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Il traffico di organi in Kosovo e la pista tedesca: storia di un’indagine a metà


La comunità internazionale poteva non sapere? L’opinione pubblica ancora priva di certezze di fronte all’ipotesi di un crimine terribile
Di Riccardo M. Ghia

Il vero proprietario della clinica Medicus, un urologo di Berlino, non è nella lista dei testimoni né è stato sottoposto a interrogatorio dalle forze di polizia europee, secondo quanto riferito da fonti vicine a un’indagine su un’organizzazione criminale dedita al traffico di organi in Kosovo.

Medicus, una clinica privata con sede a Pristina, fu chiusa dalle autorità nel novembre 2008 in seguito a presunti trapianti illegali di organi. Le indagini ricevettero nuovo impulso quando le autorità di frontiera bloccarono uno dei donatori di organi, Yilman Altun, prima che si imbarcasse su un volo per Istanbul. Altun, cittadino turco, non avrebbe potuto affrontare il viaggio a causa delle sue cagionevoli condizioni di salute dovute all’esportazione di un rene.<br />Secondo gli investigatori, cittadini tedeschi, israeliani, canadesi e polacchi erano disposti a pagare l’organizzazione fino a 90mila euro per un rene. I donatori, provenienti da paesi poveri dell’Europa dell’est e dell’Asia centrale, ricevevano un compenso inferiore ai 10mila euro.

Il procuratore europeo Jonathan Ratel ha chiesto il rinvio a giudizio per nove persone. Lufti Dervishi e il figlio Arben, personaggi chiave dell’inchiesta, sono attori influenti nella politica kosovara. Ma vi sono altri imputati eccellenti: Driton Jilta, ex ufficiale della missione OSCE in Kosovo; Ilir Rrecaj, ex ministro della sanità kosovara; Sokol Hajdini, Islam Bytyqi e Suleiman Dulla, anestesisti alla clinica Medicus; Moshe Harel, un intermediario israeliano. E infine Yusuf Ercin Sonmez, chirurgo turco finito più volte nel mirino degli inquirenti per il suo coinvolgimento in altri presunti traffici di organi, e noto alle cronache con i soprannomi di “Dottor Avvoltoio” e “Dottor Frankenstein”. Anche un chirurgo israeliano, Zaki Shapira, e un altro dottore turco, Kenan Demirkol, sono stati citati nell’atto di accusa del procuratore Ratel come “complici non ancora incriminati”.
La clinica Medicus aveva ottenuto un’autorizzazione per attività sanitarie in cardiologia ma non in urologia, nonostante ripetute richieste presentate da Dervishi a partire dal 2003.

Dervishi, Thaci e la Casa Gialla

Lufti Dervishi, professore all’università di Pristina sin dal 1982, ufficialmente proprietario della clinica Medicus, è un importante alleato del primo ministro kosovaro Hashim Thaci, leader del Partito Democratico del Kosovo (PDK).
L’amicizia tra Thaci e Dervishi è di lunga data, secondo Francesco Mandoi, ex procuratore EULEX, ora sostituto procuratore nazionale antimafia a Roma.
La famiglia di Dervishi ospitò Thaci quando ci fu un attentato bomba nel cortile della casa dell’attuale primo ministro. Anni dopo, Lufti Dervishi diede a Thaci l’appartamento sopra quello di casa sua nella capitale Pristina.
Thaci fu anche il leader politico dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK), un gruppo armato appoggiato dalla NATO che sosteneva la separazione del Kosovo dalla Serbia e l’unione politica con l’Albania. Fino al 1998, il Dipartimento di Stato americano aveva considerato l’UCK un’organizzazione terrorista. Un anno dopo, i miliziani albanesi divennero i più stretti alleati di Washington nei Balcani.

All’indomani dei bombardamenti NATO, i serbi e i collaborazionisti con il governo di Belgrado non furono le sole vittime dei regolamenti di conti targati UCK. Le violenze esplosero anche contro rivali politici e militari della FARK, un altro gruppo armato albanese, e persino in seno a fazioni contrapposte dell’UCK.
“Secondo alcune indagini riservate, Lufti Dervishi era stato notato spesse volte nei pressi della Casa Gialla”, riferisce Mandoi.
Gli investigatori internazionali sospettano che la “Casa Gialla” fosse una struttura di detenzione segreta sotto il controllo di miliziani dell’UCK, in cui venivano condotti test di compatibilità su prigionieri serbi e albanesi prima dell’esecuzione dei trapianti.

