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Il punto sulla Libia

Di Andrea Catone
su MarxVentuno 3/2011 del 27/07/2011
Mentre nubi sempre più fosche si addensano sull’Italia, nell’occhio del ciclone per il pesante attacco ai titoli di Stato, i bombardamenti della NATO contro la Libia proseguono ininterrotti da 4 mesi, provocando distruzioni e vittime crescenti, ma anche costi crescenti, insopportabili per un paese che taglia su scuola, sanità, pensioni.

– La guerra “umanitaria” dei “protettori uniti”

In tutta evidenza non è una guerra per difendere i civili e i “diritti umani”. L’operazione ossimoricamente denominata Unified Protector ha provocato nei primi 100 giorni (19 marzo – 27 giugno) 6121 vittime civili fra morti e feriti. Gli stessi “ribelli” di Bengasi sono stati più volte vittime del fuoco amico. Sono divenuti obiettivi militari le fabbriche, i campi coltivati e i magazzini con i sacchi di farina, case, asili, negozi, ospedali, scuole. Oltre 700.000 sono i profughi riparati nei campi tra Tunisia e Libia. Nulla di nuovo sotto il sole: si ripete qui la macabra sequenza delle guerre della “Santa Alleanza” Nato: Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia…

– Fabbrica del falso con prodotti sempre più scadenti

E si ripete anche la serie di menzogne mediatiche per costruire il pretesto dell’intervento “umanitario”. La madre di tutte le bugie – “10 mila morti e 55 mila feriti” provocati da Gheddafi i – fa il giro del mondo e offre la principale giustificazione all’intervento del Consiglio di Sicurezza e poi della Nato. Notizia del tutto falsa, come le altre messe in giro per l’occasione: fosse comuni, mercenari neri, stupri di massa al viagra [www.famigliacristiana.it, 15.6.2011].

– Contro il diritto internazionale

Se sono false le notizie sul “genocidio” verso il suo popolo, di cui si sarebbe macchiato Gheddafi, le risoluzioni 1970 e 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sono illegittime [A. Bernardini, www.resistenze.org].

– Guerra imperialista. Uniti e divisi

I motivi dell’aggressione contro la Libia (come Fidel Castro, che non è un profeta, ma un rivoluzionario marxista, aveva previsto già il 21 febbraio: www.cubadebate.cu) sono diversi e divergenti, tutti riconducibili entro la categoria leninista di imperialismo. Le potenze della Nato, supportate dalle petromonarchie dell’area (in particolare Arabia Saudita e Quatar, che tramite la TV Al Jazeera è stato tra i principali artefici delle menzogne mediatiche antiGheddafi) sono unite come cani rognosi nell’azzannare la preda libica, ricca di ottimo petrolio, nonché di notevoli risorse finanziarie, che fanno gola alla banda di predoni. Si dividono, in concorrenza tra loro, per la spartizione del bottino.

– 5 ragioni per fare la guerra

A. Il petrolio. La Libia dopo il 2003 si apre alle compagnie petrolifere occidentali, ma non svende le sue risorse: alla compagnia statale libica bisogna lasciare il 90% del petrolio estratto. I “ribelli” di Bengasi sotto controllo Nato garantiranno contratti molto più favorevoli ai loro protettori USA, inglesi, francesi, a detrimento dell’italiana Eni, che nel 2007 ha pagato un miliardo di dollari per assicurarsi le concessioni fino al 2042, e della tedesca Wintershall [M. Dinucci, il manifesto 1.5.201).

B. Porta per l’Africa.Per le sue caratteristiche – abbondanza di materie prime unita alla debole statualità postcoloniale della maggior parte dei paesi del continente – l’Africa è da tempo oggetto di contesa tra le principali potenze: una guerra interimperialistica, combattuta, per ora, per interposta persona (fomentando odi etnici e tribali) per ridisegnare le zone di influenza. In questo scacchiere la sottomissione della Libia è un passo importante per una nuova “colonizzazione” (dominio del territorio senza presenza diretta della madrepatria, ma attraverso quisling locali o borghesie comprador).

C. Contrastare il progetto dell’unità africana. Gheddafi si era notevolmente impegnato lo scorso decennio per dar vita e potenziare l’Organizzazione dell’Unità Africana, coltivando l’ambizioso progetto di costruire un’area economica sottratta al controllo diretto dell’imperialismo occidentale.

D. Contrastare la penetrazione in Africa della Cina,potenza economica in ascesa.

E. Ricollocare in Libia basi militari USA e NATO, che Gheddafi aveva espulso 40 anni fa. Come l’UCK albanese servì agli USA per impiantare in Kosovo la più grande base militare in Europa (Camp Bondsteel), così faranno i ribelli bengasini in Libia.

– L’Italia in guerra

Nella guerra di Libia, dove impegna circa 2000 uomini, oltre che aerei e portaerei [Corsera, 8.7.11], l’Italia è entrata suo malgrado e con molti mal di pancia, unendosi ai predoni NATO con l’obiettivo di non essere del tutto tagliata fuori dopo la prevedibile caduta di Gheddafi, con cui aveva concluso contratti miliardari. L’interesse italiano non era certo fargli guerra. A partecipare alla nuova impresa bellica Berlusconi è stato costretto dalla sua debolezza internazionale, dalla sua ricattabilità oltre Atlantico (come risulta dai file di Wikileaks); come non è avvenuto invece per la Germania, che si è defilata, garantendosi comunque una spartizione del bottino. Il Pd ha avallato la guerra, rimproverando al centro-destra, in una paradossale inversione dei ruoli, di non volerla fare. Il presidente della repubblica, ignorando l’articolo 11 della Costituzione, è divenuto, anche qui in paradossale connubio con il fascista Larussa, il più tetragono sostenitore dell’avventura libica, persino quando – per il prolungarsi dell’aggressione a causa dell’imprevista resistenza di Gheddafi, per i costi crescenti della guerra e la caduta di consenso attestata dalle sconfitte del centro-destra alle amministrative e ai referendum – si sono aperte crepe nella maggioranza di governo, che giunge a proporre una tregua per una soluzione negoziale, richiesta d’altronde dalla maggior parte del mondo (Unione africana, paesi latinoamericani, BRICS), ma seccamente respinta dagli USA (anche per mantenere l’instabilità militare, oltre che finanziaria nella alleata/concorrente Europa).

– Assenza di un movimento contro la guerra

A parte l’encomiabile lavoro d’informazione e analisi critica di alcuni siti e di qualche articolo (in particolare M. Dinucci su il manifesto), alcuni appelli e qualche iniziativa pubblica (conferenze o presidi militanti), è un dato estremamente negativo l’assenza di un movimento contro la guerra libica, in un paese che è direttamente e massicciamente impegnato in essa. Una tendenza che va assolutamente invertita: la critica della guerra imperialista è un pilastro essenziale e ineludibile della nostra identità e della nostra pratica di comunisti.

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