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ISIS Qatar Senza categoria terrorismo islamico

Il Qatar, bancomat dell’Isis

Di Enrico Oliari
Nuovi elementi danno il Qatar come uno dei principali finanziatori del Daesh, acronimo arabo dell’Isis.
Il Qatar, per intenderci e per arrivare subito al sodo, è quello del “Milano, i grattacieli di Porta Nuova passano tutti al fondo del Qatar” (1), del “Al Qatar l’ex San Raffaele, entro 2015 attivo il nuovo ospedale” (2), del “Qatar e magnate dei Dolphins pronti ad acquistare la F.1” (3), e di tanti altri acquisti ed investimenti in tutto l’occidente. google_ad_client = “ca-pub-1420052409712884”; google_ad_slot = “1767390444”; google_ad_width = 300; google_ad_height = 250;
Ci si va a braccetto, quindi, con il Qatar e con il suo emiro Tamim bin Hamad al-Thani, perché si fanno affari d’oro. Tuttavia la storia del Qatar degli ultimi anni non è proprio coerente con l’immagine che il ricco regno mediorientale vuole dare e soprattutto che noi occidentali ci ostiniamo a voler vedere. Perché dietro alle primavere che hanno infiammato il mondo arabo, dietro all’Isis come pure ai Fratelli Musulmani, c’è sempre il Qatar.
Ne avevamo già parlato sulle pagine di Notizie Geopolitiche (4) dei molti elementi che danno il coinvolgimento del Qatar con quel Daesh che decapita gli occidentali, distrugge i siti archeologici e soprattutto stermina le minoranze etniche di Iraq e Siria, ma la recente notizia dell’uccisione tramite drone del terrorista Ali Awni al-Harzi ne ha fornito un’ulteriore prova.
La teoria che dà l’Isis come strategia di Turchia, Usa e Qatar per ribaltare il governo di Bashar al-Qssad senza sporcarsi le mani, è sotto gli occhi di tutti, salvo poi il giocattolo sfuggire ad ogni controllo. L’ex Segretario di Stato Usa Hillary Clinton ha ammesso in modo sorprendente che l’Isis “è stato un fallimento. Abbiamo fallito nel voler mettere in piedi una guerriglia anti al-Assad credibile. La forza di opposizione che stavamo creando era composta da islamisti, laici e da gente nel mezzo: l’incapacità di fare ha lasciato un grande vuoto che i jihadisti hanno ormai occupato. Spesso sono stati armati in modo indiscriminato da altre forze e noi non abbiamo fatto nulla per evitarlo” (5).
In tale quadro, il ruolo del Qatar è stato sostanzialmente quello del principale finanziatore dello Stato Islamico, almeno fino a quando non è venuto ad essere necessario l’intervento contro il Daesh. Il motivo va ricercato in più fattori tra i quali la lotta in corso con l’Arabia Saudita per contendersi il primato nel Medio Oriente sunnita e nel contempo di fungere da interlocutori privilegiati con l’occidente.
Fatto sta che lo scorso 25 agosto 2014 il ministro dello Sviluppo tedesco Gerd Mueller, subito ripreso da una furiosa Angela Merkel, era intervenuto sul canale televisivo pubblico ZDF affermando: “Un suggerimento, chi finanzia queste truppe dell’Isil? Il Qatar” (6). Mueller aveva così completato la battuta del collega vicecancelliere e ministro dell’Economia Sigmar Gabriel, il quale era intervenuto in un dibattito ponendosi la domanda su chi finanziava il gruppo qaedista, cioè uno Stato, ma senza dare nessuna indicazione.
Panorama riportava in febbraio addirittura che i film dell’Isis dove venivano mostrati i nemici venire decapitati, bruciati vivi e annegati, sarebbero stati realizzati grazie a corsi intensivi di regia, tenuti proprio a Doha, presso la sede della tv panaraba al-Jazeera (7).
L’ultima notizia è del 24 giugno, giorno in cui è stata comunicata l’eliminazione, in realtà avvenuta una settimana prima, a Mosul del terrorista tunisino Ali Awni al-Harzi.
Ali Awni al-Harzi era forse il principale anello di congiunzione fra i jihadisti del Nordafrica e l’Isis, “aveva lunghi e profondi legami con il terrorismo internazionale”, come ha spiegato l’intelligence Usa, e soprattuto aveva un ruolo di primo piano nel reperimento dei soldi destinati al Daesh: il dipartimento del Tesoro Usa ha appurato che nel settembre 2013 al-Harzi aveva ricevuto 2 milioni di dollari dal Qatar da versare nelle casse dello Stato Islamico.
L’atteggiamento ambiguo di Qatar e occidente in materia di Daesh ha certamente avuto fine con l’intervento della coalizione internazionale contro lo Stato Islamico, ma è un dato di fatto che i “pasticci” del Qatar in tutta l’area creano non pochi grattacapi agli alleati occidentali e soprattutto sconvolgono le realtà politico-territoriali, portano guerre e terrorismo; la longa manus del Qatar è data nel Mali in sostegno dei separatisti dell’Azawad, tanto da arrivare a riconoscerne l’effimera repubblica nell’aprile 2012; in Egitto dietro ai Fratelli Musulmani di Mohammed Morsi, movimento fuori legge ed i cui esponenti non arrestati si trovano in esilio a Doha; in Libia dietro agli islamisti di Tripoli, ed anche lì, mentre la comunità internazionale riconosce il governo “di Tobruk”, Doha riconosce quello “di Tripoli” con premier Khalifa al-Ghwei; a Gaza dietro ad Hamas, movimento finanziato con i soldi che arrivano da Doha, ed anche in questo caso il presidente del partito palestinese Khaled Meshal vive in Qatar (8); in Siria dietro all’Isis e all’Esercito libero siriano.
Un disegno che indica un preciso piano per arrivare all’egemonia sul mondo arabo sunnita, dove le istanze di democrazia e di libertà dei popoli sono assolutamente secondarie.
3 – Qatar e magnate dei Dolphins pronti ad acquistare la F.1 – La Gazzetta dello Sport, 24 giu 2015:
4 – Cfr. Isis. Quell’esperimento di Usa, Qatar e Turchia finito davvero male… – Notizie Geopolitiche, 22 feb 2015;
7 – Luciano Tirinnanzi, Libia, il ruolo del Qatar e l’appoggio allo Stato Islamico – Panorama, 19 feb 2015;
8 – Cfr. Doha a Meshaal, ‘se firmi gli accordi con gli israeliani verrai espulso’ – Notizie Geopolitiche, 20 ago 2014;

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