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Il mito di Iperborea


Di Domenico Turco

Ciclo atlantideo e ciclo nordico, Atlantide e Iperborea, sono i due mondi storici caratteristici dell’Età dell’Oro, sorta di “poli” spirituali aventi comunque una matrice comune. Si trattò in effetti di civiltà altissime, probabilmente collassate nel cataclisma noto nei vari miti del mondo come Diluvio universale.<

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Thule, l’isola del sole, e Iperborea erano i centri principali del ciclo nordico, il cui ricorso si è conservato nelle leggende, nella saga, nei poemi e nella concezione religiosa di molti popoli dell’antichità. 



I Veda, l’Edda e l’epos omerico rivelano molte inequivocabili tracce di questa primitiva patria nordica degli Indoeuropei. In questo contesto, assume un grande rilievo la teoria di Bâl Gangâdhar Tilak, che ha parlato di una “dimora artica” dalla quale provenivano gli Arya dell’antica India, e a tale ipotesi è stato indotto grazie all’analisi dei Veda, poema sacro che pullula di riferimenti astronomici e climatici a un primordiale ciclo nordico. 
Esistono diversi indizi di una civiltà dell’Età dell’oro presente nell’area polare, da porre in relazione agli Dèi. 
Nel Mahabharata, corrispettivo indiano dell’Iliade, ci sono degli accenni alla terra dell’estremo nord, in sanscrito “Uttarakuru”, definita in persiano Airyana Vaèio, “il seme degli Arya”, o Paradesha, che è all’origine del termine “paradiso”, derivante dal greco Paradèisos, a sua volta traduzione dell’ebraico Pardesh.



La tradizione indoeuropea della Persia tramanda il ricordo dell’Airyana Vaejah; gli abitanti dell’odierno Iran professavano una religione uranica e solare, di tipo olimpico o nordico. Non è un caso che i Greci attribuissero agli Iperborei il culto del dio solare per eccellenza, Apollo. 
L’Uttarakuru corrisponde in maniera sorprendente all’Iperborea, altra terra estrema posta ai confini del mondo, sede artica o nordica caratterizzata tuttavia da clima mite, ancora libera quindi dai ghiacci che rendono ormai inospitale l’area. 



La stirpe leggendaria ma non del tutto degli Iperborei viveva in un luogo soleggiato per sei o dieci mesi l’anno, e con una notte della durata di altri sei o due mesi, esattamente come nella zona d’origine degli Arya, secondo diverse testimonianze contenute nell’Avesta persiano e nei Veda indiani. E, come gli Iperborei, gli Arya veneravano divinità celesti e solari, peculiari del pantheon indoeuropeo. 
Anche l’Inno a Hermes, tradizionalmente attribuito ad Omero, che menziona la regione della Pieria, dove nacque il mitico messaggero, confinante con l’Olimpo, il monte sacro degli Dèi greci, contiene strane anomalie astronomiche relative alle fasi lunari, che possono trovare una spiegazione convincente se ambientate in prossimità dell’Artico, nel nord della Lapponia. Qui, infatti, la notte solstiziale dura quasi due mesi. 
La memoria di un brusco cambiamento climatico è dimostrato dal mito del crepuscolo degli Dèi, il Ragnarok. Come si legge nell’Edda poetica, “verrà l’inverno chiamato Fimbulvetr (‘inverno spaventoso’): la neve cadrà vorticando da tutte le parti; vi sarà un gran gelo e venti pungenti; non ci sarà più il sole. Verranno tre inverni insieme, senza estati di mezzo”. 
La fine dell’Airyana Vaèio fu dovuta ad un drammatico disastro climatico. Come raccontato nell’Avesta, la divinità Ahura Mazda comunicò al re Yima, primo signore degli uomini, che una sequela di terribili inverni avrebbe condotto alla distruzione il suo regno, descritto come una sorta di eden primordiale. 



L’Iperborea, terra primordiale in cui verosimilmente vissero gli Indoeuropei prima dell’irrigidirsi del clima, può essere identificata con una vasta area compresa tra la Scandinavia e la Siberia. 
Il primo a parlare della mitica terra di Iperborea fu Ecateo di Mileto, vissuto nel VI sec. a. C., che la colloca geograficamente tra la misteriosa catena montuosa dei Rifei – forse gli Urali? – e l’Oceano.
Erodoto riferisce che Aristea di Proconneso, in un suo poema, elenca alcuni popoli che vivevano a nord della Grecia, come gli Issedoni, gli Arimaspi – da notare la radice “ari” che ci riconduce agli Arya indoiranici – gli Sciti, e infine gli Iperborei, posti sulle rive di un mare, presumibilmente l’Artico. È molto interessante notare che in tale contesto Erodoto citi puntualmente i Cimmeri, presso cui giunge Ulisse nell’Odissea, in cerca dell’ingresso dell’Ade, il Regno dei morti. 