Sulla base delle descrizioni offerte da diversi testimoni, la Casa Gialla è stata identificata in una cascina vicino a Burrel, nell’Albania settentrionale, non lontano da Prizren. All’epoca, la zona di Prizren, seconda città del Kosovo vicino al confine albanese, era controllata dai soldati UCK agli ordini di Thaci.
La prima sede della clinica Medicus fu Prizren, secondo il procuratore Mandoi, il quale però sottolinea che gli investigatori non furono in grado di effettuare riscontri riguardo alla presenza di Dervishi nelle vicinanze della Casa Gialla.
Al termine della guerra, furono i soldati tedeschi della KFOR, la missione NATO in Kosovo, a controllare l’area di Thaci. E proprio due eurodeputati tedeschi, Bernd Posselt e Doris Pack, attaccarono il rapporto del Consiglio d’Europa in cui l’ex procuratore svizzero Dick Marty denunciava un presunto traffico di organi in Kosovo. Secondo Marty, il traffico sarebbe prima avvenuto con prigionieri catturati e uccisi dall’UCK, poi continuato nella clinica Medicus con donatori viventi provenienti da paesi poveri europei e asiatici.

Lo scorso marzo, Posselt e Pack dissero al quotidiano Irish Times che Marty non aveva presentato alcuna prova concreta durante un incontro a porte chiuse della commissione affari esteri del parlamento europeo. Doris Pack disse che “almeno il 90 percento” degli eurodeputati avevano criticato aspramente il dossier di Marty.
Tuttavia, l’eurodeputato italiano Pino Arlacchi, anch’egli presente a quella seduta, ha fornito una versione dei fatti radicalmente differente. “Posselt e Pack hanno accusato Marty con argomenti molto deboli” afferma Arlacchi. “Ma la maggior parte degli europarlamentari, compreso io, abbiamo appoggiato il rapporto del Consiglio d’Europa.”

Dr. Beer

Martin Kraushaar, co-autore del documentario “Sulle tracce del traffico di organi in Kosovo”, recentemente trasmesso dall’emittente tedesca ZDF, ha trovato prove che Dervishi abbia ricevuto fino a 3 milioni di euro da un noto urologo di Berlino, Dr. Manfred Beer, con cui il dottore albanese aveva studiato e lavorato in Germania.
L’avvocato di Dervishi, Linn Slattengren, ha affermato che il suo cliente amministrò alcuni investimenti nel settore immobiliare in Kosovo per conto di Beer. L’investimento si sarebbe rivelato redditizio e il Dr. Beer avrebbe allora proposto a Dervishi di aprire la clinica Medicus a suo nome.
Da questo punto in poi, le versioni fornite da Dervishi e da Beer divergono.

Secondo l’avvocato Slattengren, Beer avrebbe investito nella clinica 3 milioni di euro e sarebbe stato direttamente coinvolto nella selezione dei medici per praticare operazioni chirurgiche alla Medicus. Beer sostiene invece che diede a Dervishi non più di 300mila euro e non ebbe alcun ruolo nel reclutamento del personale medico per la clinica.
Una fonte vicina alle indagini, che ha richiesto l’anonimato, afferma che l’urologo tedesco non è indagato né sospettato di alcun illecito. A ogni modo, il nome di Beer non compare nella lista dei testimoni, né sarebbe stato interrogato sul suo ruolo in Medicus.

“Gli inquirenti avrebbero dovuto interrogare Beer e determinare se fosse coinvolto o meno in attività illecite” dice Lawrence Marzouk, direttore responsabile di Prishtina Insight, unico giornale kosovaro in lingua inglese. “Credevo che lo avessero interrogato, almeno così mi era stato detto da ufficiali EULEX. Se le cose non stessero così, questa situazione solleverebbe inquietanti interrogativi sulla qualità delle indagini.”

La missione EULEX è la più grande missione dell’Unione Europea in termini di uomini e di mezzi: oltre 87 milioni di euro spesi solo fra ottobre 2010 e ottobre 2011, secondo le stime ufficiali. Lo staff, composto da agenti di polizia e da magistrati, conta più di 3000 persone, di cui quasi 2000 sono internazionali e 1250 kosovari. Il comando della missione è stato affidato a Xavier Bout de Marnhac.
In teoria, EULEX lavora sotto la supervisione di UNMIK, l’amministrazione provvisoria dell’ONU in Kosovo. In realtà, EULEX ha di fatto sostituito UNMIK dal 2008 a oggi, e non risponde al segretario generale delle Nazioni Unite ma a Catherine Ashton, l’Alto Rappresentante per esteri e difesa dell’Unione Europea.

