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La differenza tra l’essere buoni e l’essere buonisti


Di Ezio Scaramuzzino

Da qualche tempo si parla un po’ dappertutto di “buonismo” e “buonista”, spesso in accoppiata con “radical chic” e quasi sempre  con toni vagamente denigratori o sfottitorî.

Ma che differenza c’è tra l’essere buoni e l’essere buonisti? I buoni sono le persone gentili e premurose, le persone disposte a qualunque sacrificio per aiutare gli altri. I buonisti sono invece quelli che della bontà fanno un uso politico-ideologico. Questi ultimi, quando vogliono, sanno odiare cordialmente i loro avversari, ma utilizzano la bontà come alibi per mettersi la coscienza a posto e per giustificare un permissivismo ecumenico, costituente una delle cause non ultime dell’attuale marasma che rischia di travolgere il nostro stile di vita.

Ad esempio, il buono è quello che offre 5 euro ad una ONLUS per alleviare la fame nel mondo, o colui che è disponibile  a fare il volontario per una causa nobile, o ancora colui che è pronto a prendere personalmente una scopa per ripulire un giardinetto pubblico.

Il buonista invece non è generalmente disponibile a fare queste cose. Egli sostiene che già paga le tasse e che a queste cose deve provvedere, giustamente, lo Stato (con la S maiuscola). 


Il buonista ancora è per il relativismo culturale, ideologico, religioso. Per lui tutte le culture si equivalgono e  tutte le religioni sono sullo stesso piano. In particolare, secondo lui, non esiste un terrorismo islamico  e quelli che sgozzano in nome di Allah semplicemente non sono Musulmani.  Lui non giustifica le  vignette blasfeme su Maometto, anche se giustifica quelle, peggiori,  contro Gesù Cristo. Lui non si sogna di attaccare o di sfottere gli Imam o gli Ayatollah, anche se non si fa scrupolo di dileggiare il Papa.


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