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I misteri di Cagliari


Di Pierluigi Montalbano


Cagliari ha origini antichissime, risalenti all’epoca in cui le genti di Monte Claro separavano l’argento dalla galena e realizzavano ceramiche di gran pregio circa 4300 anni fa. Il fascino di questa città è arricchito dal mistero della sua origine antica e da alcuni personaggi che vissero al suo interno. 
Il canonico Giovanni Spano raccontò la città della seconda metà del 1800. Formata da una serie di borghi che si trovano sugli strati storici precedenti, oggi ha un aspetto totalmente rinnovato rispetto al passato. Abbiamo strade asfaltate, palazzi, market e altre manifestazioni moderne. 
Alcuni edifici antichi non sono più visibili: le chiese di San Francesco, Santa Margarita, San Bernardo, San Nicolò, l’Ospedaletto degli Incurabili, la fontana di Santa Lucia, la piazza San Carlo, la chiesa sotterranea di San Guglielmo, il Tribunale di Commercio e altre strutture si presentano deteriorate e quasi incomprensibili, come la chiesa paleocristiana di San Saturnino. 



I quartieri storici di Cagliari, Stampace, Castello, Villanova e Marina hanno storie secolari da raccontare, e ogni zona vive di leggende che ravvivano le sue vicende. 
Un quartiere che sfugge alla classificazione storica è San Benedetto, centro commerciale che fa del mercato di Via Pacinotti il suo edificio più rappresentativo. Inaugurato il 1° giugno 1957, con 8000 mq di esposizione su due livelli è il mercato civico più grande d’Europa. Al piano terra c’è il reparto ittico e nel piano superiore il reparto ortofrutta,carni e alimentare. Fu costruito dopo la demolizione del mercato del Largo Carlo Felice, di cui attualmente si possono ammirare i resti a lato della Chiesa di S. Agostino. Costruito nel 1886: “Su Mercau Becciu” il Vecchio Mercato, giusta evoluzione del mercato-baraccopoli che sorgeva nei pressi dello stesso Largo. Quest’ultimo fu un mercato dalla architettura particolare, con una facciata elegante che ha ospitato i capostipite delle famiglie di commercianti che ora popolano gli odierni mercati civici. La figura dei piccioccheddus de crobi è stata quella che ha contribuito a caratterizzare il vecchio mercato. In un tempo in cui la scuola non era parte fondamentale nella vita di bambini e ragazzini, essi procuravano per se o addirittura per la loro famiglia di che vivere, trasportando con i cestini, da cui poi prendono nome, le spese effettuate dalle massaie o dalle serbiroras. Le varie famiglie Farci, Masala, Strazzera, Troja, Puzzoni, Gatti, Rais, Secci e altre cominciavano in questo mercato le loro attività. Inizialmente, quando San Benedetto si spogliava dell’identità campagnola, il mercato era nella Piazza Galilei e poi nella Piazza Garibaldi. Al tempo in cui il Canonico Spano descrisse la città, il quartiere non era nominato come agglomerato di abitazioni, si parla solo della chiesa con l’attiguo convento. Oltrepassato il Portico Romero, oggi non più visibile, si giunge a una breve strada che mette in comunicazione via San Domenico con la frequentatissima via Garibaldi. In quel punto, lungo le mura che dal XII-XIV secolo delimitavano il quartiere, vi era una delle torri con porta di accesso, il cui nome potrebbe risalire a quello dell’antico proprietario di un pozzo poco distante. La torre fu demolita nel XIX secolo e della struttura antica rimase un modesto portico che, ultimo residuo delle mura di Villanova, fu demolito nel 1963. A sinistra e a destra del Portico Romero si snoda la via Garibaldi, un tempo chiamata nel primo tratto via delle Aie (arruga de is Argiolas) e nel tratto successivo, in direzione della piazza Costituzione, strada verso il Castello (arruga de Incastrus) e poi dei Calderai (arruga de is Ferreris). Nei pressi della chiesa di San Giacomo, si trovava la strada Argiolas, che conduceva al noviziato dei frati Cappuccini. Fondata nel 1643 dalla famiglia Nater, la chiesa non ha significativamente mutato fisionomia. Oggi il culto è officiato dai padri gesuiti e il convento ospita l’Opera Buon Pastore.
 

