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La Chiesa di S. Giovanni a Carbonara,un tempio misterico del Rinascimento napoletano


Di Stefano Arcella
Origini storiche e cenni generali
La Chiesa di S. Giovanni a Carbonara, nel centro antico di Napoli, è uno splendido tesoro artistico, testimonianza della fioritura dell’arte e della spiritualità neoplatonica a Napoli fra la prima metà 400 fino al ‘500. Essa è anche un mirabile scrigno di simboli leggibili su diversi piani di interpretazione, da quello allegorico-morale a quello più propriamente spirituale-esoterico. google_ad_client = “ca-pub-1420052409712884”; google_ad_slot = “1767390444”; google_ad_width = 300; google_ad_height = 250;
Bombardata dagli Angloamericani durante l’ultimo conflitto mondiale – sorte comune ad altre chiese di Napoli come Santa Chiara – è stata chiusa al pubblico per molti anni nel dopoguerra ed oggetto di lunghi interventi di restauro che, in parte, sono ancora in atto. Iniziamo dalla sua storia.
Nel 1339, il nobile napoletano Gualtiero Galeota donò agli Eremitani di Sant’Agostino alcune case ed un orto fuori le mura, in un luogo chiamato “a Carboneto”, affinché i frati eremitani vi costruissero una chiesa da dedicare a S. Giovanni Battista. A tale donazione ne seguì un’altra, nel 1343, sempre da parte dello stesso nobile, che con un nuovo atto aggiunse altri orti vicini con case, sempre ubicati “a Carboneto’” affinché fosse edificato un luogo religioso in cui potessero dimorare dodici frati e un priore[1].
La chiesa venne edificata su un poggio che, a quel tempo, era collocato fuori le mura della città, poi ampliate e spostate dagli Aragonesi nella seconda metà del Quattrocento. Essa si trovava a quel tempo, poco fuori la porta di Santa Sofia, da dove poi, il 2 giugno del 1442, entrò vittorioso in Napoli l’esercito aragonese[2].,
Nell’area dell’attuale Via Carbonara, si svolgevano nel tardo Medio Evo, al tempo degli Angioini, tenzoni cavalleresche molto cruente, di cui ci dà notizia il Petrarca, in una lettera datata 1° dicembre 1343, in relazione la suo viaggio a Napoli.[3].
napoli-sacraLa chiesa e l’ospedale della Pietatella
Per curare i feriti di questi tornei, fu edificato, sin dai primi decenni del Trecento, un piccolo ospedale, contiguo alla chiesa di S. Maria della Pietà (detta anche della “Pietatella”), che sorge ai piedi del complesso architettonico e cultuale di S. Giovanni a Carbonara.
Peraltro è poco noto che questo piccolo ospedale e l’annessa chiesa della Pietatella era gestito da una confraternita di laici ed era stato istituito per volere degli Angioini; esempio mirabile di quel fenomeno di avanguardia che fu la laicizzazione di alcune strutture ospedaliere nel regno di Napoli sin dal regno degli Angioini e senza ingerenza ecclesiastica, fatto peculiare non solo rispetto all’alto Medio Evo ma soprattutto rispetto all’Italia centrosettentrionale del Trecento, dove il controllo ecclesiastico sulle strutture ospedaliere continuava a perdurare e i tentativi di una sanità laica davano luogo a conflitti e ricorsi al Papa. Il Regno di Napoli si configurava così come un regno molto avanzato nel senso di una emancipazione dal tradizionale monopolio ecclesiastico delle strutture di sanità pubblica, che erano peraltro polifunzionali, perché comprendevano anche servizi di accoglienza, vitto e alloggio per i poveri e i pellegrini [4].
