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Il controverso esperimento psicologico della prigione di Stanford


Di Lucia Imperatore
Nel 1971 lo psicologo Philip Zimbardo ed i suoi colleghi organizzarono un esperimento per studiare l’impatto psicologico differente tra un prigioniero e una guardia carceraria. google_ad_client = “ca-pub-1420052409712884”; google_ad_slot = “1767390444”; google_ad_width = 300; google_ad_height = 250;
La domanda dei ricercatori era: “supponiamo ci siano ragazzi in salute sia mentale che fisica, e togliamo loro i diritti civili portandoli in un ambiente simile a quello di una prigione. La loro bontà e salute mentale trionferà anche in un ambiente simile?”.
I partecipanti
I ricercatori allestirono una vera e propria prigione nei sotterranei della facoltà di Psicologia dell’Università di Stanford, e selezionarono 24 studenti per far loro assumere i ruoli di guardia e prigioniero. I partecipanti furono selezionati tra coloro che non avevano precedenti con la giustizia, problemi mentali nè fisici. Ai volontari fu concessa una paga giornaliera di 15$ al giorno per un periodo dai 7 ai 14 giorni.

L’Allestimento

La prigione simulata includeva tre celle di 2 metri per 3. Ciascuna cella ospitava 3 prigionieri e includeva 3 lettini. Altre stanze di fianco alle celle venivano occupate dai ‘guardiani’: uno spazio davvero minuscolo fu destinato ad ospitare la cella di isolamento, ed un altro piccolo serviva come ‘cortile’ per l’ora d’aria.
I 24 volontari furono assegnati per sorteggio ai ruoli di guardia o prigioniero: i prigionieri restavano in cella per 24 ore al giorno, i guardiani lavoravano in turni di 8 ore e a gruppi di 3. Telecamere nascoste osservarono lo svolgimento delle giornate ‘tipo’.

I Risultati

Nonostante fosse stato programmato per durare 14 giorni, l’esperimento di Stanford fu fermato dopo appena 6 giorni per ciò che accadde: le guardie divennero prepotenti e i prigionieri iniziarono a mostrare segni di estremo stress.
Anche se ai due ‘ruoli’ fu detto che potevano interagire nei modi che volevano, la relazione tra i gruppi fu degradante ed ostile: le guardie iniziarono ad assumere comportamenti aggressivi e a commettere eccessi sui prigionieri, che d’altro canto divennero sempre più ansiosi e depressi: 5 tra questi mostrarono importanti segni di cedimento emotivo, e chiesero di interrompere l’esperimento.
Gli stessi ricercatori persero il senso della realtà: Zimbardo, che agiva come il guardiano della prigione, sottovalutò il comportamento eccessivo delle guardie sul “prigioniero” Christina Maslach.
“Solo poche persone sono in grado di resistere alle tentazioni fornite dal potere e dal dominio su altri soggetti. Io stesso scoprii di non far parte di questa ristretta schiera,” dichiarò poi il ricercatore nel suo libro The Lucifer Effect.

I Risultati

Secondo Zimbardo e i suoi colleghi, l’Esperimento di Stanford dimostrò il ruolo importantissimo che una situazione può esercitare sui comportamenti: poste in posizione di potere, le guardie iniziarono a comportarsi in modo estremamente diverso rispetto a come avrebbero fatto nella vita di tutti i giorni.

Critiche all’esperimento

L’Esperimento di Stanford viene spesso citato come esempio di ricerca non etica: non può essere ripetuto dai ricercatori di oggi perchè non rispetta gli standards del codice etico.
Nonostante questa e molte altre critiche, questo episodio resta piuttosto importante nel quadro della comprensione di come una situazione può influenzare un comportamento umano: gli abusi nella prigione irachena di Abu Ghraib suggeriscono che gli esempi ‘reali’ di come quegli studi fossero esatti sono davanti ai nostri occhi.

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