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Iraq. Le ombre sul ritiro Usa

Di Ferdinando Calda <

br />A quasi nove anni dall’invasione, le truppe statunitensi abbandonano l’Iraq. Con la cerimonia dell’ammaina bandiera all’aeroporto di Bagdad, ieri mattina il segretario alla Difesa Usa Leon Panetta ha sancito ufficialmente la conclusione dell’impegno militare statunitense nel Paese.
Spiccano due eventi paradigmatici della situazione nell’Iraq “liberato” dagli Usa: fino all’ultimo la data e la sede della cerimonia sono state tenute segrete per paura di possibili attacchi degli insorti; inoltre alla cerimonia – che teoricamente voleva rappresentare un passaggio di consegne alle forze di sicurezza irachene – non era presente un solo ministro del governo di Bagdad.
Gli ultimi 4mila soldati statunitensi ancora in Iraq lasceranno il Paese entro il 31 dicembre, così come stabilito dallo Status of Forces Agreement (Sofa), l’accordo siglato nel 2008 tra il governo di Bagdad e l’amministrazione Bush, allora a fine mandato. Negli ultimi due anni la Casa Bianca, guidata da Barack Obama, ha cercato in tutti i modi prorogare il Sofa, con l’obiettivo di mantenere nel Paese circa 5mila uomini, ufficialmente con funzioni di addestramento. Ma le trattative con il governo del premier Nouri Al Maliki sono naufragate sull’articolo 12 dell’accordo, che prevede l’immunità giuridica del personale civile e militare statunitense di fronte alla legge irachena. Una misura ritenuta indispensabile da Washington, ma che Al Maliki non è riuscito in alcun modo a far digerire al Parlamento e all’opinione pubblica.
Ad ogni modo, il ritiro dei militari statunitensi non rappresenterà la fine della presenza Usa in Iraq. A Bagdad rimarranno gli almeno 10mila funzionari della mega-ambasciata statunitense, oltre a quelli dei consolati di Bassora e Mosul, affiancati da un esercito di contractors privati destinati alla loro protezione. L’ambasciata Usa a Bagdad è la più grande ambasciata del mondo: una vera e propria città nella città, con propri generatori e pozzi d’acqua autonomi, vasta quasi quanto l’intera Città del Vaticano (42 ettari, contro i 40 dello Stato Pontificio) e sei volte di più del complesso delle Nazioni Unite a New York. Una fortezza protetta da almeno 5mila contractors, che, ovviamente, rimarranno in Iraq anche dopo il 31 dicembre.

I costi della guerra
Durante quasi nove anni di guerra, costati oltre 800 miliardi di dollari, gli Stati Uniti hanno perso quasi 4.500 soldati, mentre 32mila sono tornati in Patria feriti. Ma un prezzo ben più alto lo hanno pagato gli iracheni, civili e non. L’esercito iracheno, ricostruito dopo Saddam, ha avuto più di 16mila caduti.
Cifre che tuttavia non si avvicinano neanche al massacro di civili perpetrato in questi anni e che ancora va avanti. La stima delle vittime civili dal 2003 ad oggi varia dai 100mila ai 115mila, con un picco nel 2006, quando in un solo anno sono morte 27.850 persone.
La violenza diffusa e gli scontri settari tra sunniti e sciiti, inoltre, continuano a mietere vittime. Secondo l’Iraq body count project da gennaio a novembre 2011, 3.578 iracheni sono morti in attentati e scontri di varia natura.

A Falluja si festeggia la “libertà”
Al grido di “ora siamo liberi” e “viva la resistenza”, ieri migliaia di persone sono scese per le strade di Falluja, roccaforte dell’insorgenza anti-Usa 60 chilometri a ovest di Baghdad, per festeggiare il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq. I dimostranti sventolavano bandiere irachene e alcuni di loro mostravano le foto dei militari Usa uccisi e dei blindati statunitensi distrutti durante le due maggiori offensive lanciate contro la città dalle truppe degli Stati Uniti. Dopo essere stati respinti nell’aprile del 2004, pochi mesi dopo 15mila soldati statunitensi attaccarono la città nel centro dell’Iraq, storico feudo sunnita, scatenando una delle più aspre battaglie per l’esercito Usa dai tempi del Vietnam, che costò la vita a 140 militari statunitensi. I morti iracheni furono almeno 2mila. Alcuni di loro, tra cui molte donne e bambini, caddero vittime del famigerato fosforo bianco.

Da Rinascita

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