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Il Samizdat sovietico, atto rivoluzionario

Di Simona Pizzuti
“Come cominciò? In quale giorno di quell’inverno girò il vento e tutto diventò troppo orribile? In autunno noi ancora lavo…”. È questo l’incipit originale dei “Racconti di Kolyma” di Varlam Shalamov, prigioniero per cinque anni nel gulag di Kolyma durante il periodo delle purghe staliniane. Pubblicati in italiano prima da Adelphi e poi da Einaudi , negli anni Sessanta i “Racconti di Kolyma” circolavano nell’Unione Sovietica solo attraverso il Samizdat, in cui spesso lo stile immediato dell’autore era interpretato come lacunoso dai lettori che intervenivano integrando o completando quelle parole che Shalamov aveva volutamente lasciato tronche, come “lavo…” che diventa, nella diffusione dei lettori, “lavoravamo”. L’autore non fu mai completamente d’accordo con la prassi di manipolazione del testo operata dai lettori/editori diSamizdat che pure hanno contribuito alla diffusione di opere altrimenti sconosciute per la censura.


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Samizdat in russo significa edito in proprio e indica un fenomeno diffuso nell’Unione Sovietica, e nei Paesi sotto la sua influenza, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta. Si tratta della prassi di ricopiare a mano, o con la carta carbone, opere soggette a censura che i lettori trovavano interessanti e che facevano poi circolare nella propria cerchia di amici, alimentando un circuito di editoria alternativa a quella del regime. Negli anni del “tardo socialismo” il Samizdat ha veicolato non solo testi letterari, ma anche analisi politico-economiche, ricette di cucina, bollettini informativi sulle violazioni delle libertà civili, saggi sullo yoga e sulle filosofie orientali e pagine di sconosciuti rimasti poi tali.
Oltre alla circolazione di Samizdat cartacei, si diffuse anche una forma di Samizdat audio, sperimentata da Boris Taighin già a partire dagli anni Quaranta. I magnizdat, meglio noti come “musica sulle costole”, erano incisi su lastre radiografiche già impresse, visti i costi eccessivi del vinile.
L’autoedizione, diffusa nell’Urss a partire dagli anni Cinquanta, sottrae­va il testo al controllo dell’autore, ma fu proprio questo aspetto a scardinare la prassi, rendendo il Samizdat una forma di diffusione innovativa e unica. “L’atto rivoluzionario del Samizdat è di trasformare le competenze tradizionali del lettore che non è non più circoscritto al ruolo passivo di fruitore, ma diventa parte attiva, l’editore di alcune opere”. Valentina Parisi, slavista e traduttrice dal russo e dal polacco, sintetizza così l’oggetto del suo libro dedicato al Samizdat: “Il Lettore eccedente. Edizioni periodiche del Samizdat sovietico, 1956-1990”, in corso di pubblicazione per la collana Studi dell’Istituto italiano di scienze umane di Firenze, presso la casa editrice Il Mulino .
“Il lettore/editore di Samizdat diventa eccedente perché sconfina nel campo della selezione delle opere da far circolare, con copie manoscritte o dattiloscritte, aggirando la censura, i cosiddetti Tamizdat, da Tam che in russo significa , quindi al di fuori dei confini dell’Unione Sovietica – racconta la Parisi –, dimostrando così tutto l’interesse del pubblico”.
Dopo aver dedicato la sua tesi di dottorato a un gruppo di poeti concettualisti moscoviti attivi negli anni Settanta che, per le caratteristiche della loro produzione poetica avevano scelto la pubblicazione attraverso Samizdat, Valentina Parisi è passata ad analizzare gli inizi di questa forma editoriale.