Omero scrive chiaramente che in Cimmeria c’è una notte lunga sei mesi, con ciò rilevando esplicitamente la localizzazione artica di questo leggendario paese che può essere identificato con l’Iperborea. Diversamente da Erodoto, che situa l’Iperborea nel nord-est dell’Europa, Ecateo di Abdera, vissuto tra il IV e il III sec. a. C., chiama con questo nome un’isola grande all’incirca come la Sicilia. Evidentemente si tratta di una propaggine insulare dell’Iperborea propriamente detta. 
Ecateo di Abdera associa quest’isola ad Apollo, dio della luce, e ai tre figli di Borea, personificazione del vento del nord, che omaggiano la divinità solare in compagnia di uno stormo di cigni – uccelli sacri all’arciere dell’Olimpo – provenienti dai Monti Rifei. 



Il geografo Strabone identifica gli Iperborei con gli Sciti e i Celtosciti, presenti tra l’Adriatico e il Mar Nero, che in realtà abitavano molto più a sud, ma che, rispetto alla Grecia, erano in effetti posti in una sede settentrionale. Qui si rivela il duplice significato del termine Iperborei, che da un lato indica genericamente le stirpi dell’estremo nord, mentre dall’altro una civiltà artica, primordiale, già ammantata di un’aura mitica e connessa in qualche modo agli Dèi. Ma è a Plinio il Vecchio che dobbiamo la trattazione più esaustiva e completa del mito dell’Iperborea: “[.]Poi ci sono i Monti Rifei e la regione chiamata Pterophoros per la frequente caduta di neve, a somiglianza di piume, una parte del mondo condannata dalla natura ed immersa in una densa oscurità, occupata solo dall’azione del gelo e dai freddi ricettacoli dell’Aquilone. Dietro quelle montagne e al di là dell’Aquilone, un popolo fortunato (se crediamo), che hanno chiamato Iperborei, vive fino a vecchiaia, famoso per leggendari prodigi. Si crede che in quel luogo siano i cardini del mondo e gli estremi limiti delle rivoluzioni delle stelle, con sei mesi di chiaro e un solo giorno senza sole; non, come hanno detto gl’inesperti, dall’equinozio di primavera fino all’autunno: per loro il sole sorge una volta all’anno, nel solstizio d’estate, e tramonta una volta, nel solstizio d’inverno.” (Naturalis Historia, IV, 88). 



Plinio il Vecchio aggiunge poi dei particolari, che sono rivelativi del vero volto dell’Iperborea e che si ritrovano anche negli analoghi ritratti delle isole dell’estremo confine del mondo, da Thule a TirnahnOge. Per Plinio, l’Iperborea “è una regione luminosa con clima mite, priva di ogni nocivo flagello. Hanno per case boschi e foreste, venerano gli dèi profondamente e in comune, la discordia e ogni malattia sono loro ignote. Non c’è morte, se non per sazietà di vita, dopo i banchetti e nella vecchiaia colma di conforto; si gettano in mare da una rupe: questo tipo di sepoltura è il più felice […]”.
Questa descrizione riconduce ancora una volta al mito dell’Età dell’Oro, caratterizzata da fervore religioso e venerazione per gli Dèi, armonia e salute, tratti che riscontriamo nella storia di Atlantide e nel ricordo di Thule, che era presumibilmente la Groenlandia, in condizioni climatiche temperate, che quest’isola oggi così inospitale conservò fino al Medioevo, fino a meritare l’appellativo, attualmente grottesco, di Terra verde (Grünes land). 



Prima che sorgessero i ghiacci polari, le tempeste e di vento e le bufere, altre stirpi, altre città e altri mondi affollavano il nord, illuminato da un sole diverso. Fu l’Era solare, l’Era della luce e della giovinezza del mondo. E fu l’Iperborea, l’Atlantide artica, travolta dal crepuscolo degli Dèi, e consegnata così alla leggenda.

Fonte:http://www.piuchepuoi.it/domenicoturco/iperborea_mistero_nord.php

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