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L’alchimia greca

Democrito ed Eraclito
Di  Paolo Lucarelli
I primi testi dichiaratamente alchemici compaiono in lingua greca, proprio nel periodo in cui si conclude l’età aurea della sapienza ellenica. I documenti che ci restano, sono però pochi e complessi, da sempre causa di contrastanti pareri tra gli studiosi.
Democrito a colloquio con Eraclito in un’immagine rinascimentale. Il più antico dei filosofi ermetici greci potrebbe essere stato realmente Democrito.
Intorno al XII secolo a.C. il mondo antico subì una grave crisi, probabilmente causata, almeno in parte, da profondi sconvolgimenti naturali, che proseguì per alcuni secoli ora definiti, per la scarsissima documentazione, “età oscure”[1]. Proprio quelle, forse, di cui cantò Esiodo quando decise di aggiungere un’era, alle quattro tradizionali e metalliche:
…Zeus figlio di Crono, ne creò ancora una quarta sulla terra feconda, più giusta e più brava, razza divina degli eroi, che si chiamano semidei, e la cui generazione ci ha preceduti sulla terra senza limiti…”[2].
L’Occidente ne uscì profondamente mutato. I centri delle sacre tradizioni si erano spostati. Popoli interi avevano migrato o si erano mescolati. Civiltà importanti, quella ittica, la minoica, la micenea, erano scomparse sin dalla memoria collettiva. Un nuovo mondo era nato, che è poi infine ancora il nostro, quello che stiamo vivendo, di cui Esiodo lamentava:
Piacesse al cielo che io non dovessi ridere a mia volta in mezzo a quelli della quinta razza, e che io fossi morto prima, o nato più tardi. Perché ora è il tempo della razza di ferro. Essi non cesseranno né di soffrire di giorno fatiche o miserie, né di essere consumati di notte dalle dure angosce che loro invieranno gli dei…[3].
Si presenta con alcune caratteristiche singolari, di cui una merita qui una particolare attenzione.
Consiste nel sorgere di una nuova lingua di cultura, di insegnamento e di trasmissione: il greco. Ne dichiarano e giustificano per la posterità il valore sacrale e simbolico, due alti sacerdoti dei massimi centri templari, a testimoniare la fine di un ciclo ed il passaggio della responsabilità tradizionale. A Babilonia Berosso, in Heliopolis Manethone, fisseranno nel nuovo idioma Storie dell’Egitto e di Caldea, adattando per una diversa umanità, cui si dovevano archetipi transmutati, racconti essotericamente accettabili a guida di coscienze che si volevano tranquille ed ignare[4].
Ormai le cronologie saranno congelate, le sequenze cristallizzate, per la sovrana pace delle menti. Per i pochi avvertiti invece, la lingua greca si porrà come nuovo fondamento dell’esoterismo in Occidente, sino a Francois Rabelais, “l’astrattore di quintessenza”, che insegnava la necessità di conoscere
…la langue grecque, sans laquelle c’est honte que ne une personne se die sçavant…[5]
o sino a Fulcanelli che la dichiara sostegno occulto della tradizione scritta dell’ermetismo.
Ricordiamo un etimo che presuppone storie meno banali di quelle insegnate. Muta il nome del sovrano: nel mondo miceneo il “re”, colui che aveva assoluta autorità, aveva il titolo di “WANAX”. In Omero wanax é già semplice omaggio onorifico, e il capo dello stato é il “Basileus”. Non é appellativo nuovo: in epoca micenea era il “GA-SI-REU”, capo della corporazione dei fabbri[6]. Suggerisce un’inquietante immagine di metallurghi che guidano popolazioni sbandate e atterrite: va associata al “DRAFSH – i KAVYANI”, la bandiera dell’impero persiano; la leggenda voleva fosse stata il grembiule di cuoio dell’antico, mitico, fabbro KAVAGH[7].
In effetti le dinastie sono nuove e dichiaratamente estranee ai popoli che guidano. Tutte vantano discendenza eroica: si parla di “ritorno degli Eraclidi”. Viene il dubbio che il mito ermetico degli Adepti che negli sconvolgimenti ciclici tornano a rifondare culture e civiltà abbia un riscontro formale.
D’altronde questo nuovo popolo, la cui eredità é così ricca e opprimente, pare nascere con un vuoto amnesiaco che sfiora l’assurdo. In Omero la catastrofe é dimenticata, convertita in un mondo ideale di eroi, in cui deliberati arcaismi denotano strane incomprensioni. Bastino, a solo esempio, le improbabili battaglie dell’Iliade, con carri impiegati solo per trasportare i guerrieri muniti di giavellotto, arma da cavaliere: l’eroe non combatte mai sul carro, scende e lotta a piedi, né monta cavalli se non in pacifiche gare di corsa[8].
È un popolo giovane, orgoglioso, senza ricordi che non siano mitici. Dotato di una vitalità immensa, si diffonde dovunque, viaggiando in tutti gli angoli del mondo conosciuto. Lo compongono uomini intelligenti, astuti, abili negli affari, geniali nell’amministrazione, ribelli ad ogni costrizione, litigiosi, suscettibili, poeti, guerrieri, interessati a tutto, curiosi di ogni cosa, profondamente religiosi, eppure razionalmente disincantati. Sempre oscillanti, o meglio condivisi, tra Dioniso ed Apollo, tra Artemide ed Afrodite: il loro vero archetipo é Odisseo, l’eroe multiforme, che sa adattarsi ad ogni circostanza, cui gli déi non concessero se non sporadicamente la tranquilla serenità familiare, e che un destino singolare costringe ad immaginose avventure, e ad una morte in terra misteriosa.
