parte della redazione della principale pubblicazione anarchica inglese, «Freedom», nel 19475. A quel tempo a molti le prospettive dell’anarchismo dovevano apparire prive di ogni speranza, in particolare per la recente, bruciante sconfitta dell’anarchismo rivoluzionario in Spagna. Che senso poteva avere essere anarchici nella seconda metà del ventesimo secolo? Insieme ad altri membri della redazione di «Freedom», Ward ha cercato di rispondere a questa domanda negli anni Cinquanta. Al posto di un anarchismo «apocalittico», mirato al «tutto o niente», egli ha cominciato a sviluppare l’idea di un anarchismo «pragmatico» volto, come dice Martin Buber, a dar vita a comunità nuove «totalmente nel presente, utilizzando il pur difficile materiale della nostra vita quotidiana»6. Alcune delle idee che hanno contribuito alla messa a punto dell’anarchismo pragmatico di Ward erano state introdotte in Gran Bretagna da scrittori come Herbert Read e Alex Comfort negli anni dell’immediato dopoguerra. Un’altra importante influenza proveniente dagli Stati Uniti è stata la rivista «politics» e in particolare il suo occasionale collaboratore Paul Goodman7. Tuttavia, nuove opportunità per l’anarchismo pragmatico si sono aperte nella seconda metà degli anni Cinquanta in seguito al primo emergere della cosiddetta Nuova Sinistra. Parlando di personaggi come E.P. Thompson, Ward scriveva: «Questa gente annaspa a cercare le soluzioni che, da un punto di vista anarchico, toccherebbe a noi proporre»8. Temendo che una pubblicazione settimanale non fosse adatta a far comprendere questa potenziale apertura a sinistra, ed essendo rimasto molto colpito dalla recente uscita della rivista «New Left Review», Ward alla fine del decennio sprona il gruppo di «Freedom» a dar vita a un mensile in grado di esplorare più in profondità il pensiero anarchico9. Il risultato di tale operazione è la rivista «Anarchy», che cura dal 1961 al 197010. Dopo questa esperienza editoriale, Ward sviluppa il proprio anarchismo pragmatico in una serie di libri su argomenti come l’istruzione, la storia sociale e altri specifici temi politici. Tra questi il suo Anarchy in Action [trad. it.: Anarchia come organizzazione], pubblicato nel 1973 ma basato su materiale apparso precedentemente su «Anarchy» e «Freedom», rappresenta forse la più completa e convincente espressione del pensiero anarchico pragmatico11. Il punto di partenza dell’anarchismo pragmatico di Ward sta nel profondo scetticismo nutrito nei confronti della concezione insurrezionalista. Negli anni Quaranta, sia Read che Comfort avevano prodotto analisi che mettevano in questione tale concezione, criticandone la realizzabilità e osservando anche, da un punto di vista più generale, come un cambiamento sociale genuino debba scaturire da precedenti cambiamenti della personalità umana e delle relazioni sociali, il che non può essere devoluto all’atto «politico» di una rivoluzione12. Verso la metà degli anni Cinquanta, Geoffrey Ostergaard, il cui pensiero è in un certo senso parallelo a quello di Ward, sosteneva che gli anarchici tradizionalmente avevano seguito i marxisti nel credere possibile «un balzo verso la libertà attraverso una rivoluzione che avrebbe spezzato le catene degli oppressi»13, ma la storia del ventesimo secolo non aveva affatto «dimostrato la plausibilità di questa opinione». Secondo Ostergaard, «la libertà deve essere conqui-stata un centimetro alla volta ed è necessario rimuovere le catene che ci siamo auto-imposte prima che si possa agire come esseri umani responsabili. Che gli anarchici comincino a parlare in termini di ‘gradualismo’ non è un segno di disincanto, ma di crescente maturità»14. Queste opinioni erano in consonanza con quelle dell’anarchico tedesco Gustav Landauer, le cui idee sono arrivate al pubblico di lingua inglese negli anni Cinquanta attraverso gli scritti di Martin Buber15. L’affermazione fondamentale di Landauer, cui ripetutamente hanno fatto riferimento sia Ostergaard che Ward, è che «lo Stato non è qualcosa che può essere distrutto da una rivoluzione, è una condizione, una relazione tra gli esseri umani, un modo del comportamento umano; lo distruggiamo contraendo nuove relazioni, comportandoci in modo diverso»16. Così, mentre il «gradualismo fabiano» cerca di operare attraverso lo Stato, estendendo le «attività statali fino a che lo Stato inghiotte la società», per il gradualismo anarchico si tratta di scegliere, qui e ora, di «contrarre relazioni diverse da quelle statali, relazioni basate sul self-help cooperativo e sul mutuo appoggio»17. È ovvio che, scegliendo l’azione diretta in tale direzione, gli anarchici possono trovarsi in conflitto con lo