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La “guerra delle etichette” nel dibattito politico

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Di Massimo Mazzucco
Il livello del dibattito politico sta crollando rapidamente, in tutto il mondo. Da qualche anno ormai assistiamo ad un inesorabile decadimento dei contenuti nella discussione politica a livello di mainstream, negli Stati Uniti come in Europa.
In America, Ted Cruz attacca Donald Trump dicendo che è un “pagliaccio e un incapace”. Trump gli risponde dicendo che Cruz è un “mentitore seriale”, e che “mia moglie è molto più bella della tua”.
In Italia, Cuperlo attacca la Boschi dicendo che lei “vota come Verdini”, e lei risponde che Cuperlo “vota come Casapound”. Praticamente, il primo dà alla seconda della “traditrice ideologica”, la seconda dà al primo del nazifascista.
Già da tempo, la sinistra del PD ha appiccicato a Renzi l’etichetta di “nuovo Berlusconi”, mentre Renzi ha appiccicato ai suoi nemici l’etichetta di “gufi”.

Da prima ancora, il PD ha appiccicato al Movimento Cinque Stelle l’etichetta di “antipolitica”, mentre i Cinque Stelle hanno risposto appiccicando al PD l’etichetta di “amici dei banchieri”.

Idem per il dibattito sull’immigrazione, che ormai è diventato uno scontro sterile fra coloro che etichettano i loro avversari come “buonisti”, e questi ultimi che etichettano i primi come “xenofobi”.
Insomma, si potrebbe andare avanti con nuovi esempi all’infinito, ma il concetto mi sembra chiaro: mentre i contenuti scendono a zero, il ricorso alla “etichettatura” è ormai diventato un’arma irrinunciabile nel dibattito politico. Questo a sua volta si è trasformato in una specie di battaglia quotidiana fra tweet e contro tweet.
TITOLO ARTICOLO ORIGINALE:”La guerra delle etichette”

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