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La storia del codice a barre

Ci sono invenzioni che rivoluzionano la quotidianità, e che però diamo per scontate, talvolta. Ci sono cambiamenti importanti nella storia della civiltà che facilitano la vita ordinaria, ma lo fanno senza stravolgerla,  e spesso ce ne dimentichiamo. Ci sono inventori sconosciuti di cose che utilizziamo sempre. Un esempio?


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Il codice a barre. Nell’immaginario collettivo, il simbolo della mercificazione, del capitalismo; allo stesso tempo enorme facilitatore delle transazioni economiche, e quindi, del commercio. Ma chi, e quando, ha inventato il codice a barre? Ce lo siamo mai chiesto? Forse no, nonostante la pervasività di questa invenzione geniale. E per ovviare al problema, lo Smithsonian Magazine (rivista dell’omonima istituzione) ha pubblicato un estratto dal libro di Gavin Weightman Eureka: how invention happens, dal titolo «the history of the bar code», la storia del codice a barre.
La data da segnarsi è 26 giugno 1974. Quel giorno – alle 8 di mattina – fu passato dall’apposito lettore il primo oggetto con codice a barre, al Marsh Supermarket di Troy, piccola città della contea di Miami (non c’entra quella in Florida), in Ohio.
All’epoca la NCR (che sta per National Cash Register, e il cui logo probabilmente tutti abbiamo visto almeno una volta nella vita), principale azienda del mondo nella produzione e sviluppo dei registratori di cassa, aveva sede in Ohio. A Troy inoltre in quel periodo si trovava il quartier generale della Hobart corporation, altra azienda produttrice di casse, specializzata in macchine per pesare e prezzare prodotti sfusi – la carne, principalmente.
La notte precedente al 26 giugno 1974 – racconta Weightman – i preparativi furono fervidi. Il team del Marsh aveva apposto il codice a barre in centinaia di prodotti in vendita, mentre la NCR aveva installato scanner e computer. Il primo acquisto fu effettuato da Clyde Dawson, capo della sezione R&D (research and development) della catena di supermercati; la cassiera, Sharon Buchanan. Ovviamente l’acquisto è avvolto da un’aura di leggenda; secondo le storie che si raccontano in merito, Clyde Dawson acquistò un pacchetto di chewing gum (marca Wrigley, gusto Juicy Fruit), e la scelta non fu casuale.
Nessuno era sicuro che un codice a barre potesse essere stampato su qualcosa di così piccolo come un pacchetto di chewing gum, ma la Wrigley aveva trovato una soluzione al problema.
Quel pacchetto di chewing gum è il primo prodotto della storia marcato con lo UPC – universal product code, il nome ufficiale del codice a barre.
L’invenzione del codice a barre è attribuita all’ingegnere Norman Joseph Woodland, detto Joe. Woodland racconterà più tardi di aver avuto l’ispirazione mentre stava seduto in spiaggia a Miami (quella vera). Leggenda narra che Woodland abbia disegnato un abbozzo del barcode sulla sabbia: un codice di qualche tipo, che potesse essere stampato sui prodotti e scannerizzato, per ridurre al minimo le file e facilitare l’inventario.
A far presente la necessità di una tecnologia del genere fu – sempre secondo la leggenda – il gestore di un supermercato oberato dalle file, dai ritardi e dalla gestione ordinaria del negozio, che implorò il preside del Drexel Institute di Philadelphia di trovare una soluzione per velocizzare i pagamenti alle casse. Il preside non ritenne degna di attenzione la richiesta, ma Bernard “Bob” Silver, studente del Drexel – che aveva origliato la conversazione – rimase colpito dalla cosa, e la menzionò a Woodland, che si era appena laureato all’istituto di Philly e stava già intraprendendo la carriera di inventore.
Era il 1947. Woodland scommise tutto sul codice a barre, tanto che nell’inverno dell’anno successivo lasciò gli studi e si trasferì nell’appartamento del nonno, a Miami Beach, in Florida.
Nel gennaio 1949 Joe Woodland ebbe la sua epifania, anche se la genialità, la semplicità e le conseguenze lungimiranti che avrebbe avuto il codice a barre per l’esistenza moderna non sarebbero state riconosciute fino a molti anni successivi.
L’idea di Woodland sarebbe stata ispirata dal codice Morse, che l’inventore aveva appreso quando era un giovane boy scout. Seduto nella spiaggia di Miami Beach, chiedendosi come avrebbe risolto il problema del codice a barre, ebbe questa intuizione:
Ricordo che stavo pensando al codice, al sistema punto e linea, quando improvvisamente ho piantato quattro dita nella sabbia e – non so perché – le ho tirate verso di me, ottenendo quattro linee. Pensai: accidenti, ora ho quattro linee, e potrebbero essere ampie o strette, al posto di punto e linea.

 Tornato a Philadelphia, Joe Woodland, insieme a Bob Silver, decise di lavorare ad un sistema funzionante basato su quell’idea. I due riuscirono a ottenere un brevetto nel 1952; quel brevetto mostrava soltanto il concetto base, una specie di prototipo che utilizzava un oscilloscopio per leggere il codice. L’idea era buona, ma mancava la tecnologia che ci sarebbe stata 20 anni dopo. Mancavano i minicomputer; soprattutto mancava una luce – molto chiara – in grado di leggere il codice a barre.

Quella luce, il laser (acronimo di Light Amplification by Stimulated Emission of Radiation) sarà annunciata il 17 giugno del 1960 dall’azienda californiana Hughes Aircraft Company, in una conferenza stampa al Delmonico Hotel di New York. A presentarla fu il capo ufficio stampa Carl Byoir, che raccontò di come uno dei loro scienziati, Theodore Maiman, fosse riuscito a creare una «luce più chiara del centro del sole».

FOTO:http://www.logisticaricambi.it

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