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II guerra mondiale Senza categoria storia Unità 731

I crimini dell’Unità 731 giapponese contro la Cina durante la II guerra mondiale


Di Mattia Paolinelli

L’irraggiungibile esempio del nazismo rappresenta una nuova pietra di paragone dell’orrore, ma non può sdoganare tutti gli eccidi compiuti nel suo stesso secolo, in quelli passati o in quelli futuri. google_ad_client = “ca-pub-1420052409712884”; google_ad_slot = “1767390444”; google_ad_width = 300; google_ad_height = 250; Non dobbiamo insomma mai far si che l’incendio nasconda ai nostri occhi ciò che a prima vista appare una fiammella, perché anche da quel piccolo focolaio può risultare un nuovo incendio, dalle imprevedibili conclusioni.

Quello realizzato dagli Khmer rossi non è un “orrore minore”, ma semplicemente un altro tipo di orrore. Così come quello dei Gulag, così come ogni guerra. E in questo stesso campo rientra anche quella che è tutt’ora un’oscura piega della Storia e della Storia recente, peraltro. Riassumibile in due parole: Unità 731.

Prima di continuare, un’avvertenza: in questo articolo così come in quelli dove ho descritto gli orrori nazisti invito  tutti coloro che potrebbero essere turbati dalla descrizione di quelle che sono vere e proprie atrocità a non continuare nella lettura.

L’unità 731 (Nana-san-ichi butai) era il risultato di un programma segreto di ricerca e sviluppo dell’esercito imperiale giapponese ed inizialmente costituiva una sezione della polizia militare Kempeitai. Il teatro di operazioni dell’Unità 731 era rappresentato dalla Manciuria, ovvero da quel territorio conquistato dai giapponesi ai danni della Cina ufficiosamente già dal 1932 e nominalmente a partire dalla Seconda Guerra Sino-Giapponese (1937-1945).

Quali erano i compiti dell’Unità 731? In violazione al Protocollo di Ginevra, i giapponesi avevano tutta l’intenzione di continuare nell’uso e nella sperimentazione di armi biologiche e batteriologiche e a questo scopo si rendeva necessaria la realizzazione di un’unità sotto copertura (purificazione dell’acqua), ovvero l’Unità 731 che sotto la guida del generale Ishii Shiro (un esperto batteriologo) realizzò dal 1936 a tutto il 1945 una infinita serie di atrocità ai danni di uomini, donne, bambini e neonati cinesi (successivamente anche mongoli, coreani oltre a prigionieri russi, americani e inglesi).


Principalmente le attività dell’Unità 731 si concentrarono nello studio degli effetti delle infezioni (indotte) negli esseri umani per testare l’efficacia dei batteri come strumento di offesa e ovviamente per cercare di realizzare metodologie di cura efficaci per i soldati giapponesi.

In particolare tutti gli esperimenti su soggetti umani rientravano nel progetto segreto denominato “Maruta”. Qui di seguito riporto l’elenco delle attività del progetto Maruta reperibile su Wikipedia:


I prigionieri di guerra furono sottoposti a vivisezione senza anestesia.

La vivisezione fu realizzata su prigionieri infettati da diverse malattie. Gli scienziati effettuarono interventi chirurgici sui prigionieri, eliminando organi per studiare gli effetti delle malattie sul corpo umano.

Le operazioni di vivisezione furono effettuate mentre i pazienti erano ancora in vita, in quanto si riteneva che il processo di decomposizione avrebbe alterato i risultati.

Tra le persone infettate e sottoposte a vivisezione si trovavano uomini, donne, bambini, lattanti.

Le vivisezioni furono anche effettuate su donne gravide, rese tali spesso dagli stessi medici.

Furono svolti esperimenti sul congelamento con successiva amputazione o successivo scongelamento per analizzare gli effetti della gangrena risultanti senza trattamento.

Furono svolti esperimenti di escissione dello stomaco, fegato, polmoni od altri organi.

Si usarono bersagli umani per provare granate poste a varia distanza ed in posizioni differenti.

Furono testati lanciafiamme su esseri umani.

Alcune persone furono legate a dei pali ed utilizzate come bersagli per provare bombe batteriologiche, chimiche ed esplosive.

I prigionieri furono infettati con sieri contaminati con agenti patogeni, per studiare i loro effetti.

Per valutare la ripercussione delle malattie veneree in assenza di trattamento, i prigionieri uomini e donne furono deliberatamente infettati con sifilide e gonorrea e successivamente studiati

I detenuti furono infettati con pulci al fine di valutare la fattibilità di una guerra batteriologica.

Parassiti, vestiti infetti, ed alimenti contaminati furono gettati su vari obiettivi. Le risultanti epidemie di colera, antrace e peste bubbonica furono responsabili di almeno 400.000 morti cinesi.

L’unità 731 e le sue unità affiliate (unità 1644, unità 100….) superarono la fase di prova delle armi biologiche e portarono a termine attacchi biologici contro la popolazione cinese (tanto civili, quanto soldati) durante la seconda guerra mondiale.

Pulci infettate con la peste furono allevate nelle installazione dell’unità 731 e dell’unità 1644, e disseminate con aerei sopra alcune località abitate da cinesi, come la città costiera di Ningbo nel 1940 e la città di Changde nel 1941. Tutto ciò produsse l’epidemia di peste bubbonica che uccise migliaia di civili cinesi.

