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La costruzione del mito Indoeuropeo: l’ipotesi di un’origine semita e mesopotamica di esso



La favola dell’indoeuropeo 
di Giovanni Semerano  

Questo nuovo volume di Giovanni Semerano rientra nel ciclo dei suoi lavori che mirano a confermare l’intuizione storica secondo cui un vincolo di fraternità culturale lega da cinquemila anni l’Europa all’antica Mesopotamia, l’attuale Iraq, dove fiorirono le inarrivabili civiltà di Sumer, di Akkad, di Babilonia.
L’elemento di congiunzione tra Oriente e Occidente è Sargon: il fondatore della dinastia di Akkad, nel III millennio a.C. Il testo, brillante e chiaro, offre inoltre ricche informazioni nell’in- tento di proporre una diversa chiave interpretativa a una superata classificazione linguistica, la famiglia del così detto indoeuropeo.
Al lettore vengono esposti originali punti di vista, egli sarà certamente sollecitato dall’idea di percorrere inesplorati sentieri filologici seguendo i passi del più indipendente fra gli studiosi contemporanei che il mondo scientifico italiano possa offrirci.

Vediamo un po qual’è il filo dei ragionamenti svolto dallo studioso.
Si tratta di un grande filologo ed etimologo, ormai ultranovantenne, Giovanni Semerano, secondo il quale la culla delle nostre lingue è la Mesopotamia, dalla quale la cultura, attraverso commerci e migrazioni di popoli, si è irradiata già nel III millennio a.C. verso ovest, nord, sud e nell’VIII sec. a.C. verso l’India.

Questo lungo e paziente lavoro è compendiato in quattro dizionario etimologici pubblicati dall’84 al ’94 dalla casa editrice Leo S. Olschki in Firenze, in cui lo studioso comprova le basi semitiche delle lingue indoeuropee.

Giovanni Semerano per tutta la vita, e forse ancora oggi, è stato osteggiato. In un articolo apparso su Repubblica (14 giugno 2001), che ha per titolo «Il linguista che fa tremare l’Accademia», Umberto Galimberti gli rende merito, come avevano già fatto Massimo Cacciari ed Emanuele Severino, oltre ad altri pochi studiosi stranieri. Ed è stato lui che dopo innumeri rifiuti di editori è riuscito a far pubblicare presso la Bruno Mondadori un suo libro L’infinito: un equivoco millenario. Le antiche civiltà del Vicino Oriente e le origini del pensiero greco.

Le lingue semitiche comprendono fra le principali l’accadico, l’ugaritico, il fenicio, l’ebraico, l’aramaico, l’arabo classico, l’etiopico; e da queste lingue sono derivate tutte le lingue europee antiche e moderne oltre che le lingue slave e tutte le parlate indiane, fra cui, il più noto adattamento è il Brahmi, arrivando persino a comprendervi le lingue amerindiane e quelle polinesiane. Queste sue ricerche sono state sostenute e confermate dalla scoperta nel 1985 ad opera dell’archeologo Vittorio Mathieu delle ventimila tavolette dalla biblioteca di Ebla, in Siria.

Gli studi di Semerano sono partiti soprattutto dai dizionari etimologici indogermanici, nei quali spesso accanto a numerosi lemmi c’era scritto: etimologia sconosciuta. E lui ha voluto affrontare proprio questo sconosciuto e lo ha risolto.

Fra gli infiniti lemmi contenuti nei dizionari di Semerano mi preme, in questi giorni di venti di guerra, sottolinearne alcuni, riducendo all’essenziale l’etimologia.

Ariani deriva dall’accadico aru = andare (cioè nomadismo), da cui l’ebraico aher = forestiero.

Svastica: deriva dell’accadico Sawas = sole e da tebù = avvicinarsi. Scrive a proposito di questa voce Semerano: «Se in passato qualcuno ha potuto fare di un simbolo del sole un oscuro segno di minaccia, oggi la storia disvelata del Vicino Oriente è in grado di dissipare un equivoco tutt’altro che innocente».

Razza: dal neoassiro Harsaa = una razza di cavalli; da cui l’inglese horse = cavallo, il tedesco Ross, l’italiano rozza, cavallo vecchio e pieno di malanni.

York: (da cui New York): deriva dall’accadico agu = acqua, fiume e dall’accadico eberu = traversare l’acqua, da cui il primo nome celtico della città inglese di York: Caer Ebrauc.

Guaglione: deriva dall’accadico qalum = giovane, piccolo; da cui il tedesco klein = piccolo; e la parola etrusca clan che significa servo, garzone.

Jahvè, Giove (Iove): derivano ambedue, il dio biblico e quello pagano, dal tetragramma Jhwh, ebraico Jom, arabo jaum, accadico uwn = giorno, tempesta. «Il grande dio dei nostri popoli è alle origini il Signore delle tempeste e della luce.»

Anima: «Uno dei misteri, che ha pesato sull’anima, investe le origini di inglese soul, tedesco Seele. Si accostò alla base di sea, see di cui si ignorò l’origine. Realmente soul richiama il mondo degli Inferi, che in ebraico è sol; e Seele «anima» e scopre l’interferenza della base di accadico sillu «ombra». Di che cosa può essere ombra l’anima, se non di quella del nostro corpo, il quale in tedesco Leib deriva dal semitico accadico libbu che indica soprattutto gli organi interni dell’uomo, fra cui il cuore, perciò amore in tedesco si dice Liebe, in russo Liuba. Quindi, penso io: se l’anima è l’ombra del corpo, significa che anche l’amore, oltre che evidentemente la morte sono in ombra; delle ragioni dell’amore e della morte dovrebbero tenere conto tutti i signori delle guerre, grandi o piccoli che siano, che nelle loro propagande guerrafondaie mantengono in ombra queste ragioni.

«Come non scorgere che la componente magos di nomi celtici, ad esempio «Rotomagus» (Rouen), «Noviomagus» (Noyon) è della medesima origine del sardo Macomer, cioè semitica? E’ ebraico maqom «stanziamento», «luogo di abitazione». E che altro è la componente Roto-, di «Rotomagus», Rouen, posta sulla Senna, se non semitico accadico ratum, aramaico ebraico rahat? E anche Raetia denota la regione al limite dei grandi fiumi».

Mano: anche l’etimologia latina manus veniva considerata di origine ignota. Deriva invece dall’accadico manu= calcolare. La mano quindi «strumento di calcolo, ragione e uomo, cioè tedesco Mann, Mensch “uomo”, quale essere pensante». 


Questo libro, di certo non salvo da critiche per un tema ancora così forte come quello della cultura indoeuropea che trova i suoi più accaniti paladini sopratutto in taluni ambienti politici e religiosi o accademici più conservatori, sicuramente ci offre numerosi spunti su cui riflettere. 
E’ indubbio che il mito indoeuropeo che abbiamo coltivato e fomentato -spesso con esiti disastrosi- per tutto il secolo scorso stia arrivando a capolinea. Oggi l’archeologia e la filologia ci offrono nuovi orizzonti che gli antiquati studi non riescono più a raggiungere, la linguistica che fu proprio alla base della creazione di questo e di altri miti -come quello celtico- ci propongono nuove interessante teorie alcune delle quali potrebbero stravolgere tutte le nostre vecchie concezioni.
L’uomo europeo, dopo il dogmatismo degli anni passati, torna finalmente a studiare le sue origini e a dare un nuovo significato al suo passato.

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