Un complesso di chiese
La chiesa sorge su un’altura alla quale si accede mediante una scenografica scalinata a tenaglia, progettata e costruita dall’architetto Ferdinando Sanfelice nel primo ‘700, che sostituisce la scalinata più antica ad una rampa visibile nella Mappa di Napoli di Antoine Lafréry del 1566 e lungo la quale sono presenti altre due chiese. Al primo livello, di poco sormontante il piano stradale, in una cavità del poggio (forse una grotta più antica?), si incontra la chiesa della Madonna Consolatrice degli Afflitti (Consolatrix afflictorum) cui, sin dal ‘600, si attribuiscono virtù miracolistiche e taumaturgiche e che ricorda, per le sue peculiarità, la dea Salus dell’antica religione romana.
Sul secondo livello, si ammira il portale della chiesa di Santa Monica, la cui architettura ricorda, in parte, lo stile normanno, le colonne laterali avendo la sembianza delle torri di un piccolo castello, quasi una fortezza posta a difesa di un centro di culto, meritevole di una particolare tutela.
Colpiscono le sculture – collocate verticalmente lungo le due colonnine del portale di Santa Monica – di figure femminili talvolta dalla corona turrita (analogia con la dea Cibele) e associate a simboli quali la croce solare, la torre, la palma o anche, sulla destra, simboli quali la tenaglia che rimandano alle corporazioni professionali del Medio Evo; sono presenti simboli di chiara risalenza pre-cristiana e “solare” intrecciati con simboli e motivi iconografici tipici dell’arte religiosa del cattolicesimo medievale (il rosone, la Madonna col bambino divino, infine il Cristo benedicente). Sulle peculiarità di questa chiesa avrò modo di fare un ulteriore approfondimento.
Orientazione della chiesa e stile architettonico
La chiesa di S. Giovanni a Carbonara nel suo attuale assetto è il frutto di un restauro ricostruttivo che ha parzialmente restituito la fisionomia originaria. Essa si sviluppa sull’asse longitudinale est-ovest, secondo una orientazione tipica di molte chiese medievali e che aveva un preciso senso, sia religioso (era volta verso Gerusalemme) sia di tipo spirituale-esoterico (era orientata verso il sole nascente, ossia aperta alla forza cosmica della Luce). Essa è costituita da un’unica navata centrale, sormontata da un soffitto a capriate lignee e illuminata, ai lati, da finestroni monofori. L’architettura è quella tipicamente gotica, connotata dallo slancio delle colonne del grande arco trionfale che collega la navata al presbiterio. Oltre all’effetto scenico, tale stile suscita nell’osservatore un senso di slancio animico, di elevazione, favorendo il rivolgersi della mente al divino.
Il portale d’ingresso, di stile classicistico, è decorato con lo stemma dei Caracciolo del Sole – un’antica famiglia nobile napoletana: una croce solare, ossia una croce equilatera inscritta in un cerchio, da cui si diramano raggi dalla forma serpentina che ricorda il motivo della spirale serpentina che troviamo anche nel Caducèo ermetico di Mercurio-Hermes nonché nella simbologia della fisiologia occulta dell’uomo nella tradizione indù, per limitarmi solo ad alcuni esempi.
Peraltro tale croce solare ha una significativa analogia con l’antichissimo simbolo della croce celtica, a dimostrazione dell’universalità e della perennità dei simboli, che rimandano ad archetipi, a modelli che Elémire Zolla definiva “energie formanti”, forze plasmatrici della realtà[5].
Cenni sul monumento a Re Ladislao
Appena entrati nella chiesa di S. Giovanni a Carbonara, il visitatore resta rapìto dallo scenografico monumento a Ladislao d’Angiò-Durazzo Re di Napoli (1386 o 1387-1414), edificato per volontà della sorella, la regina Giovanna II. Ladislao fu una delle prime figure storiche a tentare l’unificazione politica dell’Italia sotto un solo scettro, facendo di Napoli il centro propulsore di un processo politico che vide, per ben due volte, all’inizio del ‘400, la conquista della sede papale da parte dell’esercito del Regno di Napoli [6].