Stato, per esempio nel caso dell’occupazione illegale di case. Quindi rimane la necessità, nelle parole di Read, di «agire con spirito rivoluzionario in una situazione data»18. La posizione di Ward non è il rifiuto perentorio dell’idea stessa di rivoluzione, quanto l’invito rivolto agli anarchici a non preoccuparsi del cambiamento rivoluzionario tanto da trascurare altri modi di progredire. Ciò che gli anarchici dovrebbero tenere in considerazione sono «i cambiamenti sociali, rivoluzionari o riformisti che siano, attraverso cui le persone possono allargare la propria autonomia e ridurre la soggezione all’autorità esterna»19. La rivoluzione è un problema di mezzi, ma quali sono i fini?Abbiamo qui una caratteristica particolarmente importante dell’anarchismo pragmatico di Ward: lo scetticismo per l’idea stessa di «società anarchica». Secondo George Molnar, di cui Ward ha pubblicato gli scritti su «Anarchy», l’idea di dar vita a una società anarchica soccombe a quello che può essere definito un «teorema dell’impossibilità». È poco verosimile che l’organizzazione sociale propugnata dagli anarchici possa ottenere il consenso universale (quale sistema sociale può ottenerlo?). Quindi, una società anarchica è impossibile a meno che non venga usata la forza per imporla o mantenerla. Ma ciò sarebbe contrario ai principi fondamentali dell’anarchismo. Dunque una società anarchica, nella pratica, è impossibile20. In un importante articolo pubblicato su «Freedom» nel 1961, originariamente presentato in una scuola estiva in quello stesso anno, Ward segnala il proprio accordo con questa cruciale affermazione di Molnar, affermando che una «società anarchica» non è «un’idea intellettualmente rispettabile»21. Per Ward, la società è fatta inevitabilmente da una pluralità di tecniche organizzative, che comprendono il mercato, lo Stato e anche la tecnica anarchica del mutuo appoggio: «Ogni società umana, a eccezione delle utopie o anti-utopie più totalitarie, è una società pluralistica con vaste aree che non si conformano ai valori ufficialmente imposti o dichiarati»22. Ma se l’anarchismo non mira alla creazione di una società anarchica, a cosa mira? Una risposta, che ha trovato simpatie tra gli anarchici americani e britannici negli anni Cinquanta e Sessanta, è che l’anarchismo mira alla liberazione personale e alla resistenza degli individui allo Stato. Vuole che gli individui stiano al mondo come tali. Nelle parole di Ward: «Una reazione ragionevole è sottolineare ancora il carattere individuale dell’anarchismo e dichiarare con Robert Frost e Ammon Hennacy ‘crediamo nella rivoluzione del singolo: non possiamo averne altre’»23. Tuttavia Ward non ritiene sufficiente lasciare le cose in una simile prospettiva di «protesta permanente». Gli anarchici devono conservare la volontà di trasformare le strutture e le attività sociali: se «l’idea di una società libera può essere un’astrazione, quella di una società più libera non lo è»24. Nonostante la società non possa essere completamente trasformata in senso anarchico, può diventare più o meno anarchica. Da questa posizione ecco che l’idea di una «società anarchica» riemerge, ma con connotazioni diverse. Scrive Ward: «Dopo aver fatto uscire dalla porta principale l’idea di una società anarchica, voglio farla rientrare dall’entrata posteriore. Non come scopo da realizzare, ma come scala graduata, unità di misura, mezzo attraverso cui valutare la realtà»25. Questa osservazione ci aiuta a capire come Ward sia anarchico nonostante il proprio scetticismo circa la possibilità di costruire una «società anarchica». Egli è anarchico in senso normativo, ovvero sostiene che il criterio etico chiave per giudicare i meriti delle varie società sta nella misura in cui sono anarchiche.

Traduzione di Roberto Ambrosoli da «Journal of Political Ideologies» (febbraio 2007) titolo originale: Making Anarchism Respectable? The Social Philosophy of Colin Ward(http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/13569310601095580)

FONTE:http://www.centrostudilibertari.it/sites/default/files/materiali/supp30_0.pdf, pg 4-7

FOTO:https://en.wikipedia.org/wiki/Colin_Ward

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1 comment

tentare, nuoce Febbraio 9, 2016 at 9:18 pm

Anarchia vita mia, posso soltanto dirmi—in distopico al solitario—quand'è che un abusato Non fare agli altri sta solo a enunciazione e fa bandiera alla menzognaE allora—negando perniciose anarco-aristocrazie—scendo dal pero; e in mente mi risuona, al rozzo, un haiku che cinico e impietoso mi accompagnaNon ha mai setaQuest'uomo appeso al nientePer le sue ali

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