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La partita tra Iran e Arabia Saudita nel negoziato nucleare

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Di Giorgio Cuscito

A Losanna, l’incontro sul nucleare tra l’Iran e i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu (Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Russia, Cina) più la Germania si è concluso il 2 aprile, due giorni dopo la scadenza prevista inizialmente, con un accordo.
Secondo quanto pubblicato dal Dipartimento di Stato Usa, l’accordo quadro include le seguenti condizioni. La Repubblica Islamica ridurrà di due terzi le centrifughe utilizzate per arricchire l’uranio, necessario per la bomba atomica. Quelle non in uso saranno messe in sicurezza e monitorate dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea). Tutti gli impianti nucleari iraniani saranno soggetti a ispezioni periodiche dell’Aiea. Per 15 anni, l’arricchimento non potrà superare il 3,67%, le scorte di uranio arricchito saranno ridotte da 10.000 kg a 300 kg e non potranno essere costruite nuove strutture dedicate alla sua produzione. Teheran riprogetterà il reattore ad acqua pesante di Arak in modo che non produca plutonio per uso militare. Quello già presente sarà trasferito all’estero.
Le sanzioni economiche imposte dall’Ue e dagli Usa saranno sospese quando la Aiea avrà verificato il rispetto degli obblighi previsti nell’accordo. Quelle dell’Onu sul nucleare saranno abolite simultaneamente con il completamento, da parte dell’Iran, di tutte le azioni previste nell’accordo. Le sanzioni potrebbero essere nuovamente adottate qualora gli accordi non siano rispettati. I provvedimenti economici posti in essere dagli Usa contro l’Iran relativi al terrorismo, alla violazione dei diritti umani e allo sviluppo del programma missilistico balistico resteranno in vigore.
I dettagli tecnici dell’accordo dovranno essere definiti entro il 30 giugno.
Per comprendere l’importanza di questi negoziati è opportuno analizzare le conseguenze che la loro conclusione avrebbe per gli equilibri geopolitici in Medio Oriente. In particolare per quanto riguarda i rapporti dell’Iran con l’Arabia Saudita, suo principale rivale, e con Israele, che considera la Repubblica islamica una minaccia alla sua esistenza. Nel confronto tra Riyad e Teheran, la religione è uno strumento di legittimazione del potere più che la causa dei conflitti.
Le partite regionali
L’Arabia Saudita, alleato degli Usa, teme l’ascesa dell’Iran nella regione lungo l’asse sciita con i governi di Iraq e Siria. Questa è una delle ragioni che ha spinto la Casa dei Saud a sostenere i ribelli – e i jihadisti – disposti a rovesciare il regime di Damasco. Questa strategia ha messo in difficoltà il presidente siriano Bashar al-Asad, ma non ne ha segnato la fine. In più, ha agevolato l’ascesa dello Stato Islamico (Is) del “califfo” Abu Bakr al Baghdadi e permesso l’arruolamento nelle sue fila di circa 20 mila combattenti stranieri, di cui 3 mila dall’Europa. Questi oggi rappresentano una minaccia anche alla sicurezza dell’Europa e degli Usa, come confermano i recenti attentati condotti da alcuni di loro in CanadaBelgio,AustraliaFrancia e Danimarca.
Paradossalmente, presunti antagonisti dell’Occidente come l’Iran e la Siria sono in prima linea insieme ai curdi e all’esercito iracheno (che ha da poco riconquistato Tikrit) nel contrastare l’Is, supportati dai raid aerei della coalizione guidata da Washington. Questa include proprio l’Arabia Saudita e altri paesi arabi, che interverrebbero volentieri non solo per combattere i jihadisti, ma anche per rovesciare Asad. Quest’ultimo sta raccogliendo i frutti della scelta fatta nel marzo 2011, all’inizio delle rivolte contro il suo regime: reprimere le manifestazioni anche se pacifiche, favorendo una radicalizzazione dello scontro che ha fatto da terreno fertile per la diffusione del jihadismo. Ora Asad si dipinge come baluardo contro al Qaida e lo Stato Islamico, ma questi gruppi terroristi devono molto alle decisioni prese da Damasco negli ultimi anni.
In tale contesto, il caos che regna oggi in Yemen non è casuale. Qui, da oltre una settimana Riyad guida una coalizione sunnita nei raid aerei (con l’appoggio logistico e d’intelligence degli Usa) contro i ribelli sciiti huthi. Dopo aver conquistato Sana’a, questi hanno continuato la loro avanzata verso Sud, sostenuti dall’Iran. L’intervento di Riyad si spiega proprio con il timore che la tessera yemenita si incastri nel mosaico di Teheran.
Non è un caso che durante il summit della Lega araba, tenutosi nei giorni scorsi, i leader dei ventidue paesi partecipanti abbiano espresso nuovamente l’intenzione di creare un esercito arabo. La realizzazione di tale progetto, già paventata in passato ma al momento improbabile, mirerebbe a contrastare l’influenza regionale iraniana. Il governo iracheno, vicino a Teheran (ma sostenuto anche da Washington), ha ovviamente mostrato delle riserve sulla sua creazione.
Israele non crede alle intenzioni pacifiche del programma nucleare dell’Iran e non ha escluso di attaccarlo qualora questo fosse vicino alla costruzione della bomba atomica. Inoltre, il difficile rapporto tra il presidente Usa Barack Obama e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ormai ai minimi storici, preoccupa Gerusalemme, che teme che Washington si disinteressi della regione. “Se Netanyahu cerca un modo efficace per assicurarsi che l’Iran non abbia l’atomica, questa è la miglior opzione”, ha detto Obama per commentare l’accordo raggiunto a Losanna.
In patria, l’inquilino della Casa Bianca dovrà fare i conti con i repubblicani, che si oppongono al negoziato con Teheran. Questi, essendo in maggioranza sia alla Camera sia al Senato, controllano il Congresso e potrebbero ostacolare l’approvazione dell’accordo finale.
Quanto stabilito a Losanna è senza dubbio un fondamentale passo avanti verso la positiva conclusione dei negoziati, ma non ne garantisce il raggiungimento. Se il 30 giugno verrà siglato un accordo definitivo, potrebbe proseguire il disgelo tra Usa e Iran, complicando i rapporti che legano la Casa Bianca a Israele e Arabia Saudita e incidendo sull’andamento della competizione regionale tra quest’ultima e l’Iran. In uno scenario simile, un aumento della tensione in Medio Oriente è più che un’ipotesi.

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