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La guerra della disinformazione

Di Marina Forti 

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Il movimento ambientalista sta perdendo punti: soprattutto sta perdendo la battaglia dell’informazione, in un’epoca di disinformazione rampante. A dirlo non è un detrattore dell’ambientalismo: al contrario, è uno che ha avuto un ruolo di punta nel moderno movimento ambientalista, negli Stati uniti e su scala globale. Negli ultimi 40 anni James Gustav Speth ha lavorato con organizzazioni non profit, università del calibro di Yale, e come consigliere in amministrazioni democratiche degli Stati uniti. Nel 1970, da giovane avvocato, è stato tra i co-fondatori del Natural Resources Defence Council (che oggi ha uno staff di 300 legali e attivisti) e nel 1982 è stato tra i fondatori del World Resources Institute. Durante l’amministrazione Carter ha presieduto il «Consiglio sulla qualità ambientale» presso la Casa Bianca, che ha redatto il «Global 2000 Report to the President»: era la prima volta che un presidente Usa chiedeva uno studio sulle sfide ambientali del futuro, e quel rapporto è rimasto un riferimento. Speth ha lavorato in seguito con il Programma Onu per lo sviluppo (Undp); oggi insegna alla Vermont Law School.
E’ dall’alto di questa esperienza che Gus Speth parla di fallimento della comunicazione ambientale, in una intervista pubblicata dal Bullettin of the Atomic Scientists. Oggi, dice, il cambiamento del clima è di gran lunga la più grave minaccia alla salute umana e ambientale: «Ma qualcosa di più grave e profondo sta accadendo nella nostra società», aggiunge: «Indicare un gruppo di fattori specifici al cambiamento del clima è quasi fuorviante, perché se guardate a qualunque delle grandi sfide ambientali, quasi senza eccezione siamo messi peggio di 30 anni fa quando abbiamo pubblicato il Global 2000 Report». Quel documento delineava i grandi problemi del prossimo secolo (questo), dal clima alla scarsità di energia, la perdita di biodiversità, e un sistema economico che fagogita risorse naturali a un ritmo insostenibile, e faceva una serie di previsioni di crisi incombenti: «Si sono verificate, quasi tutte». E non si tratta solo di crisi ambientali, insiste Speth, «il problema corre ben più profondo». Anche i ricchi Stati uniti, dice, «hanno perso terreno su una serie di indicatori internazionali, non solo ambientali – come le emissioni di anidride carbonica o il consumo d’acqua – ma anche indicatori come l’aspettativa di vita, il tasso di povertà e le diseguaglianze economiche». 
Ma torniamo al punto: il cambiamento del clima, l’esaurimento delle risorse etc sono crisi esplosive: eppure non muovono né il pubblico né i governi. Perché? In parte, dice Speth, «perché non sono percepite come questioni di vita quotidiana», come lo erano invece le questioni degli anni ’70, l’inquinamento dell’aria e dell’acqua. In parte perché sono «molto più complicate».
«C’è stato un momento, più o meno quando è circolata “la scomoda verità” di Al Gore, in cui tutti erano convinti che bisognava agire. Barack Obama che Hillary Clinton parlavano di questo nella loro campagna. La Camera dei rappresentanti ha approvato una legge sul clima: per la prima volta da 30 c’era un consenso», nota Speth. Poi però non è successo nulla (e quella legge sul clima non è neppure arrivata al senato). Perché? Secondo Speth, perché «è stata costruita una reazione», una campagna comunicativa per instillare nei cittadini americani la convinzione che attuare misure per contrastare il riscaldamento del clima avrebbe «creato un governo troppo grande» (una vera ossesisone per la destra negli Usa, ndr), avrebbe fatto salire i prezzi dell’energia, ostacolato la ripresa dell’economia». E’ stata «una campagna di disinformazione ben finanziata», che è infine «confluita nel movimento del Tea Party»: così ora il Congresso è pieno di «negazionisti del clima». E in tempi di tagli al bilancio, non è difficile prevedere che la spesa per i controlli ambientali, o i programmi di energie alternative, saranno tra i primi a dimagrire…



Da Il Manifesto

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