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La vergogna di non punire la tortura

Di Patrizio Gonnella


Sono passati dieci anni da quando a Genova fu praticata la tortura. I giudici hanno potuto solo evocarla ma non porla a fondamento delle loro sentenze di condanna. Il motivo è banale: la tortura non è un crimine per la legge italiana. Molti dei torturatori della Diaz e di Bolzaneto non solo non sono stati rimossi dai loro incarichi ma sono stati addirittura promossi. D’altronde la tortura non è proibita. Da quei giorni di luglio 2001 a oggi sono accaduti molti fatti. Abbiamo potuto purtroppo constatare come le pratiche di polizia sconfinino nella tortura. Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi sono stati pestati sino alla morte. Paradigmatica, nella sua drammaticità, è la vicenda del giovane Carlo Saturno, umiliato, vessato, malmenato nel carcere minorile di Lecce, suicidatosi poi nel carcere per adulti di Bari. Il processo leccese per le violenze da lui subite, processo nel quale aveva avuto il coraggio di costituirsi parte civile, si è prescritto. Se la tortura fosse stato reato il processo avrebbe potuto proseguire, essendo un crimine contro l’umanità non prescrittibile. I reati che vengono contestati ai torturatori hanno invece tempi di prescrizione molto brevi.
Nei giorni scorsi è finito male un altro processo, quello a carico dell’italo-cileno Omar Venturelli. Le torture che gli inflissero i fascisti di Pinochet sono state dimostrate nelle aule di giustizia, ma i giudici non hanno potuto contestarle ai criminali essendo il delitto non previsto nel codice penale italiano. Gli altri reati opponibili – percosse, abusi vari, lesioni – hanno pene limitate e tempi rapidi di prescrizione. Eppure, come ricorda Luigi Ferrajoli, la tortura è l’unico reato che per espresso obbligo costituzionale dovrebbe essere codificato. Infatti solo una volta si parla di punizione, all’art. 13, proprio per quei funzionari dello Stato che maltrattano persone in loro custodia. Il rapporto tra il custodito e il custode è il rapporto impari del singolo con lo Stato. Un rapporto che richiede tutele, garanzie, protezioni. Un rapporto che pone limiti al potere dello Stato.
Dopo Genova il Parlamento italiano ha trattato varie volte il tema della tortura. Nella terra di Cesare Beccaria e Umberto Verri, è accaduto che la leghista Carolina Lussana, l’anno dopo i fatti di Genova, mentre si discuteva del disegno di legge sulla tortura, fece approvare un emendamento tragico e ridicolo in base al quale per essere puniti bisognava torturare almeno due volte. Negli anni di governo del centrosinistra la proposta di legge non ha mai fatto significativi passi in avanti. Nel 2008, tornato Berlusconi al governo, la proposta fu bocciata al Senato con cinque voti contrari. Poi il governo ha solennemente dichiarato alle Nazioni Unite, per voce del sottosegretario Vincenzo Scotti, che non vi è utilità giuridica del crimine di tortura nel nostro ordinamento. Qualche settimana fa, su iniziativa della radicale Rita Bernardini, è stato approvato alla Camera un ordine del giorno che ne prevede l’introduzione nel codice penale. Nulla da allora è accaduto.
La definizione di tortura non cambia da Paese a Paese. È unica e universale ed è quella presente nella Convenzione Onu del 1984. Per esserci tortura è necessario che vi sia inflizione di sofferenze psicologiche o fisiche da parte di un pubblico ufficiale con l’intenzione di umiliare o estorcere informazioni. Genova 2001 è un esempio scolastico di tortura. A dieci anni da un episodio criminale di quella portata rinnoviamo l’appello al Parlamento affinché produca uno scatto di civiltà. Esistono già proposte pendenti dirette a codificare la tortura. Le si discuta. Si costringano gli avvocati-deputati del premier a dire che la tortura non deve essere un reato. Si ricordino, però, che il loro datore di lavoro nel lontano 1994, per difendersi da Mani Pulite, ne chiese formalmente l’introduzione nel nostro ordinamento.

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