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La Malattia e lo studio del corpo umano nell’Antico Egitto

Di Alessandro Orlandi

Sarebbe importante riflettere su cosa è la malattia (sia fisica che psichica) e su cosa significa curarla. Ai nostri occhi la civiltà dell’antico Egitto era ossessionata dall’idea della morte e dominata dall’imperativo di ancorare la consapevolezza umana a questo piano di esistenza, anche dopo il passaggio nell’al di là. Per questo motivo gli antichi egizi mummificavano i corpi e gi organi interni, ritenendo che la mummia di un defunto potesse funzionare come “ancoraggio” per le altre parti sottili che costituiscono un essere umano (in alcuni casi questa funzione veniva svolta da una statua che riproduceva fedelmente le fattezze del defunto) e l’inumazione era preceduta da riti magici che favorivano tale ancoraggio, assieme ad offerte, reali e simboliche, e a scritte ed immagini, nel luogo di sepoltura, che dovevano servire al defunto per ricordarsi di sé e impedire la disgregazione dei suoi corpi sottili. Se oggi è impossibile fare nostra questa visione e questa escatologia della morte, che ha dominato un’intera civiltà per più di tremila anni, mi sembra profondamente istruttivo riflettere sul modo in cui quella lontana civiltà considerava le componenti materiali e sottili del corpo umano e le relazioni causali tra cura e malattia.<

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Nell’Antico Egitto si credeva che le componenti del corpo umano fossero nove:

 1) Il corpo fisico, detto Sekhu o Khat, destinato alla decomposizione. Tutte le componenti sottili vi risiedono durante l’esistenza in vita.

 2) Il Ka, che alcuni hanno chiamato “Doppio”, Contiene i ricordi e i sentimenti della vita terrena ed assomiglia all’uomo di cui è parte come una goccia d’acqua. L’idea moderna che si avvicina di più a riassumere tutte le proprietà che gli egiziani attribuivano al Ka, è la forma-pensiero di sé stesso che ognuno di noi coltiva durante la vita. Dopo la morte poteva rientrare nel corpo mummificato o in una statua che raffigurasse le fattezze del defunto.

3) Il Ba. Rappresentato da un uccello dalla testa umana o da una cicogna, si avvicina all’idea che oggi abbiamo di Anima. E’ l’intelletto/logos, responsabile della memoria archetipica, la parte dell’uomo in contatto con gli déi, determina la personalità, ma dopo la morte deve essere fatto oggetto (come d’altronde il Ka) di offerte, reali o simboliche e allora può tornare ad unirsi al corpo mummificato.

 4) L’Ib o Ab (cuore). Sede delle emozioni e dell’intelligenza, della memoria e del sapere, unico organo lasciato al proprio posto dopo l’imbalsamazione. Pesato da Anubis e da Maat dopo la morte, veniva divorato da Ammitt se il verdetto era negativo.

 5) Il Ren, o nome segreto. E’ la componente dell’uomo che continua a dargli vita, finché viene pronunciato da Ptah. Il suo “nome segreto” fa parte della personalità di un individuo, ne è una manifestazione, chi dovesse conoscerlo avrebbe totale potere su di lui.

 6) Akh, o Khu, o Sahu. Raffigurato con un ibis è un elemento spirituale e luminoso che dopo la morte si ricongiunge con il Creatore, salendo a brillare come una stella. Mentre il corpo appartiene alla terra, l’Akh appartiene al cielo e la sua direzione è l’Oriente. E’ il legame dell’uomo col mondo divino, che si riflette nel Ba. Se le parti sottili dell’uomo si riuniscono dopo la morte, da origine al “corpo glorioso”.

7) Il Khaibit, o Khabbit, o Sheut, o Shuyt. E’ l’Ombra, di colore nero, presente sempre in ogni essere umano. All’opposto del Ka, che tende a conservare tutte le caratteristiche positive, è l’emanazione di tutti gli aspetti negativi, le forme-pensiero emanate dal soffermarsi sulla rabbia, sull’ira, sulla frustrazione, sull’invidia, sulla superbia, sulla paura, sull’avidità etc. E’ il collegamento tra il corpo e gli elementi incorporei dell’individuo, la parte più vicina al mondo fisico dopo il corpo materiale. Responsabile della manifistazioni spiritiche.

8) L’Heka. E’ l’energia espressa come “potere della magia”. Si tratta di una forza soprannaturale che ogni uomo può ricevere dalla dea Uret-Hekam, “colei che è grande in magia”. E’ la forza che rende possibile l’esistenza di ogni uomo e, a volte, gli consente di dialogare con il mondo divino e perfino di influenzarne il corso.

9) Il Sekem: è l’energia, la forza, la potenza e la luce di una persona defunta. Si tratta di tutte le energie che si generano dall’unione delle parti fisiche e spirituali di un essere vivente, che possono essere tenute insieme solo impedendo la disgregazione dei corpi dell’uomo dopo la sua morte. Tornando al rapporto tra cura e malattia, gli antichi egizi avrebbero detto che ci si può ammalare perché solo il corpo fisico è affetto da malattia, oppure ci si può ammalare perché si è squilibrato, in relazione agli altri, uno, o più di uno, dei corpi sottili che ci costituiscono, il che si riflette immediatamente sul corpo fisico e sulla mente, ma non è partendo dal corpo fisico o dalla mente che il problema può essere risolto. I nostri medici si occupano solo di curare il corpo fisico e, nella “migliore” delle ipotesi, l’Ombra (posto che la psicanalisi arrivi a “toccarla”). Per un egiziano antico era invece evidente che L’Akh guarisce il Ka e il Ba, e che il Ka e il Ba guariscono il khat e il khabbit, cioè il corpo fisico e l’Ombra. La nostra civiltà, cieca e materialista, ha dimenticato chi siamo veramente. Sapremmo e ricorderemmo quali sono le origini del potere di guarigione di immagini, miti, fiabe e simboli, se solo credessimo ancora nell’invisibile…

FONTE:Abraxas-marzo 2015-“La malattia e i corpi degli uomini nell’Antico Egitto, pg 27-28
http://www.fuocosacro.com/pagine/abraxas/abraxas19.pdf

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