“UNMIK ci ha lasciato un’eredità pesante”, dice Alberto Perduca, capo della giustizia EULEX tra il 2008 e il 2010, ora procuratore aggiunto a Torino. Migliaia di fascicoli, circa 1200 solo quelli relativi ai crimini di guerra. “Un numero da mettere in ginocchio qualunque procura,” afferma Perduca. Cercando di mantenere un basso profilo, la missione ha riaperto inchieste e casi giudiziari contro politici di primo piano o i loro diretti collaboratori.
“Avevamo il compito di ristabilire il primato della legge in un contesto internazionale quanto mai fragile, attraverso il coinvolgimento progressivo delle istituzioni locali,” dice il procuratore. Ma la magistratura kosovara, esposta alle intimidazioni dei poteri forti, mostrò una certa riluttanza a occuparsi direttamente dei dossier più scottanti”.

EULEX assicura anche la protezione del superpentito Nazim Bllaca, un ex membro del K-SHIK, il servizio segreto kosovaro. Bllaca ha ammesso di aver preso parte a diversi omicidi e di aver condotto una serie di azioni illegali ai danni degli oppositori del PDK, il maggiore partito kosovaro guidato dal primo ministro Hashim Thaci.
I processi riaperti da EULEX a carico di personaggi influenti come Fatmir Limaj, Ramush Haradinaj e Lufti Dervishi non hanno certo accattivato le simpatie dei partiti di governo e di opposizione kosovari verso la task force internazionale. D’altro canto, molti cittadini kosovari lamentano proprio la mancanza di coraggio di EULEX nelle operazioni di contrasto alla criminalità organizzata.
Gli ultranazionalisti di Levizja Vetevendosje (Movimento di autoderminazione) sono fra le voci più critiche verso la magistratura e le forze di polizia europee. Lo scorso giugno, due auto di EULEX sono state distrutte da una carica di esplosivo.

EULEX ha incontrato anche forti resistenze nel perseguimento delle indagini relative al presunto traffico di organi avvenuto all’indomani dei bombardamenti NATO del 1999. Gli ex procuratori svizzeri Dick Marty e Carla del Ponte hanno lamentato la mancanza di un adeguato programma di protezione dei testimoni e di un mandato per la conduzione di investigazioni in territorio albanese.
Secondo Alberto Perduca, la limitata dimensione del territorio kosovaro e uno stretto tessuto sociale fondato su vincoli familiari rende impossibile una protezione adeguata dei testimoni in Kosovo. “È assolutamente indispensabile una cooperazione internazionale” dice il procuratore.
”Fino a quando altri stati non assicurano la disponibilità ad accogliere questi collaboratori di giustizia, l’attività investigativa diventa molto difficile”.

E ribadisce: “Indagare sul traffico di organi non è un optional, è un atto dovuto. Fino a quando l’Albania non concede assistenza giudiziaria per avere accesso ai luoghi dove si sarebbero consumati i delitti, l’indagine è paralizzata.”
E finalmente la missione europea ha formato una squadra investigativa speciale per verificare le accuse. A sorpresa, EULEX ha nominato un procuratore statunitense, John Clinton Williamson, a dirigere l’inchiesta.
Williamson era stato il capo del ministero della giustizia kosovara tra il 2001 e il 2002, quando il territorio era sotto l’amministrazione delle Nazioni Unite.

Indagini sul traffico d’organi

Gli investigatori erano a conoscenza di un presunto traffico di organi in Kosovo almeno dal 2003, quando gli investigatori delle Nazioni Unite scrissero una relazione di 29 pagine sulle testimonianze di centri segreti di detenzione nell’Albania settentrionale. L’indagine fu fermata un anno più tardi concludendosi in un nulla di fatto.
Due giornalisti italiani, Giuseppe Ciulla e Vittorio Romano, hanno pubblicato documenti che dimostrano che già nel 2005 la clinica Medicus era finita nel mirino della Financial Intelligence Unit, una sorta di Guardia di Finanza ONU. Gli agenti accertarono che il Centro Trasfusioni del Kosovo (KBTC) aveva fornito abnormi quantità di sangue ad alcune cliniche private a Pristina. La clinica Medicus fu fra gli acquirenti di quel sangue, necessario per condurre trapianti di organi. Il centro trasfusioni ricevette in cambio 100 euro per ogni sacca di sangue, pari a un terzo del salario medio di un dottore in Kosovo. Anche in questo caso, le autorità non procedettero con i controlli.

