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La critica di Heidegger a Nietzsche su platonismo e nichilismo



Di Alain De Benoist

A partire dal 1936, Martin Heidegger si impegna nella lettura intensiva dell’opera di Nietzsche, opera alla quale, lo stesso anno, consacra un corso universitario di primaria importanza. Seguiranno altri scritti.[1] Il modo in cui Heidegger analizza e interpreta la filosofia di Nietzsche rappresenta una tappa determinante del proprio pensiero.


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Ma queste conclusioni appaiono a prima vista sconcertanti. Heidegger vede nel sommovimento nietzschiano la conseguenza remota del sommovimento platonico, poi cartesiano. Di Nietzsche afferma che è «tanto vicino a Descartes quanto all’essenziale», e arriva fino a definirlo come «il più sfrenato dei platonici». Come può arrivare a una simile diagnosi? È quello che cercheremo di esporre qui di seguito. Proclamando la morte di Dio, rigettando il mondo soprasensibile a tutto profitto del mondo sensibile, dichiarato il solo autenticamente vero, Nietzsche sembra avvicinarsi al dominio delle idee platoniche e proclamare l’inesistenza del mondo antico. (Anche se il grido «Dio è morto» non è affatto il grido di un ateo, ma la constatazione lucida di una morte avvenuta da tanto tempo – e, allo stesso tempo, un grido di rimpianto, che denuncia come autentici «atei» quei credenti la cui fede fu enunciata come una conseguenza della morte di Dio.) Di fatto, Nietzsche si vanta esplicitamente d’avere proceduto ad una «inversione» del pensiero di Platone. E vuol dire, con ciò, di aver ribaltato i termini della sua problematica. Ma questo ribaltamento (Umkehrung) equivale a un superamento (Überwindung)? Non potrebbe essere interpretato più giustamente come un compimento, una realizzazione (Vollendung)? In altri termini, descrivere il mondo sensibile come il «vero mondo», e il mondo ultrasensibile come una mendace fantasia, gli è sufficiente per uscire dal platonismo? «Il rovesciamento nietzschiano del platonismo, aggiunge Jean Beaufret, non risponde a sua volta, nel platonismo, a qualcosa del platonismo che diventa tanto più visibile alla luce del suo rovesciamento?»[2] Heidegger ha più volte sottolineato che opporsi a qualcosa implica quasi ineluttabilmente di partecipare alla cosa a cui ci si oppone. Egli dunque afferma che il «rovesciamento» di Platone a cui procede Nietzsche ha come caratteristica maggiore quella di conservare degli schemi concettuali o delle ispirazioni fondamentali proprie di ciò che intendeva rovesciare. Questo conduce Heidegger ad affermare che Nietzsche resta alla fine nella posizione «metafisica fondamentale», che egli definisce come «la maniera in cui colui che interroga la domanda conduttrice, ossia chi s’interroga su questa domanda, resta lui stesso integrato alla struttura propriamente non sviluppata della domanda conduttrice.»[3] Come procede per condurre la sua dimostrazione? Essenzialmente a partire da una riflessione critica sulla nozione di valore. Questa nozione occupa in effetti presso Nietzsche un posto di primo piano. Essa è alla base della sua critica, come alla base del suo progetto. Nietzsche scrive: «Cosa significa nichilismo? – Che i supremi valori [die obersten Werte] si svalorizzano» (La volonté de puissance, § 2). Il nichilismo proviene da una imposizione progressiva di alcuni di questi valori, giudicati da Nietzsche i più bassi (o i più falsi), nei confronti dei valori più alti (o più autentici). Più precisamente Nietzsche pensa che l’uomo abbia progressivamente proiettato, poi cristallizzato nella propria sfera d’esistenza, dei valori originariamente avuti in prestito dal mondo antico. In ultima analisi, la «svalutazione dei valori» è consistita in una rinuncia dei valori del mondo sensibile in nome di un ideale extramondano (o sopramondano), il quale non è che una falsificazione e un riflesso illusorio del primo; come a dire che il nichilismo proviene da questo dualismo dei due mondi che ha ispirato la filosofia occidentale dopo Platone. Il nichilismo è dato come l’avvenimento fondamentale della storia occidentale; Nietzsche legge dunque questa storia come la storia di una lenta svalorizzazione dei «valori supremi»; il culmine del nichilismo è che niente ha più valore, qu’il n’y a plus rien qui vaut. D’altra parte, per Nietzsche, la Volontà di potenza è il «principio di una nuova istituzione di valori». Il sottotitolo del suo libro parla da solo: «Saggio di una trasvalutazione di tutti i valori». È quindi esclusivamente a partire dalla nozione di valore che Nietzsche concepisce l’ascesa del nichilismo e la possibilità del suo superamento: il nichilismo è consistito nella svalutazione di certi valori; per opporvisi, bisogna istituirne di nuovi (continua).<

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NOTE

 [1] I corsi su Nietzsche, tenuti nel 1936-37, poi tra il 1939 e il 1941, sono stati riuniti all’interno di Nietzsche, 2 vol., Gallimard, 1951. È necessario aggiungere il saggio «Le mot de Nietzsche “Dieu est mort”», servito da base in svariate conferenze fatte per una ristretta cerchia di persone nel 1943, e che è stato raccolto nel volume Chemins qui ne mènent nulle part, Gallimard, 1962, pp. 253-322. Cfr. anche «Qui est le Zarathoustra de Nietzsche?», in Essais et conférences, Gallimard, 1958 et 1980, pp. 116-147 (testo di una conferenza tenuta nel 1953, e sviluppato in maniera più ampia nel volume Was heißt denken?, Tübingen 1954, pp. 19-47 et 61-78).

[2] Jean Beaufret, Dialogue avec Heidegger, vol. 2, Philosophie moderne, Minuit, 1973, p. 195. [3] Martin Heidegger, Nietzsche, op. cit. vol. 1, p. 353.

FONTE:http://www.opifice.it/?p=3143

FOTO:http://www.faculty.umb.edu

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