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Il Regno unito degli ultimi

Di Marina Forti


Per i bambini è davvero una cosa insolita: possono divertirsi a disegnare sull’asfalto con i gessetti colorati e guardare una animatrice che riesce a tener sù una decina di hoola-hop allo stesso tempo, mentre signore sorridenti gli offrono dolcetti. Eccole che posano per la foto, le signore tanto caritatevoli: bianche e bionde o nere e paffute. Scene simili non capitano tutti i giorni a Clarence road, nel quartiere di Hackney Central, Londra orientale. Una settimana fa qui un paio di automobili sono andate in fiamme – c’è ancora il segno sull’asfalto fuso – hanno spaccato vetrine e scaffali di un negozio, di quelli che vendono giornali, ricariche telefoniche, biglietti della lotteria. Lunedì pomeriggio, un gruppo di signore volonterose ha organizzato un «té comunitario», una manifestazione «per la pace e l’unità del quartiere». Tra i banchetti distribuiscono tè e biscotti (offerti da Mark & Spencer, il grande magazzino giù sulla strada principale), anche i poliziotti di quartiere sorridono e chiacchierano con giovani allampanati dai capelli rasta o signore afro circondate da bambini.
La scena è così commovente che è finita in prima pagina su The Times (quotidiano conservatore), oltre che sui giornali del quartiere: sembra il ritratto della «one big society» di cui parla il premier David Cameron, la «grande società unita». «Non credere che sia così tutti i giorni», dice un uomo di mezza età, afro-caraibico, mentre fotografo i poliziotti sorridenti tra i bambini: «Questa è la scena per la televisione. Di solito qui i poliziotti ci dicono casomai di smammare». Darwin è davanti a un ristorantino caraibico, con un amico. «Sì, è un vero peccato che abbiano distrutto il negozio. Questi ragazzi… non hanno istruzione, non hanno lavoro, non hanno prospettive. Certo, hanno fatto danno. Ma la colpa maggiore non è loro. Non vanno più a scuola… uno lo capisce benissimo che sarà emarginato a vita. Così quabdo ha occasione di prendersi qualcosa, lo fa».
L’amico se ne va, borbottando «a che serve parlare». Rose invece parla come un fiume in piena: «La polizia ci umilia. I nostri figli vengono fermati di continuo, ogni giorno dieci, venti volte: che fai, dove vai, faccia al muro, vuota le tasche: sfido che poi sono pieni di rabbia. Io ho 50 anni e vivo qui da quando ne avevo 9. Ma mi sento trattare come una criminale». E’ infuriata da questa festicciola caritatevole: «Metà di queste facce non lo ho mai viste qui. Tutta scena. Ma perché non viene qui Boris Johnson ? Dove sono i deputati? Vengano qui nei giorni normali. I ministri non perdono il lavoro, non sanno cosa vuol dire. Loro rubano alla grande ma non vanno mica in galera – i nostri ragazzi finiscono dritti davanti al giudice per qualunque cosa. Quando vado a prendere il sussidio a volte mi dicono che non ho cercato lavoro con abbastanza impegno e mi sospendono il beneficio per due settimane. Facile per dei burocrati bianchi dire che qui ci sono i criminali».
I poliziotti che sorridono le danno sui nervi: «È una vergogna. nei giorni normali maltrattano i ragazzi che ciondolano qui davanti. Ma hanno chiuso tutto, dove vanno? almeno quando c’era il Youth club – il centro giovanile municipale – sapevo dove i miei figli passavano il tempo. Ora… guarda bene questa strada: non c’è un buco dove si possa passare del tempo». Già: da un lato schiere di case popolari con le porte d’ingresso che si aprono sui ballatoi, dall’altro un paio di fast food caraibici e il negozio devastato: a poche centinaia di metri dalla strada principale, dove ci sono negozi più carini e comincia la zona rigentrificata – rinnovata, imborghesita – qui resta un mondo tagliato fuori. «Stai pur certa, tra qualche giorno ci avranno dimenticato».
La realtà di Hackney Central – quella «di tutti i giorni» – emerge in una cifra impressionante: il 44% dei bambini vive sotto la soglia di povertà (comunque sia definita). In questi giorni di vacanze scolastiche sono per strada, tra i parcheggi o i marciapiedi, spesso soli perché i genitori sono al lavoro. L’abbandono scolastico è alto. Alcuni ragazzi appena adolescenti di Hoxton street, un’altra via di casermoni popolari da queste parti, dichiarano a un cronista che loro non si muovono mai dal circondario: «non c’è nulla da fare qui e nulla da fare là», e inoltre devono badare ai fratellini più piccoli. Potrebbero arrivare al parco pubblico, London Fields non è lontano: ma ciò implica una iniziativa che non hanno, si sentono fuori luogo fuori dalla loro strada. E temono quelli delle altre gang («hai bisogno di far parte di una gang: altrimenti chi ti difende da quelli più grandi», dice un ragazzo di 14 anni). D’altra parte, per loro ci sono sempre meno spazi: gli youth club municipali sono sempre meno. Il Crib youth club, qui vicino, ha ridotto le ore d’apertura e quest’estate non ha organizzato corsi né attività sportive, di musica o altro: i fondi sono ridotti di tre quarti.
Lo stesso accade in tutte le inner-city di Londra – le zone di case popolari, i quartieri più deprivati di questa metropoli stratificata in modo implacabile. Nel vicino municipio di Haringey, appena più a nord otto centri giovanili su 13 sono ormai chiusi, e i fondi per i progetti giovanili sono tagliati del 75%. Il messaggio è semplice, «i ragazzi sanno che non possono aspettarsi nulla», mi dice David Daniel, pastore della chiesa evangelica People’s Christian Fellowship su Broad Lane, una delle strade che taglia Tottenham. Domenica pomeriggio la sua piccola chiesa straboccava di fedeli – tutti tirati a lucido, abiti coloratissimi, donne ben truccate, uomini impettiti, pettinature afro elaboratissime. «La tensione è ancora alta, anche se tutti sperano di tornare presto alla normalità. Le ragioni? non sono difficili da immaginare. Qui la tensione con la polizia è sempre stata forte. I giovani qui… sanno di essere segnati, covano odio, rabbia. E quando c’è l’occasione per scatenarsi…». Dopo i disordini scoppiati nel 1986 a Tottenham «il municipio ha fatto molto per ricucire il dialogo, ci sono stati investimenti sociali, anche la polizia di quartiere è migliorata. Ora però molti programmi sociali vengono tagliati. E questi ragazzi si sentono tutti contro». Parla di tensione, rabbia: «Ci vorrà tempo». Poco distante dalla sua chiesa c’è n’è un’altra, e poi un’altra, tra un fast food halal e un ufficio viaggi che organizza pellegrinaggi alla Mecca. All’angolo un asilo comunale con uno striscione multicolore: «difendete il nostro centro per bambini dai tagli».
Qualche chilometro più a sud, a Clarence road, le caritatevoli signore bionde stanno riponendo i thermos vuoti – chissà se assomigliano a loro le «campionesse della famiglia» che il premier David Cameron ha promesso di mobilitare per assistere le 120mila «famiglie problematiche» del Regno unito, di solito di madri sole. Per ora la scena del té di quartiere è finita, domani i bambini avranno di nuovo solo i parcheggi a disposizione. E qui, dice Rose, «il vulcano sarà pronto a scoppiare di nuovo».
Da il Manifesto

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