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La psicologia del senso di colpa


Tutti siamo turbati occasionalmente da ansietà ricorrenti, frutto di qualche colpa occulta. google_ad_client = “ca-pub-1420052409712884”; google_ad_slot = “4536720440”; google_ad_width = 300; google_ad_height = 250;
Oltre al senso di colpa abbiamo un altro problema: l’autoaccettazione. Tutti vogliamo sentirci bene con noi stessi. Vogliamo sentirci importanti, degni e accettabili agli altri. Ma soprattutto vogliamo vivere in armonia con noi stessi. Vogliamo credere di essere attraenti e che viviamo in accordo alle nostre capacità.
Dato, però, che a volte sbagliamo, ci sentiamo inclinati ad alimentare sentimenti di fallimento, di indegnità e di autorigetto. Questo ci impedisce di avere una vera libertà.
Ad alcuni risulta difficile sentire piacere. Durante le vacanze, sia estive che occasionali, pensano che stanno perdendo il tempo. Hanno difficoltà a riposare, a prendersi cioè delle pause. Altri scelgono una cattiva moglie/marito o occupazioni indegne. Se la felicità li coglie in un momento della loro vita, la trasformano in disgrazia.
C’è chi vive pieno di vergogna nei propri confronti. C’è chi si prende la colpa di tutto quello che succede, anche se i responsabili sono chiaramente altri. Hanno difficoltà ad accettare una manifestazione d’affetto, perché pensano di non meritarla.
Quando si insiste troppo coi figli sul senso di dovere e responsabilità, il piacere diventa un lusso innecessario. Alcuni si sentono tesi o a disagio in un certo ambito sociale, manifestando difficoltà a partecipare alla conversazione del gruppo. Quando vengono guardati pensano: “Stanno forse parlando di me”, oppure: “Se sapessero realmente come sono, vorrebbero la mia compagnia?” Questo timore produce una ansietà molesta, che viene vista non come una colpa ma una insicurezza sociale.
Altri hanno difficoltà a dire di no. Per timore alla disapprovazione assentono ad ogni richiesta di aiuto. Sotto una forma di altruismo si stanno obbligando a rinunciare alla loro libertà individuale e al loro tempo libero. Non pensano a divertirsi per timore di essere considerati egoisti e poco amabili.
Alcuni ricorrono a regali o a gentilezze per occultare una colpa intima (un regalo ad un figlio, invece di dedicargli il proprio tempo).
A volte giudichiamo gli altri per occultare le nostre colpe. Mettiamo enfasi nei loro errori per evitare di essere noi il centro dell’attenzione altrui. Matteo 7:1-4 e Genesi 38:1-30 ci mostrano il meccanismo della proiezione inconscia dei nostri errori sugli altri.
Per molti le relazioni prematrimoniali non sono altro che avventure per affermare l’Ego o tentativi frenetici di soddisfare un’ansia interiore di accettazione. Questi rapporti, però, lasciano insoddisfatti. C’è chi diventa frigido, o passa da una relazione all’altra senza fissarsi su nessuna in modo soddisfacente.
Giudizi troppo scandalizzati, soprattutto dei genitori in presenza dei figli, possono far nascere il sentimento che il sesso sia una cosa sporca, provocando sensi di colpa nel rapporto matrimoniale.
C’è chi soffre di senso di colpa a causa del suo benessere materiale, avendo la consapevolezza che molti popoli nel mondo soffrono la fame.
Attitudini che formano il senso di colpa
Queste tre attitudini formano il nucleo dei sentimenti di colpa:
– Timore al castigo
– Senso di depressione, indegnità e mancanza di stima propria
– Isolamento e rigetto
I sentimenti di colpa vengono quando i nostri pensieri o il nostro comportamento non sono all’altezza dei nostri ideali. Poco dopo la nascita incominciamo a sviluppare un gioco di mete ideali e aspirazioni. Impariamo che un certo tipo di condotta è desiderata e sollecitata dai nostri genitori, veniamo istruiti a fare questo o quello e man mano che cresciamo assimiliamo altri valori dall’ambiente. Questo insieme  di mete costituisce il cosiddetto “Io ideale”. Anche se i nostri valori possono cambiare gradualmente con nuove esperienze, le sue linee direttrici rimangono fissate nei nostri anni giovani.
C’è, però, un’altra forza che modella la parte più profonda del nostro Io: i concetti morali universali. Ogni persona e ogni società ha avuto un certo senso innato del bene e del male. Questo concetto interiore giudica in silenzio le nostre azioni come parte del nostro Io ideale.
Mentre assorbiamo alcuni degli ideali dei nostri genitori, assorbiamo anche i loro metodi e i loro atteggiamenti di fronte al nostro cattivo comportamento. Da adulti tendiamo a ripetere i loro metodi di correzione su noi stessi. Questa è la voce del nostro padre interiore, il cosiddetto “Io correttivo o punitivo”.
Per capire come si generano i sentimenti di colpa, vediamo gli atteggiamenti dei genitori quando ci comportavamo male rispetto alle loro norme:
– Castigo con ira o frustrazione
– Senso di vergogna per il cattivo comportamento
– Rigetto sottile per l’errore commesso.
Fin da piccoli normalmente ci si sente dire: “Siccome hai fatto questo, devi essere castigato”. Così, ogni volta che violiamo il codice morale ci aspettiamo il castigo. Ciò ci rende ansiosi e turbati. Ricevuto il castigo ci sentiamo sollevati, perché abbiamo pagato il nostro debito e possiamo tornare a vivere senza paura. Il castigo espia il cattivo comportamento e così allevia l’ansia.
Anche le sole minacce verbali possono provocare l’ansia del castigo. In assenza dei genitori, a volte, i bambini si autopuniscono per uscire dall’ansia del castigo per il cattivo comportamento. La maggior parte delle persone non fa appello al castigo fisico per autopunirsi, ma lo sostituisce con un dolore o minaccia mentale di castigo. Ci diciamo: “Ti sei comportato male. Non devi agire in questo modo. Un giorno sarai scoperto e la pagherai una volta per tutte”. Questo tipo di minaccia sostituisce il castigo che temevamo da bambini.
A volte trasferiamo su Dio il nostro timore al castigo. Viviamo sotto una costante aspettativa di giudizio per il male che facciamo. A volte pensiamo che Dio ci castigherà per mezzo di un incidente o inviandoci una malattia. Molte donne temono di dare alla luce un figlio deforme.
A quasi tutti noi è stato detto: “Non hai vergogna per quello che hai fatto?” oppure: “Ti rendi conto di quello che ci hai fatto? Come puoi ripagarci in questo modo?”. Questo tipo di castigo conduce a una delle cause di fondo della depressione: la perdita di stima propria, cioè una scarsa valutazione di se stessi e del senso di dignità personale.
Se da bambini ci viene detto spesso che siamo cattivi, ciò produce profondi sentimenti di insufficienza e una povera immagine di se stessi. Da adulti penseremo di non riuscire a combinare mai niente di buono. Una conseguenza di questa situazione è l’incapacità del soggetto di prendersi riposo e vacanze, a causa del bisogno di vedersi continuamente occupato in qualcosa per non sentirsi colpevole.

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