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Il tesoro perduto di Bengasi

Di Giovanni Maria Sincich


Dove è finito il «Tesoro di Bengasi»? Il tesoro della capitale della Cirenaica sul golfo della Sirte, l’antica Euesperides, fondata nel 525 a.C., divenuta poi Berenice (la mitica principessa, «Portatrice di vittoria») e infine Ben Ghazi, (dall’arabo «Discendenti degli invasori»)? Un tesoro, quasi tutto proveniente da ritrovamenti archeologici di Cirene, la greca Kyrana, fondata nel 631 a.C., costituito da più di 8000 monete in bronzo, argento, oro oltre ad altri antichi manufatti di inestimabile valore. Il tutto contenuto in tre grandi casse di cui due sono sparite nel maggio scorso dalla Banca Commerciale Nazionale di Bengasi, in Omar Mukhtar Street, dove erano custodite.
Il conflitto armato in corso e le sanguinose vicende (anche di pochi giorni fa) che hanno convolto Bengasi e la Cirenaica dal febbraio scorso, non hanno certo indotto la popolazione a soffermarsi troppo sulla scomparsa di quei preziosissimi oggetti antichi. Eppure, di sicuro, ciò che era racchiuso in quelle grandi casse rappresenta una parte di quella memoria storica che gli archeologi italiani fin dal 1910-1911 hanno studiato, scavato, inventariato, cercando di tutelarla e conservarla nel tempo: un immenso patrimonio archeologico che la Libia, e in particolar modo la «greca» Cirenaica, da sempre detiene e ancora nasconde entro i sui immensi confini.
A dire il vero nel 1910 era già presente una missione archeologica statunitense guidata dal professor Norton, saldamente accampata in Cirenaica, proprio a Cirene (l’odierna Shahat, «la Secca», sita a pochi chilometri da Al Beida), quando gli italiani Halbherr e De Sanctis sbarcano a Tripoli, in quello stesso anno, per compiere indagini preliminari sul campo. Indagini fruttuose non solo dal punto di vista archeologico, in quanto risultarono utilissime anche per le truppe italiane, i 35.000 uomini inviati da Giolitti a conquistare il suolo libico, in quel tempo sotto il ferreo dominio dell’Impero ottomano. Fu un successo. Almeno così risultava leggendo i dispacci all’epoca inviati al ministero delle colonie dagli archeologici-osservatori italiani.
Le cose progredirono spedite soprattutto dopo la morte dell’epigrafista della missione Usa, Herbert Fletcher De Cou (e il successivo allontanamento di Norton, mai più rientrato a Cirene) che si dice avvenuta per mano di un beduino… E soprattutto dopo il fortunoso ritrovamento della Venere di Cirene, venuta alla luce nel Santuario del Tempio di Apollo dopo un violentissimo temporale. Una scoperta i cui clamori sono di nuovo tornati agli onori della cronaca dopo la decisione del governo italiano di restituire alla Libia la Venere, proprio a Bengasi, nel 2010 (ma questa è un’altra storia…).
In realtà mentre nei primi anni della nostra occupazione della Libia l’attività scientifica della missione archeologica italiana era, diciamo così, correlata a quella militare, via via le ricerche e le attività ad esse collegate assunsero una collocazione distinta e autonoma. Si stava creando, inaspettatamente, un rapporto di stima e fiducia tra i nostri archeologi e la gente cirenea. Così nel tempo, quando sconfitti i turchi, in pieno periodo del ventennio fascista si combatteva a Derna e sulle Montagne Verdi (il Jebel Akhdar, un luogo a tutt’oggi di incredibile bellezza naturale) e l’esercito italiano dava la caccia ai «ribelli» della setta dei Senoussi, guidati dal leggendario Omar Mukhtar, «il leone del deserto», sui siti archeologici della Pentapolis – Ben-Ghazi, Tocra, Tolemaide, Apollonia, Cirene – i ricercatori italiani proprio in quell’area godevano di pieno rispetto e amicizia. Per questo, la nostra attività scientifica ha potuto avvalersi della piena collaborazione e della cooperazione dei cirenaici, in primo luogo a Cirene dove erano concentrate le ricerche archeologiche più importanti, e compiere un lavoro di grande rilevanza scientifica. Halbherr, Ghislanzoni, Anti, Oliverio, Pernier, Paribeni, Romanelli, Gismondi, Caputo, si sono avvicendati alla guida e insieme hanno lavorato perseguendo risultati che ancora oggi rimangono insuperati, fonte di studio imprescindibile per tutte le nuove missioni.
