Crea sito
AssoBirra AssoDj birra Dj Economia fisco Italia musica news pressione fiscale Sensation Italy Senza categoria tasse

La metà della birra se la “bevono” le tasse



Di Antonio Signorini

Le rivoluzioni partono dalle piccole cose. L’indipendenza americana iniziò con quello che i contemporanei classificherebbero come un happening situazionista anni Settanta oppure un più attuale flash mob .

Un manipolo di coloni stufi del dominio britannico si presentò nel porto di Boston. Erano vestiti da indiani, nel senso di nativi, e si misero a gettare casse di prezioso tè della Compagnia delle indie nell’Oceano. Quella italiana forse non sarà segnata da una bottiglia di birra anti tasse o da una raccolta di firme dei disc jokey .
Però il fatto che si muovano settori così refrattari a ideologie e quindi non sospettabili di finalità politiche, non può che fare riflettere su un sistema fiscale che si propone di orientare il comportamenti dei contribuenti attraverso stangate fiscali. Che arriva a sanzionare i gusti in fatto di bevande e anche di musica e finisce per penalizzare chi produce, crea lavoro e ricchezza per tutti.
Ieri la protesta di AssoBirra in piazza Montecitorio. I produttori si sono distinti offrendo ai passanti una bottiglia da collezione. Una chiara con un’etichetta anti tasse. «Fisc-Ale, la birra che paghi due volte». L’obiettivo è fare sapere agli italiani che quando si bevono una chiara o una weiss , magari per accompagnare una pizza, lasciano al fisco la metà del prezzo pagato. Molto più di quanto pensino. Soltanto il 27% (3 su 10) sa che vengono applicate delle accise alle bevande alcoliche mentre quasi nessuno sa di pagarle quando beve una birra (5%).
Insomma, 9 italiani su 10 – sottolinea AssoBirra – quando bevono una birra, non sanno di pagare un balzello che in 15 mesi sono aumentati del +30% e rischia di crescere ulteriormente, grazie alle varie clausole di salvaguardia che pendono. Una toppa che i governi applicano sempre più spesso a leggi con coperture traballanti. Gli italiani pensano che la pressione fiscale sulla birra sia sotto il 50%, mentre «oggi un sorso su due della nostra birra», spiegano i produttori, «se lo beve il fisco!».
A sostegno della campagna AssoBirra ha lanciato il tag #rivogliolamiabirra «con l’obiettivo di ridare slancio alla nostra battaglia per far ridurre questa tassa tanto odiata». Le adesioni sono raccolte online in un sito: www.salvalatuabirra.it .
Situazione molto simile anche sull’intrattenimento musicale. Qualche giorno fa, la notizia che uno dei più importanti festival mondiali di musica elettronica da ballo, il Sensation Italy , è stato cancellato per un eccesso di tasse. Ora le associazioni dei disc jokey hanno promosso una petizione per cambiare il regime fiscale che – sempre a fin di bene – fa pagare alla musica registrata, quindi anche a quella elettronica, quasi il 50%, quindi il doppio rispetto a quanto paga quella live.
Spiegano le associazioni A-Dj, Aid, Anpad, AssoDj, Silb-Fipe che hanno promosso la raccolta di firme: «Organizzare un evento musicale con un Dj è più oneroso, da un punto di vista amministrativo e tributario, di quanto lo sia uno con un artista che suona dal vivo». L’effetto è che i disc jokey italiani vengono pagati meno dei colleghi che hanno la fortuna di lavorare altrove. Per sfuggire, emigrano, insieme agli imprenditori dell’intrattenimento. A scapito, di chi vuole ballare e anche del fisco.

Related posts

Tavolette di Tartaria: il sistema di scrittura più antico del mondo, nato in Europa

informazione-consapevole

LA BCE PROPONE UN UNICO MINISTRO ECONOMIA EUROPEO.

Commessa dei jet all’Italia? La Corea del Sud si arrabbia con Israele

informazione-consapevole