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Il Governo incontra la Fiat: chi avrà la meglio tra il capitale e i diritti?

La Saga Fiat continua e la resa dei conti si avvicina. E’ previsto un incontro tra il Governo e i vertici del Lingotto per fare chiarezza sui piani d’investimento dell’azienda in Italia. Tanti i dubbi e le incertezze, soprattutto tra i lavoratori e i sindacati. Ma il Ministro del Lavoro Elsa Fornero avverte: “ Non sarà monologo, ma dialogo”.
Di Giulia Molari
L’INCONTRO – Sarà un confronto improntato sulla chiarezza, o almeno così il Governo e i sindacati reclamano, circa l’interesse o meno della Fiat di incentivare lavoro e produzione in Italia. Dall’altra parte Sergio Marchionne, il numero uno dell’azienda piemontese, si presume toccherà nel suo discorso il problema della competitività del sistema Italia in rapporto ad altri Paesi del Mondo.
Stando alle ultime dichiarazioni del leader della Fiat, estrapolate da un’intervista pubblicata su La Repubblica, sembra che l’azienda stia accumulando perdite da 700 milioni di euro in Italia a fronte delle quali riesce a reagire grazie a guadagni superiori ai 3 miliardi provenienti dalle attività esercitate oltre oceano, soprattutto in America e nei Paesi in via di sviluppo. La colpa di questo arresto del sistema produttivo italiano e, quindi, della Fiat è imputabile secondo Marchionne ad un mercato tarlato dalla crisi economica, che invecde di far gola all’imprenditore sembra mandare all’aria l’intero progetto “Fabbrica Italia”. Quest’ultimo, altro non è che il grande piano industriale annunciato dalla Fiat nell’aprile 2010, previsto per il quinquennio 2010-2014.
Certo è, però, che dal 2010 ad oggi il mercato dell’auto non si è bloccato all’improvviso. Probabilmente i campanelli d’allarme erano già suonati da tempo: perché allora la questione non è stata affrontata prontamente? Ora, il Governo si trova a fare i conti con il destino incerto dell’azienda, simbolo del capitalismo italiano, ma soprattutto a fare accordi e mediazioni sulla testa di migliaia di lavoratori che rischiano di restare a casa.
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LE SPERANZE DEI LAVORATORI – Infatti, oltre ai tecnici, ad attendere una risposta dai dirigenti del Lingotto ci sono le tute blu di Pomigliano e degli altri stabilimenti italiani, che in questi giorni vedono il proprio posto di lavoro appeso a un filo. Questi sono gli stessi operai, che nel 2010 dopo che la Fiat disdisse il contratto nazionale di lavoro uscendo da Confindustria, si ritrovarono di fronte ad una vera e propria scelta di vita, forse la più difficile a cui un lavoratore potrebbe mai essere mai sottoposto.
Tale scelta, sintentizzabile in una risposta positiva o negativa al referendum indetto all’interno della fabbrica di Mirafiori, consisteva nell’accettare o meno un nuovo e più duro contratto di lavoro, per molti aspetti lontano dalle regole previste dallo Statuto Nazionale dei Lavoratori. Con una piccolissima discriminante, però: se fosse passato il “sì”, Marchionne avrebbe investito; altrimenti l’intero stabilimento avrebbe chiuso. Non a torto, si è parlato di “ricatto”, tanto che il “sì” è arrivato. Ma le promesse fatte?
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IL PIANO – Ad incrinare il precario equilibrio tra azienda, sindacanti e lavoratori sono state le parole di Marchionne circa le future scelte della multinazionale. Oggi non coincidono più con le ricche aspettative che la società nutriva sullo sviluppo della produzione in Italia, di cui “Fabbrica Italia” rappresentava il simbolo. Il piano prevedeva l’investimento di 30 miliardi di euro in 5 anni, di cui 20 solo negli impianti italiani così da permettere alla produzione auto Fiat di passare dalle 650 mila unità del 2009 ad 1 milione e 650 mila nel 2014.
Certo, una spesa di 20 miliardi sul territorio italiano in un momento di crisi come quello attuale avrebbe significato, se non l’assunzione di nuovi operai, quanto meno la conservazione di molti posti di lavoro nell’azienda e la fine della cassa integrazione in alcuni stabilimenti. E’ proprio a fronte di queste aspettative che oggi i sindacati, in particolare la Cgil e la Fiom, accusano la Fiat di non aver mantenuto le proprie promesse ma anzi di aver ingannato l’intero Paese. Adesso spetta ai vertici dell’azienda e ai politici dire la loro e trovare una giustificazione al fallimento di quella che fino a ieri ci è stata propinata come una delle ancore di salvezza del sistema produttivo italiano.
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I RESPONSABILI E LA PROVA DEL “RIGORE” – Una cosa è certa: in quello che passerà alla storia come uno dei ricatti più effimeri a danno dei lavoratori italiani, grandi responsabilità sono imputabili alla politica, ancora una volta  complice omertosa di quella cosiddetta “borghesia buona” di imprenditori che ancora oggi, forti del proprio potere economico, portano avanti i gli interessi aziendali sulla pelle dei più deboli.
Domani sarà una giornata importante per le migliaia di operai della Fiat che si spera possano tirare un sospiro di sollievo e mettere finalmente un punto su questa vicenda. Ma probabilmente lo sarà di più per il governo Monti, che dovrà dare una grande prova di forza e serietà, dimostrando all’Italia che la legge, ma soprattutto i diritti, non possono essere vittima delle mire capitalistiche di chi in passato si è arricchito anche grazie ai soldi dello stesso Stato a cui oggi vuole voltare le spalle. Vedremo, dunque, se questo governo di “tecnici” darà un’ulteriore prova del proprio rigore.

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