Esperimenti con la Tularemia su civili cinesi.

Alcuni prigionieri furono appesi a testa in giù, per osservare quanto tempo impiegavano a morire per asfissia.

Ad alcuni prigionieri fu iniettata urina di cavallo nei reni.

Ad altri venne impedito di mangiare e bere per verificare il tempo occorrente prima che sopraggiungesse la morte per stenti.

Altri prigionieri furono posti in camere ove si creava il vuoto, fino alla morte.

Alcuni esperimenti furono realizzati per definire la relazione tra temperatura, ustioni da freddo e sopravvivenza umana.

Alcuni prigionieri furono posti dentro una centrifuga, fino all’exitus.

Ad altri fu iniettato sangue umano, studiando gli effetti di questa azione.

Alcuni prigionieri furono irradiati con dosi letali di Raggi X.

Furono provate, su soggetti umani, varie armi chimiche all’interno di camere a gas.

Furono iniettate bolle d’aria nel flusso sanguigno dei prigionieri per simulare embolie.

Fu iniettata acqua marina in altri prigionieri per testare se si poteva usare come sostituto della soluzione salina.



Com’è possibile vedere, il mio invito a non proseguire nella lettura non era semplicemente questione “di etichetta”.

Ma adesso è il momento di aprire un’ulteriore pagina sporca della Storia, perché dei criminali che componevano l’Unità 731 ben pochi subirono una condanna di qualsivoglia tipo e anzi venne loro garantita segretamente l’immunità dal generale Mac Arthur in cambio della concessione agli U.S.A. dei dati degli esperimenti sulla guerra batteriologica (la cui sperimentazione era partita negli Stati Uniti solo nel 1943).

Ma non prendiamocela sempre e soltanto con gli U.S.A. I russi non si comportarono meglio. Per saperne di più sull’Unità 731 l’Unione Sovietica aprì un procedimento usando quello che teoricamente non avrebbe dovuto essere un pretesto, ma che alla fine si rivelò tale. Nei campi giapponesi erano infatti morti a seguito degli esperimenti della 731 anche dei russi (prigionieri di guerra così come civili). Al termine del processo tenutosi a Khabarovsk -nel 1949- alcuni appartenenti all’Unità 731 vennero condannati, ma non era questo l’unico punto d’interesse. Il processo si rivelò infatti prezioso soprattutto in sede di dibattimento grazie alle informazioni che i giapponesi diedero sulle finalità dell’Unità 731 e sugli esperimenti. Sia sufficiente dire che di lì a poco l’Unione Sovietica poté schierare le sue proprie armi all’antrace.

NOTA: Per visualizzare la terza parte di “The Horror of UNIT 731” bisogna accedere a YouTube. Questo a causa dei contenuti estremamente crudi. Qui il link

Ma detto tutto questo e chiarito in minima parte cosa fosse l’Unità 731 bisogna ricongiungersi al titolo dell’articolo.

Nel 2006 si torna a parlare della Nana-san-ichi butai per le rivelazioni di Toyo Ishii, un’ex infermiera che dopo sessant’anni decide di rompere il proprio silenzio raccontando una storia che allarga –almeno in teoria- il teatro d’intervento dell’Unità al Giappone.

La Ishii afferma infatti di essere stata costretta –insieme alle sue colleghe- a seppellire cadaveri, ossa e parti umane nel terreno dell’ospedale militare del distretto di Shijuku poco prima che le truppe statunitensi giungessero a Tokyo a seguito della resa giapponese del 15 agosto 1945.

Successivamente alle dichiarazioni della Ishii è partita un’indagine che ha ricevuto anche il beneplacito del Ministero della Salute giapponese e che in questi giorni ha dato il via ad un intenso lavoro di scavi in quello che un tempo era il sito dell’ospedale militare.

Nonostante questa testimonianza la polizia continua a sostenere come -anche nell’eventualità di ritrovare dei corpi- non sussistano al momento prove della responsabilità dell’Unità 731 in territorio giapponese dato che nei pressi del sito indicato dalla Ishii è situato un cimitero esistente già ai tempi della guerra.

A questo punto una domanda potrebbe sorgere spontanea: perché dal 2006 si è aspettato fino ad oggi per procedere negli scavi? La risposta è semplice e fortunatamente non ha nulla ha a che vedere con tentativi d’insabbiamento o con la cautela della polizia. Tutto è dipeso dai tempi necessari a ricollocare le abitazioni che sorgevano sul terreno presto sotto esame di ruspe ed escavatrici. La posta in palio non ha nulla di vantaggioso per nessuno: si tratta infatti di chiarire se anche dei civili giapponesi siano state vittime inconsapevoli della barbarie dell’Unità 731. Se fosse così, sarebbe l’ulteriore riprova della necessità di quel dovere dichiarato ad inizio articolo e che investe ognuno di noi: 

Non dobbiamo mai far si che l’incendio nasconda ai nostri occhi quella che a prima vista appare una fiammella, perché anche da quel piccolo focolaio può risultare un nuovo incendio, dalle imprevedibili conclusioni.

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