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Il Wuppertal Institut non fa sconti: la sostenibilità esige l’addio definitivo al neoliberismo

Necessari “guard-rail” ecologici che impediscano alla civiltà umana di sconfinare negli spazi della natura
Di Gianfranco Bologna
La grave crisi finanziaria ed economica internazionale non sembra minimamente allentarsi e ciò che è accaduto in questo scorso mese di agosto ci ha dimostrato che non possiamo veramente far finta che in questi ultimi anni non sia accaduto nulla e sperare che tutto torni come prima. Credo proprio che chiunque abbia un minimo di buon senso, abbia capito che un intero sistema economico sta raggiungendo rapidamente il suo capolinea e che è urgente predisporre l’alternativa.
Il sistema economico, negli ultimi decenni, ha fatto trionfare una dimensione capitalistica centrata sull’obiettivo del massimo profitto ottenuto con il minimo sforzo, liberando, attraverso i fenomeni di globalizzazione, movimenti di capitali ingenti attraverso i meccanismi di mercato e favorendo i redditi di capitale.
Nonostante tutto sui media si leggono ancora editoriali di diversi opinionisti che mantengono una fede incredibile nell’infallibilità dei mercati e continuano pervicacemente ad ignorare il drammatico deficit ecologico in cui versano tutte le nostre società, comprese quelle dei paesi di nuova industrializzazione (che stanno subendo danni ingentissimi ancora tutti pienamente da valutare), e l’altrettanto drammatica dimensione della qualità del capitale sociale, marginalizzato e fortemente sottovalutato.
Il lucido Giorgio Ruffolo ha dedicato un ottimo articolo su “La Repubblica” a questo tema, dal titolo “Il mercato impeccabile” (apparso il 27 agosto scorso) che riprende alcune riflessioni di un breve saggio da lui scritto con Stefano Sylos Labini dal titolo “La crisi degli Stati Uniti e l’esplosione della moneta privata” sulla rivista “Argomenti umani” (sta per uscire anche il nuovo libro di Giorgio Ruffolo “Testa o croce. Una breve storia della moneta” edito da Einaudi).
Ruffolo scrive: «La politica dei redditi, cardine di un compromesso storico tra capitalismo e democrazia, nel quale il capitalismo accettava una “normalizzazione” dei profitti e i sindacati dei lavoratori una moderazione delle loro rivendicazioni, è saltata. La diseguaglianza tra redditi di capitale e redditi di lavoro è divenuta mostruosa. Gli effetti depressivi di tale “mutazione” capitalistica sulla domanda sono stati brillantemente evitati grazie a un ricorso massiccio all’indebitamento e al suo continuo rinnovo. L’economista Marc Bloch ha affermato che il capitalismo finanziario era diventato il solo regime economico nel quale i debiti non si pagano mai. La liquidità mondiale della moneta (nelle sue forme più varie) aveva raggiunto per effetto di questa accumulazione debitoria nei riguardi dei posteri, nel 2007, alla vigilia della crisi, un livello stratosferico, superiore di dodici volte a quello del prodotto reale mondiale. Purtroppo però neppure i mercati fanno miracoli. Le onde che si accavallano finiscono per infrangersi sulla riva.»
Sul sito dell’Associazione Sylos Labini, gruppo di economisti che ricordano il grande economista italiano Paolo Sylos Labini (www.syloslabini.info ), del quale Giorgio Ruffolo è un fondatore, si può trovare anche l’interessante “Manifesto per la libertà del pensiero economico contro la dittatura dominante e per una nuova etica”.
Sono veramente numerose le iniziative che si stanno moltiplicando in merito alla riflessione degli economisti sulla necessità di ripensare a fondo i fondamenti della finanza e dell’economia (tra le altre iniziative nazionali ricordo il volumotto “Finanza da legare. Manifesto degli economisti sgomenti” che la lodevole campagna Sbilanciamoci ha tradotto in italiano in un e-book reso disponibile sul proprio sito www.sbilanciamoci.info ).     
