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I misteri dell’Homo Naledi: domande e nuovi scenari dopo il ritrovamento

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Il ritrovamento degli scheletri dell’Homo Naledi, che potrebbe riscrivere la storia dell’evoluzione del genere umano, ha sollevato più misteri di quanti ne abbia risolti. Soprattutto per quanto riguarda il luogo del ritrovamento, una profonda caverna raggiungibile solo attraverso un complicato percorso. Che ci facevano proprio lì, quei resti? E quanto antichi sono?


La prima domanda potrebbe sembrare di puro esercizio accademico, ma non lo è. Perché per arrivare alla caverna di Dinaledi dove sono stati trovati i resti bisogna seguire un percorso particolarmente tortuoso, attraversando stretti passaggi che in alcuni punti sono larghi non più di 18 centimetri. E quindi è escluso che i corpi siano stati trasportati fino a quella grotta da un’alluvione o da una frana. Dato, poi, che sulle ossa non ci sono segni di denti e artigli, è escluso che quella fosse una tana di animali che possano aver portato lì la loro preda – l’Homo Naledi – per mangiarla dopo averla catturata.


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Insomma, nella grotta i 15 individui ci sono arrivati da soli, oppure vi sono stati “sepolti” dai loro simili dopo la morte. E se la prima ipotesi, per quanto strana (perché solleva altre domande: che cosa ci facevano lì, nelle viscere della terra, quei 15 individui?), potrebbe risolvere il problema e far pensare che i proprietari dei resti si siano infilati nella grotta e poi vi siano, per qualche motivo rimasti bloccati fino alla morte, la seconda dovrebbe far riscrivere più di un trattato di paleontologia. Perché finora la sepoltura, e quindi il culto dei morti, era stato considerato una prerogativa unica dell’uomo. E il Naledi, per quanto sia stato classificato nel genere Homo, stando alle attuali conoscenze non avrebbe dovuto avere questa capacità.

Il punto è che secondo i ricercatori che hanno scoperto i resti, la spiegazione è proprio quella più difficile: Lee Berger, capo della spedizione, ha spiegato che il suo gruppo ha “esplorato tutti gli scenari alternativi: una strage, la morte accidentale dopo essere rimasti intrappolati nella grotta, il trasporto da parte di un carnivoro sconosciuto o di una massa d’acqua, e altri ancora. Alla fine, l’ipotesi più plausibile è che gli Homo Naledi abbiano intenzionalmente depositato laggiù i corpi dei defunti”. 

E qui diventa importante anche la seconda domanda: quanto antiche sono quelle ossa? I lavori per datarle sono appena iniziati, ma una prima stima parla di due milioni e mezzo di anni. Una datazione che, se confermata, solleverebbe ulteriori problemi proprio per il fatto della sepoltura: due milioni e mezzo di anni fa non ci sarebbero dovuti essere comportamenti ritualizzati come il culto dei morti, e soprattutto non ci sarebbero dovuti essere tra specie con caratteristiche così differenti da quelle dei nostri antenati più evoluti.

Il Naledi, invece, era non più alto di un metro e mezzo e pesante circa 45 chilogrammi; anche il suo cervello era piccolo, all’incirca come un’arancia e simile a quello degli scimpanzé. Come testimoniano le dita curve delle sue mani, sapeva arrampicarsi, e le lunghe gambe dimostrano che sapeva anche camminare e correre. E con gli altri membri del genere Homo ci sono soltanto alcune somiglianze: l’Homo Naledi ha cranio e mandibola che ricordano quelli dell’Homo abilis, dell’Homo Rudolfensis, dell’Homo Erectus e dell’Homo Sapiens, ma le sue caratteristiche restano comunque uniche ed hanno qualche vaga somiglianza anche con esseri più primitivi, come gli Australopitechi. Mentre la cassa toracica ricorda quella dello scimpanzé e mentre mani e piedi, per quanto con dita più lunghe e più arcuate, sono abbastanza vicini a quelli dell’uomo moderno.

(FOTO:http://video.nationalgeographic.com)

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