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Il grido di rabbia dell’Amazzonia

 Di Francesco Martone 



È un grido di accusa quello della leader Guaranì Nelly Romero, vicepresidente della Cidob, Federazione dei popoli indigeni amazzonici della Bolivia. Destinatario è il presidente indigeno del suo paese, Evo Morales. Di fronte a un centinaio di delegati dei popoli indigeni di tutto il bacino dell’Amazzonia, riuniti a Manaus (in Brasile) a metà agosto, Nelly Romero punta il dito contro il tradimento di Evo, che accusa di perseguire politiche di sviluppo ed estrattiviste che contraddicono il suo essere indigeno e l’impegno per i diritti della Pachamama, la «madre terra». Siamo alla vigilia della marcia dei popoli indigeni boliviani contro il progetto di autostrada che taglierebbe la terra indigena (e area protetta) del Tipnis, progetto sostenuto dal governo di La Paz e finanziato dalla Banca brasiliana per lo sviluppo economico, un gigante finanziario che investe ormai non solo in America Latina, ma anche in Africa. Un attacco ai popoli indigeni, dicono i rappresentanti riuniti a Manaus. E non il solo, visti i piani del governo boliviano di aumentare l’estrazione di idrocarburi e metter mano ai giacimenti di litio, fonte di entrate per irrobustire il bilancio dello stato. Restano sullo sfondo le leggi adottate dal governo di Evo, come quella sulla sovranità alimentare che prevederebbe l’uso massiccio di Organismi geneticamente modificati, o quella sui diritti della Madre Terra che – a detta di molti leader indigeni – rafforza l’autorità del governo centrale negando loro i diritti all’uso sostenibile delle proprie risorse. 
Al grido di Nelly segue quello di Raoni Kayapò, leggendario leader indio dell’Amazzonia brasiliana. Nel suo costume tradizionale, il labbro inferiore deformato da un disco di terracotta, Raoni accusa il governo di Dilma Rousseff, la iron-lady che si è impegnata a portare a termine la megadiga di Belo Monte, sul fiume Xingù, la terza più grande del mondo dopo quella delle Tre Gole e quella di Itaipù. Un mostro di cemento nel cuore dell’Amazzonia che provocherà il reinsediamento forzato di decine di migliaia d’indigeni espulsi dai loro territori ancestrali. Belo Monte («Belo-Monstruo» la chiamano da quelle parti) sarà l’icona del Brasile del futuro, gigante economico, con aspirazione di superpotenza regionale e globale. 
Nella sala del parlamento dello stato di Amazonas echeggiano poi i suoni striduli della lingua shuar, di un rappresentante di quel popolo dell’Amazzonia ecuadoriana: accusa il governo di Rafael Correa di ampliare la frontiera del petrolio nell’Amazzonia. Un governo che oggi procede con determinazione alla costruzione del canale Manta-Manaus, che tra qualche anno dovrebbe collegare la vecchia capitale del ciclo della gomma (Manaus) alla costa del Pacifico (Manta, in Ecuador), porta verso i mercati d’Oriente, Cina in primis. L’asse multimodale Manta-Manaus è parte di una rete di infrastrutture e megaprogetti, Iirsa, per l’integrazione economica e commerciale del continente. 
Insomma: sono emerse tutte le contraddizioni del continente sudamericano, le tensioni e le ambiguità accumulate negli ultimi anni: in molti paesi si sono insediati governi progressisti, con il sostegno diretto o indiretto dei movimenti sociali e dei popoli indigeni, e con grandi obiettivi di rielaborazione dei propri paradigmi economici e sociali per costruire modelli di sviluppo alternativi. Oggi però quegli stessi governi sono nell’impasse: per i costi ambientali e sociali delle proprie politiche di sviluppo, e perché l’aumento della spesa pubblica per istruzione, salute, diritti di cittadinanza, non è coperto dall’esportazione delle proprie materie prime. Petrolio e derivati, di cui sono ricche le terre ancestrali dei popoli indigeni amazzonici e andini, risorse necessarie per tener fede ai propri impegni elettorali e assicurarsi il consenso popolare, anche a costo di ipotecare il proprio futuro.
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Da il Manifesto

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