Il monumento è alto oltre 15 metri ed è stato definito “la massima espressione in scultura nell’Italia meridionale del Quattrocento” nonché “di impianto architettonico, tale è la mole dell’opera”; esso si articola in tre ordini e si svolge sia in verticale che in orizzontale lungo le pareti dell’abside, come “un enorme polittico dalle ali aperte[7]. E’ poggiato sulle quattro Cariatidi che rappresentano le quattro Virtù platoniche (delle quali, qualche anno più tardi, parlerà Giorgio Gemisto Pletone nel suo Trattato delle Virtù) che testimoniano il fermento spirituale e culturale neoplatonico a Napoli quanto meno a partire dal terzo decennio del ‘400 (1420-1430), ben prima della fondazione dell’Accademia Alfonsina, poi diventata Accademia Pontaniana[8].

Le quattro virtù
Le quattro virtù

Le Quattro Virtù sono – da destra a sinistra – la Magnanimità, la Prudenza, la Fortezza e la Temperanza. Sono rappresentate come quattro figure femminili abbigliate al modo delle Vestali romane (ossia con vesti molto lunghe, un vero e proprio abito sacerdotale) e connotate ciascuna da elementi simbolici che si possono leggere su vari piani: quello morale e quello più propriamente interno, spirituale in senso realizzativo.
Sul piano morale, le Virtù indicano, complessivamente, che non può esservi elevazione interiore e avvicinamento al divino senza un perfezionamento morale che non è fine a sé stesso, ma propedeutico alla realizzazione spirituale. E’ un tema sul quale nel primo Novecento insisteva Rudolf Steinerallorquando diceva: “Un passo avanti nella realizzazione spirituale e tre passi nel perfezionamento morale”, poiché la moralità crea le condizioni di karma positivo (ossia di causa/effetto) per il fine più elevato di avvicinamento al divino[9].
La Magnanimità reca nella mano sinistra una conchiglia in cui spicca un putto alato che brandisce nella mano destra una piccola spada, mentre la mano sinistra è monca e non è quindi pienamente leggibile nel suo significato. Il simbolo della spada ricorda, per affinità iconografica, il Mithra fanciullo che nasce dalla roccia e che regge una spada nella mano destra. Questo simbolo può leggersi come riferimento all’ardore della volontà combattiva del ricercatore spirituale nel suo cammino di realizzazione, mentre la fiaccola che Mithra regge nella mano sinistra esprime il senso del fuoco interiore e della luce di cui il neofita ai Misteri deve essere portatore nel mondo[10].
Il putto alato può leggersi come la liberazione della Forza-Pensiero (ossia il pensiero nella sua radice eterica) dalla gabbia del pensiero dialettico; il pensiero libero dai sensi e dagli strati inferiori della psiche trasforma istinti e passioni nell’ardore della volontà combattiva, il che spiega il simbolo della spada recata nella mano destra del putto, forza che trasforma istinti e passioni in spinta, in slancio della volontà verso l’elevazione interiore.[11]
La Prudenza stringe nella mano sinistra un serpente, a simboleggiare le passioni e gli istinti che sono dominati e trasformati in energia al servizio di un processo di elevazione. E’ bene evidenziare che il serpente è raffigurato vivo, in movimento e ciò ha un preciso senso simbolico, a significare che non si distrugge nulla, ma tutto può essere trasformato e sublimato.
La Fortitudo regge fra le mani una colonna, simbolo di forza interiore e di centratura (è intuibile l’analogia con la fisiologia occulta dell’uomo sia orientale che occidentale, con riferimento al canale energetico centrale e, su un piano cosmologico, all’Axis Mundi). La Temperanza mescola il vino con l’acqua e una parte del liquido raggiunge il cuore, per esprimere il senso dell’integrazione delle due polarità – maschile e femminile – all’interno di ciascun essere umano.

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