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Jeremy Corbyn: la rivoluzione neosocialista del rottamatore della Terza Via di Blair

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Di Andrea Pisauro

Tony Blair inizialmente l’aveva messa così: “se il tuo cuore sta con Corbyn, hai bisogno di un trapianto”. Eppure ad avere problemi di cuore sono davvero in molti se, contro ogni pronostico della vigilia, Jeremy Corbyn, candidato della sinistra interna alla leadership del Labour Party, è ormai il netto favoritonell’elezione che il prossimo 12 settembre incoronerà il leader dell’opposizione al governo Conservatore di Cameron.


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L’imprevista ascesa di Corbyn ha risvegliato l’attenzione su una corsa che si preannunciava noiosa, con un vincitore annunciato, Andy Burnham, molto vicino all’ex leader Ed Miliband e uno scarno dibattito tutto incentrato su quanto spostare il partito al centro dopo la sconfitta a sorpresa nelle elezioni politiche dello scorso Maggio. A rompere le uova nel paniere ci ha pensato il barbuto deputato di Islington North (il collegio di Arsenal), veterano di 66 anni, candidato dalla sinistra interna con poche speranze che fino a due minuti prima della scadenza per la presentazione delle candidature non aveva ancora le 35 necessarie nominations di deputati laburisti. Così mentre la maggioranza del gruppo parlamentare laburista si asteneva nel voto sul Welfare Bill del ministro dell’economia George Osborne, che prevedetagli ingenti al sistema dei benefitCorbyn ha guidato la rivolta dei deputati che chiedevano il voto contrario alla riforma dei Conservatori. La base laburista ha dato prova di apprezzare riempiendo oltre ogni aspettativa dello stesso Corbyn i suoi eventi di presentazione in giro per il Regno Unito.
Una vera e propria Corbyn-mania è esplosa quando i primi sondaggi lo hanno dato 20 punti avanti lo sfidante più vicino ed è cresciuta man mano che la maggioranza dei rami locali del partito ha espresso la propria preferenza per lui. La sua pagina facebook in poche settimane ha surclassato quelle dei rivali e la viralità dell’hashtag #Jezwecan ha fotografato l’enorme aspettativa creatasi attorno alla sua candidatura, specialmente da parte di tanti giovani che scoprono in Corbyn un Labour diverso e più idealista, per il quale vale la pena non solo registrarsi come supporters ma anche attivarsi in prima persona. E se alla vigilia della competizione i bookmakers lo accreditavano delle quote solitamente riservate alle squadre materasso ai mondiali, dopo l’endorsment del sindacato dei dipendenti pubblici Unison è diventato il candidato più quotato anche dagli scommettitori, al punto che nella destra del partito impazza il dibattito su chi sia il candidato ABC, Anyone But Corbyn.
Certamente non sarà Liz Kendall, la candidata blairiana distintasi per avere descritto come estremiste le posizioni di Syriza. La Kendall ha il supporto di David Miliband, fratello e avversario dell’ex leader Ed, e del giovane Chuka Umunna, grande ammiratore del premier italiano Renzi, che si è ritirato all’inizio della contesa. Accreditata di percentuali bassissime, la Kendall ha dovuto smentire la possibilità di un suo ritiro dalla competizione.
Dura anche per Andy Burnham, che nonostante le nominations della maggioranza del gruppo parlamentare stenta a delineare il messaggio portante della sua campagna e se difende l’eredità di Miliband da un lato, cede dall’altro sulla necessità di apparire ancora più responsabile e credibile sul piano economico, sottintendendo con questo più rigore nel contentimento del deficit. Proprio quello che sempre più persone comprendono essere politicamente ed economicamente irresponsabile.
Leggermente più concrete le chances di Yvette Cooper. Partita come outsider, molto competente e non priva di un certo carisma, porta al centro della scena la questione dei diritti e la battaglia femminista per rompere il “glass ceiling” che non ha mai permesso a una donna di arrivare alla guida del Labour Party. Ha ricevutol’endorsment di un apprezzato ex ministro come Alan Johnson e può raccogliere consensi trasversali nel partito.

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