Il sospetto di un traffico di organi in Kosovo apparve sulla grande stampa internazionale solo nell’aprile 2008, quando l’ex procuratore Carla Del Ponte scrisse che centinaia di serbi sarebbero stati rapiti e uccisi al fine di estrarre i loro organi. Nell’ottobre dello stesso anno, EULEX lanciò un’inchiesta su Medicus.
Nel 2010, l’ex procuratore del Canton Ticino Dick Marty confermò le accuse di Del Ponte in un rapporto del Consiglio d’Europa, aggiungendo che “la componente del traffico di organi nelle detenzioni all’indomani del conflitto … è collegato all’odierno caso della Clinica Medicus, anche per il ruolo di albanesi kosovari che figurano in entrambe le inchieste.”

In particolare, Marty scrisse che il primo ministro Thaci è il leader di un’organizzazione criminale chiamata “il Gruppo di Drenica”, direttamente collegata al presunto traffico di organi.
“I leaders del ‘Gruppo di Drenica’ hanno la più grande responsabilità . . . per aver amministrato il network di strutture di detenzione dell’UCK sul territorio dell’Albania; e per aver determinato il destino di quei detenuti … inclusi i molti civili rapiti e portati al di là del confine,” sostiene Marty.

L’ex magistrato svizzero accusò anche Shaip Muja, numero uno della sanità UCK, poi consigliere politico del primo ministro Thaci, di essere un membro dell’organizzazione dedita al traffico di organi, aggiungendo che Muja avrebbe ricevuto il supporto di “elementi nell’esercito e nei servizi segreti albanesi”.
“È imperativo che EULEX riceva più esplicito e risoluto sostegno dai più alti livelli della politica europea,” afferma Marty.
“Cosa è particolarmente sorprendente è che tutta la comunità internazionale in Kosovo – dal governo degli Stati Uniti alle nazioni occidentali alleate, alle autorità di giustizia dell’Unione Europea – senza dubbio posseggono la stessa schiacciante documentazione sulla gravità dei crimini del Gruppo di Drenica, ma nessuno sembra pronto a reagire di fronte a questa situazione e a punire i responsabili.”

Intervista a Nancy Scheper – Hughes

Le attività di Nancy Scheper-Hughes, professoressa di antropologia alla prestigiosa Università di Berkeley, assomigliano più a quelle di un detective piuttosto che a quelle di un accademico. Le sue indagini sotto copertura e la sua attività di ricerca l’hanno resa una dei più grandi esperti sul traffico di organi sin dalla metà degli anni Novanta, quando dovette scontrarsi contro un muro di scetticismo e isolamento.
Secondo un rapporto del Dipartimento di Stato americano del 2004, “sarebbe impossibile nascondere un traffico illegale di organi”.

Qualche anno più tardi, diverse indagini di polizia, in Brasile, Sud Africa, Stati Uniti, Moldavia, Turchia e Israele, a cui Scheper-Hughes collaborò, le diedero ragione.
Zaki Shapira, uno dei più famosi chirurghi israeliani – e uno dei presunti membri dell’organizzazione criminale dedita ai traffici di organi – sedette insieme a Scheper-Hughes nella commissione etica della Fondazione Rockfeller a Bellagio.
“Era assurdo. Zaki era un membro della task force internazionale di Bellagio contro il traffico di organi”, afferma Scheper-Hughes. “Ho detto al direttore della task force che Shapira era un noto membro del network internazionale di traffico di reni. Il suo partner era Yusuf Sonmez. Utilizzavano i rimborsi dell’assicurazione sanitaria israeliana e riciclaggio del denaro sporco per finanziare trapianti internazionali”.

In un file in possesso di Scheper-Hughes, Sonmez si vantò di aver eseguito più di 2200 trapianti illegali di organi.
Ma come è possibile che un traffico internazionale di organi possa prosperare senza essere scoperto?
“La sola cosa che posso dire è che il traffico di organi è un crimine ‘protetto’ in molti stati. In tempi di conflitti, di guerre e di disastri naturali, così come in stati ‘militarizzati’, gli organi vengono rubati” afferma Scheper-Hughes. “Ci sono voluti dieci anni perché qualcuno ascoltasse quello che avevo da dire. Ho le prove di ciò che affermo. In stati attualmente o precedentemente militarizzati come Israele, Brasile e Argentina, alcune persone venivano uccise per sottrarre i loro organi. So che questo può essere fatto: non ci vuole molto. Guarda cosa fa la Cina con i suoi prigionieri. Estrarre organi non costituisce un grande problema. Tutto quello di cui hai bisogno è di una soluzione per conservarli e personale tecnico competente. L’organizzazione Eurotransplant lo fa costantemente, per motivi altruistici si intende, e trasporta organi fino in Turchia”.

