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Il turbamento dell’essere umano moderno , senza libri e senza tempo

Di Claudia Grazia Vismara
L’uomo dell’odierna società vive cercando continuamente il godimento in ogni attimo della propria esistenza e, inconsapevole, si presta ad una infinita serie di trasformazioni. Altera i sentimenti, frammenta la propria personalità in più immagini nebulose, a seconda degli accadimenti, trascinato da fugaci sensazioni. Di più, non si accorge di spianare la propria coscienza, vantando un equilibrio psicologico immerso nella più splendida, dolce e finta delle esistenze. L’essere passivo lo porta a non curarsi delle dinamiche che lo sovrastano. La televisione, mezzo che la collettività predilige per informarsi, conduce l’uomo verso un impoverimento cognitivo. Jean Baudrillard, filosofo francese, scriveva a ragione che “l’informazione, invece di trasformare la massa in energia, produce ancora più massa”.
Questa moltitudine di persone, oggi, ha perso il piacere della lettura, altrimenti non sarebbe così indifferente nei confronti del presente. L’uomo non riesce a precipitare nel concreto della realtà poiché gli viene a mancare uno strumento fondamentale che proprio i libri gli concedono: la riflessione. L’esistenza contemporanea non è radiosa e certamente è improntata sulla velocità; scrive Goethe “come massima disgrazia della nostra epoca, che non permette ad alcunché di pervenire a maturità, devo considerare il fatto che nell’istante prossimo si consuma quello precedente, si sprecano i giorni e si vive sempre alla giornata, senza combinare nulla”. Quando l’uomo è circondato solamente dalle tenebre, da solo, probabilmente in preda ad un’ansia apparentemente immotivata, non riesce a scorgere la luce ma in suo soccorso può giungere la letteratura. Sicuramente non è la chiave di volta per illuminare le esistenze per intero, né può cambiarle; tuttavia fornisce uno strumento valido per poterne scorgere i caratteri e la complessità.
L’essere umano, però, non è nato per leggere; non esiste un’area del cervello adibita alla lettura. Essa non è assolutamente un’attitudine per lui naturale, bensì una sua invenzione che risale a milioni di anni fa, più precisamente alla scrittura cuneiforme dei Sumeri. Lo spiega bene la neuroscienziata cognitivista Maryanne Wolf nel saggio “Proust e il Calamaro” dove, attraverso storia, psicologia e neuroscienza, mostra come il cervello ci abbia messo millenni per svilupparsi nel modo più idoneo per decifrare i segni, poi divenuti convenzionali, che possono essere un gioco o, se presi singolarmente, possono non servire a nulla. In realtà, in essi, ci può essere la vita.
L’uomo di questa società vive nell’indifferenza e nell’immediatezza, rimanendo ciò che è. Non arriva a dare alcuna spiegazione alla propria vita perché la consuma in quell’attimo. E’ spezzato e i suoi cocci sono sparsi tra cattivi pensieri e cattive azioni; non sa che, a livello spirituale, non può fare a meno della lettura. Quando ci immedesimiamo nei protagonisti dei libri, a volte ci sentiamo stimolati, altre volte afflitti, ma sicuramente più ricchi, perché non ritorniamo mai noi stessi. Realizziamo di essere dei singoli, ma non dei soli. Nel momento in cui questa consapevolezza emerge non siamo in alcun modo più prigionieri dei limiti del nostro tempo. Leggere ha una propria dimensione antropologica che aiuta a sviluppare una serie di attività mentali e cognitive, quali l’attenzione e la memoria. Ha inoltre una funzione terapeutica, perché tramite un buon libro possiamo colorare una giornata monocromatica; possiamo tirare il fiato, come se ci fossimo ristorati alla fresca sorgente di una roccia. La lettura nella sua esistenza originaria, “quel miracolo fecondo di comunicazione in seno alla solitudine”, è il valore aggiunto delle nostre esistenze. Ebbene, quando leggiamo una parola, essa passa, e con lei quella successiva; non si riduce ad un semplice suono ma esprime un senso spirituale, un concetto, che rimane nell’anima. Un tempo, attraverso i libri, riempivamo le nostre camere di una vita silenziosa e diversa, di un mistero nel quale piacevolmente ci smarrivamo e, insieme, ne eravamo conquistati. Vogliamo ancora queste occasioni fuggevoli mentre l’intera società ci costringe a correre?
L’ingannevole apparenza della realtà si può oltrepassare grazie alla lettura poiché “la nostra sapienza comincia dove finisce quella dell’autore”, scriveva Marcel Proust. L’obiettivo più raffinato della lettura è il superamento delle idee dell’autore per trovarne altre più autonome e indipendenti dal testo che le ha suscitate, perché ciò che leggiamo ci forma.
Se in passato riuscivamo a fare nostre le parole di un libro e ci arricchivamo di associazioni quasi impreviste che ci rendevano più intensi, più riflessivi, l’universo informatico dell’epoca odierna ha appiattito la creatività insita nel processo tortuoso della lettura; dosi massicce di informazioni compaiono infatti sugli schermi dinanzi ai nostri occhi e paralizzano in un istante i processi creativi della nostra mente. Se un barlume di creatività permane, arriva a costituirsi come esausto, incline alla dissipazione, quasi incomunicabile; l’uomo ha difficoltà a comunicare con il verbo quel che realmente prova. Si trova in perenne debito di tempo, incapace di vivere appieno il presente che gli viene sottratto sempre più velocemente. Dunque, sebbene l’uomo non si nato per leggere ma abbia sviluppato processi cognitivi per riuscire a farlo egregiamente, come può trovare la tranquillità per concentrarsi e dedicarsi alla lettura nell’epoca dell’imperante tempus fugit, dove la frenesia penetra capillarmente in ogni attività umana ed il ritmo della vita è funzionale al raggiungimento di valori imposti dalla società? In questo periodo di decadenza del sistema del progresso, una buona parte del popolo italiano appare completamente disinteressata a temi che abbiano una complessità leggermente superiore al semplice sopravvivere. E i libri continuano ad essere trattati con diffidenza.
Della lettura, di questa panacea per la coscienza, oggi è rimasta una magniloquente dittatura della cultura di massa. La parola viene moltiplicata tanto quanto svilita dai mass media e, in questo senso, il fracasso di parole che ci tormenta è un rumore di cui poco rimane. Parecchie personalità al vertice non hanno capito che ciò che da valore a un uomo non è la cultura, nel senso più basso con cui il termine viene oggi utilizzato – e snaturato – dall’ideologia del consumo, bensì il coraggio dietro ogni scelta che permette all’uomo di elevarsi sopra il momento e andare incontro alla libertà. Perciò la lettura è oggi più che mai una risorsa per resistere al pensiero unico di quel potere che ci pretende omologati; è necessario imparare a fermarsi nuovamente sulle parole, su quelle che hanno inciso il nostro animo e vi sono rimaste. Smuovere le masse attraverso il piacere della lettura, affinché escano dall’attuale inadeguatezza a scegliere.
Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza“, conclude attuale ancora adesso Antonio Gramsci.

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