La lingua che usano é raffinata, precisa, adatta alla poesia più elevata ed alla filosofia più profonda, alla scienza ed al mercato. Le sottopongono un alfabeto straniero, mutato radicalmente per le caratteristiche di un idioma peculiarmente diverso. Diventeranno la lingua e la scrittura di tutti, lakoiné diàlektos.
Pare quasi che si sia corporificata nel particolare genio greco, e si sia affidata alla sua lingua, una missione specifica che si é tradotta in inesauribile capacità di assorbire uomini, pensieri e culture, per trarne sottili quintessenze, che sono ancora oggi a meravigliarci, insuperabili capolavori dell’umanità. Come se l’obiettivo fosse quello di scegliere, conservare e trasmettere, in perfettissime epitomi, allo scomparire della tradizione orale del Tempio, l’essenziale dell’antica sapienza.
In pochi secoli, con un’attività vivacissima, quasi febbrile, tutto viene esaminato, approfondito, illustrato e scritto. Al culmine, tutte le conoscenze accumulate si riuniscono, fissandone lo stato per una lunga serie di generazioni posteriori[9].
Tra il I e il II secolo compaiono i testi di aritmetica e di armonia di Nicomaco di Gerosa e Tolomeo, di geometria di Erone di Alessandria, di astronomia e astrologia di Tolomeo, di meccanica di Erone, di ottica di Tolomeo, di medicina di Galeno di Pergamo, di grammatica di Apollonio di Alessandria, di prosodia di Erodiano, di metrica di Efestione di Alessandria, di retorica di Ermogene di Tarso.
Si generalizza l’uso e la nozione di enkuklios paideia, di quel ciclo di apprendimento che deve fare dell’essere umano un “vero uomo”. Si stabilisce l’ordinamento delle sette arti liberali, quello che sarà poi chiamato il “trivium” e “quadrivium”: grammatica, retorica e logica da una parte, aritmetica musica, geometria e astronomia dall’altra.
Alla fine tutto deve essere divulgato, anche ciò che è stato celato per secoli. Il sapere esoterico esce dai templi, dalle conventicole, dalle sétte, e si coagula nella nuova lingua, quasi per un’ansia di preservare nel tempo che già intravede la fine di un mondo in agonia.
Si scrivono apocrifi pitagorici, e si pitagorizza Platone, specialmente il Timeo, tanto più adatto in quanto ispirato direttamente dalla dottrina del profeta italico: lo commenteranno specialmente Posidonio di Apamea, e ancora Calcidio nel IV secolo e Proclo nel V. Sorge una letteratura di esegesi allegorica: non si salva neppure Omero, il trattato più famoso sarà L’antro delle Ninfe di Porfirio. Apollonio di Tiana va di città in città ad insegnare rivelazioni esoteriche, che Filostrato narrerà, componendo la leggenda del nuovo Pitagora.
Esclusi, tranne sparute eccezioni, dalla cultura scolastica ed accademica, questi testi, in frammenti mal tradotti e peggio ancora collocati, sono oggi appannaggio di pseudo esoterismi occultistici, che ne fanno pallide chiose, squallidi epigoni degli eruditi ellenistici. Chi avesse la pazienza di tornare senza pregiudizi alle fonti originarie, vi troverebbe insperati tesori di saggezza.
Il tipico rappresentante di questi studi é l’aner physikos, cioè l’uomo che è al corrente di tutti i fatti ed i rapporti occulti della natura, che ha scoperto con un’indagine minuziosa proprietà e virtù che legano con segrete relazioni di simpatia ed antipatia gli esseri dei tre regni.
Erma con testa di fanciullo
Erma con testa di fanciullo (scultura in bronzo del I secolo d.C.). Nella Grecia antica l’erma era un pilastro di marmo o di bronzo, con testa di Hermes e fallo, posto ai crocicchi a tutela dei viandanti La funzione dell’Erma si ricollega alle più antiche connotazioni del dio Hermes.
Di questo, Filone ci ha lasciato una descrizione ammirata:
Tutti coloro che, o presso i Greci o presso i Barbari, si esercitano alla saggezza, conducono una vita senza biasimo e senza rimprovero, ben decisi a non subire dal loro prossimo alcun danno, né a causargliene in cambio, evitano la compagnia degli imbroglioni, tutto il tempo dei quali è dedicato agli intrighi umani, e fuggono i luoghi dove quelli conducono i loro affari – tribunali, parlamenti, piazze pubbliche, luoghi di assemblea in breve qualunque banda, qualunque associazione di uomini volgari – conducendo una vita senza lotte e pacifica, essi contemplano eccellentemente la natura e gli esseri della natura, penetrano i segreti della terra, del mare, dell’aria e del cielo, così come delle loro leggi fisiche, accompagnano nelle loro circonvoluzioni col pensiero, la luna, il sole, il coro degli altri pianeti e degli astri fissi, attaccati in basso al suolo con i loro corpi, ma dando ali alle loro anime, cosicché, marciando sull’etere, contemplano le potenze che vi si trovano perché sono diventati autentici cittadini del mondo, essi che hanno fatto del mondo la loro città, di cui guardano come membri tutti gli amici della saggezza[10].

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