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La Fine dell’Egitto secondo i Maya

Di Sherif El Sebaie
http://salamelik.blogspot.com/

Il calendario maya non c’entra niente, ma immaginate che vi venga prospettato di vivere (non tanto voi, quanto i vostri discendenti) per un secolo nella situazione in cui si è trovato l’Egitto nell’ultima settimana. Con un governo che prende decisioni che si rimangia la sera stessa in cui sono state emanate (“I negozi chiuderanno alle dieci di sera”. “No, non è fattibile”/ “Le tasse aumenteranno domani”, “No, ci abbiamo ripensato”/ “Il procuratore generale appena nominato ha rassegnato le dimissioni”, “No, le ha ritirate”), una persistente guerriglia urbana tra laici e islamisti con  i primi che assediano le moschee e gli altri che invitano a separare tra “province di credenti” e “province atee”, con la disdetta del 70% dei gruppi turistici che dovevano trascorrere le vacanze in Alto Egitto e perdite di quasi 200 milioni di dollari per settimana da febbraio 2011, con gli investitori esteri che fuggono a gambe levate e l’FMI, l’UE, i governi creditori che trattengono i prestiti e non cancellano i debiti in attesa che l’Egitto torni ad essere “stabile”. Non vi sembrerebbe che vi stiano prospettando la fine del mondo?

Ma perché proprio un secolo? Ve lo spiego subito: nelle dichiarazioni dell’ex ambasciatore italiano al Cairo qui analizzate l’altro giorno, c’è stata un’ unica affermazione corrispondente a verità: l’Egitto tende verso la stabilità. La domanda è quale stabilità e dopo quanto tempo? A studiare la storia egizia infatti, salta subito agli occhi che l’Egitto ha sempre alternato momenti di stabilità a momenti di instabilità: i cosiddetti “Periodi intermedi”. La cosa curiosa è che, puntualmente, gli egiziani sono sempre tornati ad essere governati da qualche dinastia di faraoni identica a quella che avevano rovesciato. Stesso cane con un guinzaglio diverso, come recita un proverbio uruguayano. Peccato che i periodi di sfaldamento del potere centrale che separavano una dinastia dall’altra duravano in media qualche secolo. C’è poco da consolarsi col fatto che si tratta di “normali disordini post rivoluzionari”, che è una “fase storica obbligata” e che prima o poi sorgerà “il sol dell’avvenire”. I venditori di souvenir, i conduttori di calesse, i tassisti cairoti vivono qui ed ora: se foste voi al loro posto, siete proprio sicuri che non avreste avuto nostaglia di un passato stabile, sapendo che molto probabilmente i vostri figli, nipoti e bisnipoti potrebbero rimanere invischiati in questo disastroso caos solo per ritrovarsi al punto di partenza?

I cosiddetti “Figli di Mubarak”, apparsi su Facebook all’indomani della rivolta di Piazza Tahrir con la pagina “Presidente, chiedo scusa”, contavano due anni fa 500 aderenti. Oggi sono in 691.000. E’ proprio questo aumento esponenziale di iscritti a svelare la portata del disastro egiziano. Il 12 dicembre scorso anche il magnate americano Donald Trump ha scritto sul suo account twitter: “L’Egitto è un totale disastro. Avremmo dovuto sostenere Mubarak invece di gettarlo via come un cane”. Quello che i nostalgici non capiscono è che il vecchio rais ha “fatto il suo tempo”. Però mettiamoci nei panni di questi ultimi: al di là del caos in cui versa l’Egitto, che non può essere liquidato con il classico “Quando c’era lui, i treni arrivavano in orario”, diamo a Mubarak quel che è di Mubarak. Piaccia o meno infatti, la differenza tra l’anziano rais e gli altri governanti dell’area, travolti dall’onda lunga della cosiddetta “Primavera araba”, è lampante.

Mubarak è stato l’unico leader del Medio Oriente ad aver accettato di mollare l’osso senza scatenare i settori a lui fedeli dell’esercito e a non essere scappato con la cassa all’estero quando ancora poteva farlo: Il presidente dello Yemen si è abbarbicato alla poltrona per un anno fin quando non si è garantito l’immunità totale. Ben Ali ha caricato un aereo con tonnellate di lingotti d’oro ed è fuggito in Arabia Saudita, i cui tank sono stati in seguito richiamati per mantenere in sella la dinastia del Bahrein. Assad è ancora oggi impegnato in una feroce repressione, che non ha niente da invidiare a quella di Gheddafi, il quale aveva ingaggiato mercenari dell’Africa subsahariana per schiacciare la ribellione eterodiretta dall’estero.

Confrontato a quelli sopracitati, Mubarak si è comportato da signore: non solo si è fatto da parte senza trambusto e si è fatto processare in Egitto, ma aveva anche previsto nel suo ultimo discorso che i giovani rivoluzionari sarebbero stati i primi a rimanere delusi dagli esiti della loro rivoluzione, sia sul piano economico che politico. Non a caso Khaled Youssef, regista egiziano di fama internazionale, attivista rivoluzionario e storico oppositore di Mubarak ha dichiarato su Twitter: “Maledetti i Fratelli musulmani che ci hanno reso incapaci di sostenere lo sguardo dei “Figli di Mubarak””. E pazienza se quest’ultimo “si stava scaccolando” al processo. Cosa che, secondo un’ improvvisata osservatrice della politica cubana, “Castro non avrebbe mai fatto nella stessa situazione”. Ma io non posso certo smentire un’analisi cosi profonda: non sono mica un esperto di caccole.

Fonte:http://salamelik.blogspot.com/2012/12/la-fine-dellegitto-secondo-i-maya.html

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