Uno dei progetti maggiormente interessanti nato alla fine degli anni Cinquanta è la rivista Sintaksis, vale a direSintassi. “Molte edizioni periodiche – spiega – hanno titoli legati alla sfera semantica della presa della parola, comeVoce, Vocetta o addirittura Eresia. Ciò evidenzia la posizione di quella nuova generazione di artisti e scrittori che non accedeva all’editoria di Stato”. Sintaksis era un almanacco poetico fondato a Mosca dal giovane giornalista Aleksandr Ginzburg, che ha avuto il merito di essere una delle prime edizioni dotate di periodicità e, in accordo con molte testimonianze, con pubblicazioni di eccezionale qualità come le poesie di Yosif Brodskij. In più Ginzburg aveva dato un’impronta transurbana alla rivista, dedicando un intero numero a Leningrado.
Alcune edizioni periodiche si sono poi occupate di recuperare il patrimonio dei testi che non venivano più pubblicati dagli anni Venti, quando, con l’accentramento di tutte le case editrici sotto l’egida del Gosizdat , la casa editrice dello Stato, non solo ci fu una forte contrazione dei titoli, ma anche la censura delle opere pubblicate prima della rivoluzione, in possesso delle biblioteche.
Negli anni Ottanta, la rivista Transponans, grazie all’amicizia con lo storico dell’avanguardia russa e primo archivista e collezionista Nikolai Chardzev, riesce a pubblicare una serie di inediti tra cui un articolo di Kazimir Malevic e, per la prima volta, sul frontespizio della rivista appare il simbolo dattiloscritto del copyright (una C in un cerchio), con l’esplicita richiesta di non riprodurlo senza il vaglio dei redattori.
Transponans non è però l’unica esperienza di editoria clandestina nata dal Samizdat. Negli anni Sessanta, Boris Taighin, noto per aver dato vita a una casa discografia underground che incideva Samizdat audio su supporti di lastre radiografiche, aveva iniziato un’opera di raccolta e collezione di poesie che circolavano solo in forma di manoscritti oppure erano semplicemente declamate a voce.
Pubblica questo materiale in volumetti dattiloscritti ricopiati personalmente con la sua macchina da scrivere e fonda la casa editrice Be-ta (dalle sue iniziali), con cui pubblica quasi 500 titoli di sillogi poetiche, chiaramente in tirature limitate. È noto infatti che il processo di ricopiatura con la macchina da scrivere e la carta carbone permetteva di produrre al massimo cinque copie per volta, di cui la quinta risultava quasi illeggibile e in gergo era definita “slepaja” , cioè cieca. “Alcune testimonianze affermano però che la dissidente Liudmila Alekseeva abbia battuto più di cinque copie per volta, ma in questo caso bisognava farlo come se si piantassero chiodi”.
La tendenza a fondare vere case editrici si diffuse molto più in Polonia e Ungheria che in Unione Sovietica, dove fino alla metà degli anni Settanta la tecnologia del Samizdat, seppure con i suoi limiti di tiratura, era rimasto l’unico mezzo per far circolare i testi proibiti.
“Un nuovo strumento tecnologico – spiega Valentina Parisi – si diffonde alla fine degli anni Settanta con l’uso crescente delle fotocopiatrici. Chiaramente la copiatura era molto più agevole, ma anche più pericolosa perché queste macchine erano disponibili solo negli uffici e quindi chi si dedicava alla copiatura delle opere doveva essere molto più cauto”.
Quello che emerge dai racconti di Valentina Parisi e che accomuna tutte le pratiche di diffusione di Samizdat è il ruolo chiave del lettore. Negli anni Settanta per esempio l’attività di ricopiatura a mano viene riservata a testi nuovi o parti di testi, mentre per le opere già più note si procedeva al processo di fotocopia oppure al massimo di copie dattiloscritte.
Un caso emblematico è rappresentato dai romanzi di Nabokov che, pubblicati negli Stati Uniti, arrivano nell’Urss grazie al canale del Tamizdate vengono diffusi attraverso copie dattiloscritte per una maggiore facilità di fruizione dei testi. “È ancora il lettore a prendere delle decisioni non solo per la scelta dei testi da diffondere, ma anche in quale forma riprodurli”, conclude la Parisi.

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