Ed ecco, a un certo punto, ricomparire il «Tesoro». E’ il 1939. Il ministero delle colonie, ordina l’imbarco da Tripoli di un cospicuo materiale archeologico ritrovato in quegli ultimi anni e non solo. Non si sa con certezza quali di quei materiali finirono in quella spedizione «segreta», ma si sa che arrivarono in Italia dove furono analizzati, studiati, definitivamente catalogati e dove furono custoditi, fra varie vicissitudini, fino al 1961. Anno in cui il governo italiano decise di riconsegnarli doverosamente alla Libia governata allora da re Idris, rovesciato dal colonnello Muammar Gheddafi e dagli «ufficiali liberi» nel golpe incruento del primo settembre ’69.
Nel frattempo, dal 1939, qualcosa era successo. L’egemonia scientifica e la stessa presenza italiana in territorio libico, tripolitano e cirenaico, aveva subito un arresto: dopo l’8 settembre erano subentrati gli inglesi. Il maggiore dell’esercito di sua maestà britannica Richard Goodchild aveva assunto prima, dal settembre ’46 all’ottobre ’48, l’incarico di Antiquities Officer e successivamente quello di Controller of Antiquities per la Cirenaica, dal ’53 fino al ’66 durante il protettorato inglese in Libia. Fortunatamente Goodchild, cultore della materia, governò bene anche nelle grandi difficoltà del momento, avvalendosi di quello che gli italiani avevano lasciato come «eredità» scientifica e distinguendo sempre tra questione militare-politica e questione archeologica.
Così tutto l’immenso lavoro e la documentazione rimasta a Cirene e in Cirenaica furono preservati e costituirono l’asse portante di collaborazioni che a poco poco crebbero e si intensificarono tra inglesi e italiani. Fino a che, tra il 1956 e il ’57, Goodchild decise di affidare la direzione della missione archeologica a Cirene a un italiano: Sandro Stucchi. Il grande archeologo di origini goriziane, che dal 1957 al 1991, l’anno della sua morte, diede lustro all’Italia grazie ad un lavoro rigoroso e instancabile capace in ogni situazione di raggiungere risultati di alto profilo scientifico.
Dopo di lui a Cirene, si avvicendano i suoi allievi Lidiano Bacchielli (1947-1996), poi ad interim Nicola Bonacasa (dell’università di Palermo) e, infine, Mario Luni (dell’università di Urbino) e Serenella Ensoli (della Seconda università di Napoli, nominata nel 2008 «Scientific Advisor for Greek and Roman Heritage of Libyan Department of Archaeology», fatto unico nel panorama culturale libico in quanto donna e «straniera»), direttori delle missioni archeologiche operanti a Cirene prima dell’insurrezione dei cirenei nel febbraio scorso (sembra che tutto sia partito proprio da Cirene, quando la grande caserma di Shahat fu presa d’assalto dai «ribelli»).
Ma torniamo ai nostri giorni e al nostro «tesoro». E’ stato il 2 luglio che il nuovo Chairman delle Antichità della Libia (DoA), il professor Fadel Alì Mohammed, ha dato notizia della scomparsa di «reperti archeologici di inestimabile valore». Per la prima volta, presente a un convegno internazionale («For the Preservation of Cultural Heritage in Libya. A Dialogue among Institutions» promosso dalla Seconda università di Napoli e curato da Serenella Ensoli), il Chairman del DoA chiede aiuto al ministro degli esteri Frattini e al ministero dei beni culturali italiano perché avviino indagini internazionali sulla «ricerca e ritrovamento del tesoro scomparso». Dopo aver consegnato copia dei documenti originali (la relazione degli ispettori del DoA) agli organizzatori del convegno, il professor Fadel Alì, per garantire la veridicità della sua denuncia, ha ribadito che la catalogazione dei reperti scomparsi è stata da lui stesso verificata con la consulenza di Abdulamid Abdussaid, memoria storica degli scavi a Cirene, stimatissimo da Goodchild e da questi inviato, negli anni ’50 con una borsa di studio dell’Unesco, a specializzarsi in Gran Bretagna.
Sembra che, dopo la denuncia, le ricerche fervano e che i vari uffici dei ministeri italiani interessati del caso si siano messi all’opera.
E’ sperabile che in tutto questo procedere spedito non ci si dimentichi di informare e consultare chi, come Abdulamid Abdussaid, sa quasi certamente dove cercare e cosa cercare tra carte, dispacci, relazioni, fotografie, anche tra quelle conservate nei nostri labirintici archivii ministeriali.

Da Il Manifesto

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