Secondo Scheper-Hughes, ai tempi della dittatura militare in Brasile l’esercito ordinò al loro più importante chirurgo di prendere gli organi di cui i soldati e le loro famiglie avevano bisogno.
“Ho parlato con l’ex capo della società nefrologica, un brillante accademico di 90 anni. Mi ha detto: ci hanno costretti. Dichiaravamo la morte cerebrale delle persone prima che fossero morte per davvero.”
E nelle indagini sui traffici di organi spuntano i nomi di ex ufficiali o persone vicino agli ambienti militari. Come il generale israeliano in pensione Meir Zamir, di Rishon Lezion, 63 anni, eroe della guerra di Yom Kippur del 1973, accusato dalla giustizia israeliana di essere il capo di un network criminale dedito a tale traffici connesso a Yusuf Sonmez, chirurgo turco coinvolto nel caso Medicus in Kosovo. Oppure il caso di M.R., imprenditore agricolo di San Cipriano d’Aversa ammalato di diabete, avvicinato nel 1998 da un americano in un pub a Pinetamare, per anni area abitata da militari dell’U.S. Navy. Lo straniero avrebbe messo in contatto l’imprenditore con aiuto fornendo il recapito della clinica turca e del chirurgo – sempre lui: Sonmez. Un nuovo rene, una nuova vita, in cambio di 220 milioni di lire. L’indagine fu archiviata.

Traffici di armi e traffici di organi: chi si è avvicinato troppo alla verità, non ha vissuto abbastanza a lungo per raccontarla. Nel maggio 1996, Xavier Bernard Gautier, corrispondente de Le Figaro e attento conoscitore dei Balcani, fu trovato impiccato nella sua casa sull’isola di Minorca, Spagna. Le autorità spagnole non ebbero dubbi sulla sua morte: un suicidio. Tuttavia le circostanze erano, per così dire, singolari. Lo trovarono con le mani legate; sulle mura di casa la scritta “Traditore” e “Diavolo Rosso”. E Diavolo Rosso era il soprannome di Roberto Delle Fave, il mercenario italiano che aveva combattuto in Bosnia per le forze croate e che gli avrebbe rivelato i retroscena di un traffico di armi verso l’Austria e un traffico di organi verso l’Italia.

Un giornalista francese dichiarò alla stampa che Gautier stava scrivendo un articolo in cui “non solo criminali di guerra nell’ex Jugoslavia, ma anche importanti italiani.” E qualche anno più tardi, i magistrati Nicola Maria Pace e Federico Frezza della Procura di Trieste seguirono proprio la pista di un presunto traffico di organi di immigranti cinesi fra l’Italia e la ex Jugoslavia.
Tali inquietanti retroscena non hanno impedito ad alcuni chirurghi di definirsi come “Robin Hood” che rischiano le loro carriere per fornire organi a coloro che vedono in faccia la morte aspettando di essere i prossimi in lista in regolari trapianti.
Ma Scheper-Hughes rifiuta di credere che questi dottori agiscano per motivi umanitari, e aggiunge che conosce un dottore turco che ha praticato trapianti con organi “scaduti”.

“Nessuno con un po’ di senno permetterebbe ai dottori di trapiantare un organo vecchio di 100 ore”, sostiene Scheper-Hughes. “I professionisti dei trapianti sanno cosa sta succedendo e non ne sono contenti, ma preferiscono lavare i panni sporchi in casa”.
In Brasile, Scheper-Hughes ha iniziato a indagare su presunti rapimenti al fine di estrarre organi. Una volta è andata sotto copertura in una casa di adozioni illegali amministrata da una ex suora.
Scheper-Hughes disse alla ex religiosa che stava cercando un bambino. “Voglio un bambino sano, di circa otto o nove anni per dare un rene a mio figlio. Voglio adottarlo fino al trapianto. Poi te manderò indietro e ti pagherò quanto vuoi… sempre che la cifra sia ragionevole.”
La trafficante di bambini rispose: “Guarda, trovare il bambino non è un problema. Puoi fare quello che vuoi con lui. Ma non lo voglio indietro. Prendilo, è tuo. Cosa ci fai con lui sono affari tuoi.”

Da Peace Reporter

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