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La “discriminazione economica” dei “brutti”


Di Giorgio Arfaras

Si può trovare una logica anche per i comportamenti più strambi? Sicuramente sì, e si può farlo tramite l’analisi economica, in barba a chi afferma che nella scienza grigia non si possano fare delle previsioni. Ci sono diversi quesiti a cui l’economia può dare una risposta. Uno di questi è: i brutti sono discriminati? Se la risposta, come vedremo, è sì, allora si passa alla seconda domanda: perché non sorge un movimento contro la discriminazione “estetica”?
Si prendano i curricula mandati alle aziende e si osservi chi vede accettato e chi respinto il  proprio curriculum. Quando si hanno le fotografie dei candidati – oppure, se non le si hanno, le si cerca  nella Rete -, si chiede a un campione di persone esterno sia ai mandanti CV sia alle aziende riceventi chi è “brutto” e chi è “bello”. Il 90% delle persone ha chiaro in mente chi è “brutto”, ossia alcuni sono definiti brutti dal 90% degli intervistati. In altre parole, esiste un canone estetico dominante.
Si scopre che le aziende assumono in maggior numero quelli che possiamo definire come “non- brutti”. In particolare, il tasso di assunzione delle donne brutte è inferiore al tasso di assunzione secondo altre caratteristiche, come per esempio il colore della pelle. Insomme le brutte sono decisamente discriminate. Quanto fin qui detto si basa su uno studio che si occupa dell’Italia (1), ma dei risultati simili si hanno anche in Australia, Canada, e Stati Uniti (2). In effetti, è difficile che la commessa di un negozio glamour sia scelte fra le donne brutte. Per il back-office il criterio estetico non dovrebbe valere, eppure…
Insomma, i brutti e le brutte non piacciono. Possiamo d’ora in poi – per political correctness – definire i brutti come “diversamente belli”. Come mai le discriminazioni per razza e quelle per comportamenti sessuali sono state messe all’indice? Perchè ci sono stati i movimenti degli afro-americani prima e degli omosessuali poi che hanno spinto la pubblica opinione verso la non-discriminazione. I “diversamente belli” dovrebbero quindi trovare un Martin Luther King o un Harvey Milk alla testa dei loro cortei, mentre chiedono il riconoscimento delle stesse opportunità.
Si potrebbe volgarmente ironizzare osservando che i “diversamente belli” difficilmente andrebbero in corteo per sottolineare con orgoglio la propria diversità. Il (la) leader dei brutti poi non potrebbe essere un bello (bella), proprio come il leader degli afro americani non poteva essere un WASP.  In altre parole, l’obiezione è che i brutti si vergognano di essere brutti – sia se leader sia se gregari – e perciò non possono emergere come movimento.
Si potrebbe obiettare che una cosa simile avveniva anche per gli omosessuali. Si potrebbe di nuovo ironizzare – questa volta non volgarmente – osservando che i “diversamente belli” non sono dei “peccatori”, come molti ancora pensano che siano gli omosessuali. Anzi, i brutti potrebbero essere fra “gli ultimi che possono diventare i primi”. Per questa ragione – di profonda matrice religiosa – i brutti non sono “moralmente” discriminati, ma lo sono solo “di fatto”. Perciò i brutti, che non hanno un nemico esplicito con cui scontrarsi per definire per differenza la propria identità, alla fine non riusciranno a farsi movimento.

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