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La mente “esterna”, quanto siamo simili alle amebe?

Il Physarum polycephalum è capace di ricordare i percorsi che ha già fatto lasciando segnali chimici nei punti in cui è già passato. Una forma di memoria esterna

Di Davide Baventore
http://www.psicologiasistemica.net

L’idea che si possa pensare la mente esterna al corpo è sicuramente poco intuitiva per chi, come noi, è cresciuto in una cultura individualista e dunque una concezione della mente come interna al soggetto.
Il nostro modo di vivere, di organizzarci, di parlare fa, sempre, implicitamente riferimento ad un’immagine individuale e intrapsichica dei processi mentali. Come a dire che se faccio, dico o penso qualcosa è completamente una mia responsabilità e così vale per gli altri. Anche alcuni degli orientamenti  più diffusi in psicologia e psicoterapia utilizzano un modello di mente simile a questo.
In controtendenza però alcuni psicologi e filosofi della mente promuovono un’idea diversa, quella di una mente “distribuita”, ad esempio Barbara Rogoff:

L’idea che i processi cognitivi siano distribuiti tra l’individuo, gli altri e gli strumenti e le istituzioni culturali può essere difficile da comprendere se si assume che il pensiero risieda interamente nelle menti degli individui. La prospettiva dello sviluppo come partecipazione dinamica ad attività socioculturali rifiuta il principio che esista un confine arbitrario tra l’individuo e il resto del mondo, ritenendo che esso abbia provocato complicazioni inutile nello studio dello sviluppo cognitivo e ostacolato la comprensione del rapporto tra processi individuali, interpersonali e comunitari.

Questa concezione può essere ricondotta nell’ambito delle posizioni’ “esternalisteche sostengono che la mente non dipenda solo dai processi chimico-elettrici che hanno luogo nel cervello e nel sistema nervoso ed è alla base anche della psicologia sistemica.
A promuovere questa visione originale dell’intelligenza contribuiscono alcune ricerche sugli “slime molds”, organismi unicellulari che hanno la capacità di mettersi assieme per creare un unico ammasso di cellule che funziona similmente ad un organismo.
A quanto emerge da una di queste ricerche, condotta da scienziati australiani e ripresa dalla BBC, pare che questo organismo (Physarum polycephalum) – decisamente privo di cervello e di sistema nervoso – possa mettere in atto comportamenti “intelligenti” tanto da far affermare a Chris Reid, uno degli autori dell’articolo:

Per essere un organismo monocellulare ha continuamente sorpreso i ricercatori con le sue abilità, come quella di capire i  labirinti, anticipare eventi ripetitivi, e persino prendere decisioni irrazionali come facciamo noi. E’ una creatura davvero notevole e sta ridefinendo la nostra nozione di intelligenza.

La ricerca mette infatti in evidenza come il physarum policephalum sia in grado di “memorizzare” i Il physarum è in grado di superare l'ostacolo per raggiungere il cibopercorsi migliori per raggiungere il cibo anche quando tra i due sia posto un ostacolo. L’organismo, che è informe, allunga i suoi tessuti nell’ambiente alla ricerca di cibo: dove l’ambiente è favorevole il tessuto si muove velocemente mentre si ferma o si ritira quando percepisce un ostacolo o qualcosa di nocivo.
Se l’area esplorata non è interessante il physarum lascia una traccia chimica come marcatore che dice “qui sono già passato” e in questo modo, per prove ed errori, arriva al suo obiettivo, il cibo. Le tracce chimiche però costituiscono una forma di memoria, che rende le prestazioni di questa cellula molto migliori che se si muovesse a caso.
In questo caso si può parlare di una sorta di memoria esterna, e dà un’idea di come l’ambiente esterno e i segnali che esso contiene contribuiscano a creare una forma d’intelligenza che si crea nella relazione tra organismo e contesto.
L’idea ricorda alla lontana la teoria dei vincoli ed inviti che Donald Normal (nel suo libro La caffettiera del masochista) ipotizza per gli oggetti d’uso quotidiano, il cui design (se ben fatto) è capace di suggerirci cosa ci possiamo fare e cosa no, contribuendo così a renderci intelligenti o stupidi.
La sua capacità di trovare percorsi brevi è così alta che un altro gruppo di scienziati giapponesi l’ha utilizzato per  verificare la bontà della rete ferroviaria che collega tokyo ai centri urbani circostanti e verificando che l’organismo ha effettivamente costruito una struttura molto simile al network ferroviario realmente esistente!
Un'immagine che mette a confronto la "rete" di braccia della cellula e la struttura della rete ferroviaria di Tokyo

Fonte:http://www.psicologiasistemica.net/wp/2012/10/10/la-mente-esterna-quanto-siamo-simili-alle-amebe/

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