Inoltre in questi mesi è finalmente stato pubblicato dalla meritevole Edizioni Ambiente, l’ottimo lavoro del Wuppertal Institut, coordinato dal grande intellettuale della sostenibilità Wolfgang Sachs, dal titolo “Futuro sostenibile. Le risposte eco-sociali alle crisi in Europa”, la cui edizione originale è del 2008 (ma in questa edizione italiana l’attenta cura di Marco Morosini ha consentito di aggiornare il testo; vedasi anche il sito del Wuppertal Institut for Climate, Environment and Energy www.wupperinst.org ).
Il volume è una straordinaria messa a punto di quanto di meglio sia stato prodotto dalle riflessioni e dalle pratiche sulla sostenibilità e contiene analisi e proposte che mirano più alla dimensione europea, ma che sono valide per l’intera situazione mondiale.
Il rapporto ricorda con chiarezza che l’impegno determinante di questo secolo, soprattutto per le società industrializzate, sarà costituito dal passaggio ad una civiltà de carbonizzata, post-fossile.
Il gruppo di studiosi del Wuppertal ci ricorda che è pertanto necessaria:
1.     una sfida tecnologica che consenta al nostro hardware di trasformarsi in tecnologie parsimoniose nell’uso di energia e delle risorse, e rispettose dei limiti imposti dai cicli naturali di questo solo pianeta,
2.     una sfida istituzionale e di governance che stabilisca norme e istituzioni capaci di garantire il rispetto dei diritti umani e dei nostri doveri verso gli altri e i sistemi naturali e che mantenga la dinamica dello sviluppo economico entro i limiti di rigenerazione e di ricezione della biosfera,
3.     una sfida per l’etica, dallo stile di vita personale all’etica professionale, al rilievo da dare alle priorità della collettività.
In maniera molto lucida il rapporto ricorda che nel cosidetto triangolo della sostenibilità, crescita economica, sicurezza sociale e compatibilità ambientale sono ancora considerati di pari importanza. Ma questa equiparazione non riconosce la natura assoluta né dei limiti ecologici né dei diritti umani. Per questo una politica della sostenibilità deve rispettare prioritariamente i limiti della capacità di carico degli ecosistemi. Solo a partire da lì verranno poi formulati i principi guida per l’economia e la sicurezza sociale, quasi come “guard-rail” che impediscano alla civiltà umana di sconfinare negli spazi della natura. Il rapporto ricorda anche che una simile rivendicazione di assolutezza spetta anche ai diritti umani: il dovere cosmopolita di garantirli non può essere compensato da altri obiettivi quali la competitività o la salvaguardia dei diritti acquisiti. Mantenere le dinamiche economiche all’interno dei “guard-rail” del rispetto dell’ambiente e dei diritti umani è il programma centrale della sostenibilità.    
Il rapporto del Wuppertal ricorda comunque che, in ogni caso, il cambiamento di rotta verso la sostenibilità esige l’addio definitivo al neoliberismo. Gli studiosi ricordano che lo storico Eric Hobsbawm ha evidenziato come l’idea guida di un contratto sociale tra economia e stato che aveva caratterizzato la storia dal dopoguerra, sia stata sostituita, a partire dagli ultimi anni Settanta, dal principio della deregolamentazione delle attività economiche. Nel contesto di questo mutamento l’efficienza economica è diventata più importante di altri obiettivi sociali, come ecologia o giustizia. La liberalizzazione dei mercati e la privatizzazione dei servizi pubblici dominano la nostra epoca. Regalando soprattutto alle multinazionali un enorme aumento di potere.
La forza del mercato è nell’indurre i suoi partecipanti, tramite la concorrenza, a badare costantemente al miglior impiego possibile di capitale, materiali, persone e tempo. E’ questo il meccanismo che dovrebbe garantire l’allocazione ottimale delle risorse economiche. Ma il mercato non garantisce l’adempimento degli altri due compiti di un’economia funzionale: non è in grado né di mantenere il consumo delle risorse naturali a un livello opportuno, né di produrre un’equa distribuzione dei beni.
Il mercato è perciò cieco sia in materia di ecologia che di giustizia. In questi due campi è quindi la politica che deve stabilire le regole.
Il bene comune deve quindi venire prima del mercato: senza questa priorità è impossibile sia far operare i “guard-rail” ecologici, sia garantire a ognuno una partecipazione sociale, così come è parimenti impossibile dare a questi due obiettivi la precedenza sulla competitività.

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