Sappiamo poco delle precedenti vicende del rione e chi viveva da quelle parti. Risalgono agli anni ’30 le costruzioni che diedero vita al prima nucleo abitativo, nei pressi della piazza principale, ubicate in aperta campagna nella strada di collegamento (l’allora via Quartu) tra Cagliari e il vicino centro di Quartu Sant’Elena. Solo vent’anni più tardi, soprattutto grazie alla necessità di abitazioni da parte dei cittadini che avevano perduto le loro durante la guerra, il quartiere fu protagonista, insieme ad altri rioni della stessa città, di una rapida espansione edilizia che lo vide occupare zone sino ad allora periferiche. Ultimata in pochi anni la costruzione dei palazzi, San Benedetto assunse, sulla pianta di Cagliari, l’attuale forma poligonale, con centro nell’omonima piazza e vertici corrispondenti ad altri punti centrali della città, le piazze Repubblica, Garibaldi e Dante, poi intitolata a papa Giovanni XXXIII. Buona parte del quartiere era occupata dai terreni adibiti a orto del Conte Viale, un nobile cagliaritano che abitava in Castello, sulla via Dritta (ora Via Lamarmora), dietro il palazzo in Via dei Cavalieri, costruito sulle macerie della casa da cui spararono al Vicerè Camarassa nel 1668. Il parroco di Santa Lucia cercò invano di contattare i proprietari della villa immersa negli orti, ma il rudere fu poi rilevato dal comune per costruire una serie di palazzine (palazzi Incis). Sappiamo che nell’orto vi erano sarcofagi romani, tra i quali il più prezioso quello di Caio Giulio Castricio, cavaliere principe della città. Pare che i reperti furono poi traslati a Genova per abbellire la villa del conte ma di essi non vi fu traccia quando, alla sua morte, la villa venne venduta. La sua vedova, Donna Raggi Viale, fu convenuta in giudizio per motivi attinenti all’eredità dalla Congregazione della Carità di Cagliari. Il conte viveva nel palazzo cosìddetto delle cinque teste (Su palaciu de is cincu concas), nella via Lamarmora (antica Contrada Dritta, poi Calle Mayor) che prendeva il nome dalle cinque teste di marmo raffiguranti Imperatori Romani della famiglia Giulio Claudia che ne ornano il portale. Probabilmente fu proprio il Conte Giovanni Battista Viale a disporne la collocazione ad ornamento del portale, dopo averle rinvenute sotto la terra dell’Orto descritto dal Canonico Giovanni Spano (si legga al riguardo la nota n. 44).
La struttura originaria dell’edificio, come osserva Fabia Cocco Ortu in “Qui Vissero. Le dimore dei nobili in Castello”, editrice Condaghes (pgg. 70 e ss.), potrebbe risalire all’epoca della dominazione spagnola o addirittura aragonese di Cagliari.
Il 29 marzo 1820 nell’ambito della causa civile sorta innanzi il Consiglio di Sardegna tra il Conte cavaliere e avvocato Don Giambattista Viale e il Duca di San Giovanni Don Pietro Vivaldi Pasqua (all’esito della quale si diede infine ragione al Conte, come si legge negli atti di causa riassunti nel Sommario edito in Torino nel 1842 dai tipografi librai Speirani e Ferrero) venne compiuto atto di esecuzione sui beni del Viale, e gli ufficiali si recarono a casa sua ove sequestrarono i formaggi conservati nella cantina: “il notaio Carta aprì previo sfondamento la porta di casa, si esecutarono i mobili, e siccome si volevano esecutare anche i mobili del piano superiore il sig. Carta procuratore generale del Viale disse che non si poteva perché appartenevano a sua sorella Donna Barbara” (pg. 233 del Sommario della causa, indicato sopra).
Nel 1864 tale palazzo venne attinto da un grave incendio, come testimoniano gli atti del relativo fascicolo penale custodito fra i registri dell’Archivio di Stato di Cagliari (“Incendio nella casa delle Cinque Teste appartenente all’eredità del Conte Viale, sita in contrada Dritta a Castello”).
Ritornando al nostro quartiere, nella Via San Benedetto, lentamente furono edificate una serie di belle ville in stile liberty e alcuni palazzi in stile neo-romanico.
Nella centrale Via Rossini sorse un villino rimasto disabitato per decenni. Le testimonianze degli anziani del quartiere, raccontano una villa disabitata con giardino dalla quale, curiosamente, si sentivano urla, un pianoforte e, a volte, si notavano luci accese. Alcuni raccontano che fosse infestata dai fantasmi, e fino alla sua demolizione negli anni ’80, gruppi di piccioccus balentes si introducevano per mostrare coraggio e inventare racconti da brivido. 

Qualcuno descrive riti satanici e che i proprietari furono uccisi nei primi anni del Novecento durante una rapina. Si racconta che i corpi furono rinchiusi e dimenticati nella cantina. Altri sostengono che il villino fosse luogo segreto d’incontro di personaggi di spicco della vita sociale cittadina, e l’ si svolgevano orge e riti di vario genere. Pare che nelle feste fossero coinvolti anche i figli dei contadini che vivevano e lavoravano nei vicini orti e giardini. Alcuni ragazzi forse furono vittime sacrificali di queste orge violente e le rispettive famiglie reagirono sterminando i proprietari della villa. In questo genere di racconti è facile immaginare che furono coinvolti anche esponenti del clero, da sempre invischiati in storie losche che trattano vicende legate a esorcismi e malocchio. La leggenda di questi edifici si arricchisce di episodi che parlano di sottopassaggi comunicanti e stanze segrete dipinte di rosso per non evidenziare i segni del sangue che finiva sulle pareti. Ancora oggi gli anziani residenti da decenni raccontano delle storie apprese durante l’infanzia, racconti in cui i fantasmi erano intrappolati nelle case e seminavano il panico nelle case vicine. Oggi le nuove costruzioni hanno sepolto non solo i vecchi edifici ma anche queste storie da brivido, ma l’eco di questi racconti prosegue nell’immaginazione delle nuove generazioni.

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