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La storia di Leni Riefenstahl, da regista Terzo Reich a fotografa degli abissi marini


Di Domenico Del Nero
Un personaggio talmente ingombrante che, come scrisse Montanelli nel 2001, “neppure la morte riesce per ora a trovarle un posto adeguato.” In realtà, Leni Riefenstahl , nata nel 1902 e morta nel 2003 dopo aver doppiato il traguardo del secolo, era una regista; secondo Quentin Trantino, (che lo dichiarò in una intervista a Der Spiegel )  addirittura “la più grande regista mai esistita”.
Eppure il suo nome non è noto al grande pubblico e per qualcuno è sicuramente fonte di fastidio e imbarazzo. Su di lei pesa infatti il “marchio d’infamia” di essere stata la “regista ufficiale” del Terzo Reich: nientemeno che Hitler in persona ne notò infatti l’eccellenza artistica e decise di affidarle il compito di far conoscere al mondo l’essenza e l’estetica del suo regime. 
Ora, non c’è dubbio che tra artisti e scrittori ci siano i semplici “pennivendoli” e coloro che invece sono e rimangono grandi talenti a prescindere dai contesi storici in cui sono vissuti. Discriminare un artista per motivi politici è totalmente assurdo e ingiusto, ma diventa la norma quando si tratti del  Novecento e soprattutto di certi regimi: eppure  anche Ejzenštejn è stato celebratore dei “fasti” dell’Unione Sovietica e collaboratore fedele di Stalin (anche se il dittatore georgiano, patologicamente sospettoso, finì col diffidare pure  del suo migliore regista) ma questo non impedisce giustamente di vedere in lui soprattutto un grande artista della cinematografia. Ma  come è sin troppo noto, due pesi e due misure; basti pensare a Pietro Mascagni, che per decenni ha pagato (e in parte tutt’ora paga) con un pesante ostracismo la sua adesione peraltro puramente personale, e tutt’altro che acritica,  al Fascismo.
Un  appassionato  libro di un ottimo avvocato penalista fiorentino che è anche  valente studiosa e saggista, Sonia Michelacci, restituisce alla Riefenstahl il posto che le spetta di protagonista della cultura e dell’arte del secolo scorso.  Il testo, corredato di un ottimo e suggestivo apparato iconografico, ricostruisce la vicenda umana e professionale di una donna straordinaria, che non si fece piegare dalle avversità né da tutti i tentativi di farla uscire di scena: “ dopo la guerra è stata offesa, umiliata, sottoposta a estenuanti processi di “denazificazione”, nonostante tutto non si è mai arresa e ha continuato a lottare sino alla sua morte  (…) per continuare a lavorare; e c’è riuscita così che in tarda età  ha potuto regalare al mondo capolavori come i documentari fotografici  sui Nuba e le riprese sui fondali marini”, scrive la Michelacci.
Parlando della sua infanzia, la regista si definì “ una bambina seria che sogna”. Sono gli anni a ridosso del primo conflitto mondiale, la cosiddetta “Germania guglielmina”; il padre è titolare di una impresa idraulica, dunque economicamente solido ma … socialmente poco presentabile: il riscatto della famiglia dovrà essere affidato ai figli. Ma la repubblica di Weimar, che segue alla tragedia della guerra, non sembra proprio  adatta a riscattare nessuno, malgrado lo spirito tedesco riuscisse a reagire alla pesantissima inflazione e soprattutto alle condizioni di pace assurde imposte a Versailles. E in campo culturale gli anni venti furono comunque un periodo di straordinaria fioritura in tanti settori.
Sonia Michelacci segue il suo personaggio nei primi passi in questo  periodo concitato e ricco di fermenti d’ogni genere. L’esordio con la danza, per sfuggire a un padre che avrebbe voluto fare di lei la classica frau tutta cucina e bambini,  la portò a un trionfo a Berlino nel 1923, ma l’anno dopo il suo debutto a Praga segnò anche il suo ultimo grandioso successo: la rottura di un ginocchio la allontana dal palcoscenico, ma la avvicina al set : un incontro casuale – la visione di una locandina e poi del film, dal titolo per certi aspetti profetico ( La montagna del destino)  – dà una nuova e decisiva svolta alla sua vita.  Conosce il regista Arnold Fanck e forma con lui un sodalizio che porterà alla realizzazioni di alcuni Bergfilm, ( film ambientato in montagna), dapprima come attrice finché, finalmente, nel 1932, poté realizzare il primo film tutto suo, La Bella Maledetta Das Blaue Licht), storia di una leggenda ambientata sulle Dolomiti che sarà girata in loco con un eccezionale gusto del particolare documentario. Il successo, di pubblico e di critica, fu straordinario.
Il suo incontro con Hitler risale al maggio 1932; Leni ne era profondamente affascinata e scoprì con suo profonda sorpresa che il Fuhrer era un competente appassionato di cinema e un suo ammiratore. L’autrice ricostruisce con grande precisione e dettagli  la collaborazione tra l’artista e il capo politico: dalla ripresa del congresso della NSDAP  nel settembre 1933 sino a Olympia (1936) il film sulle Olimpiadi di Berlino del 1936, il cui solo montaggio costò alla regista 18 mesi di lavoro estenuante e che fu un caso internazionale.
Poi la tragedia di un nuovo conflitto mondiale : il secondo dopoguerra fu per Leni ben peggiore del primo, tra epurazione e boicottaggi di sorta: un destino che ella condivise con alcuni grandi della musica, quali Richard Strauss e Wilhelm Furtwängler, che tra l’altro, pur avendo buoni rapporti col regime, non aderì mai al partito nazista e rifiutò persino di fare il saluto rituale. Fu così che dopo la guerra la regista si dedicò alla fotografia, poiché nessuno voleva affidarle la produzione di un film; in compenso a 72 anni riesce a prendere, barando sull’età, Il brevetto da sub e così si decida con grande successo a fotografie e riprese sottomarine …
Una vita che scorre davvero come un film d’avventura e che Sonia Michelacci racconta in modo avvincente, con primi piani e scorci da narratore di razza.
Sonia MICHELACCI, Leni Riefenstahl, il cinema tedesco nel Terzo Reich, Pinerolo, Novantico Editrice, 2013, pp.313, € 35,00

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