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I conflitti nel mondo e la natura dell’uomo

Di Salvatore Grasso


Filosofi, sociologi, politologi, psicologi e scienziati da sempre si sono posti il problema se l’essere umano nasce buono o cattivo. Il dilemma ha appassionato Platone, Thomas HobbesJohn Locke e Jean-Jacques Rousseau, ognuno dei quali ha espresso un pensiero diverso.

I conflitti che dalla notte dei tempi segnano il nostro pianeta mettono in evidenza la tendenza dell’uomo a sopraffare e a eliminare l’altro e farebbero propendere per una cattiveria innata.
La Bibbia fa coincidere la nascita del male con l’“avidità” dell’uomo che mangiai frutti dell’Albero della Conoscenza. La prima uccisione nella storia del mondo è tra gli omicidi più efferati che si possano commettere: il fratricidio di Caino.
Ma per non andare troppo lontano il 900 è considerato il secolo più sanguinario dell’epoca contemporanea, in cui a distanza di appena venti anni si sono succedute due guerre mondiali.  Denominato il secolo dei genocidi, di cui il più noto è la Shoah con 6 milioni di ebrei che hanno perso la vita, ha visto perpetrarsi quello armeno, il curdo, il ruandese, il darfuriano, il birmano, il sudanese, il somalo.
Il conflitto israelo-palestinese eternamente insoluto mina la pace mondiale e gli equilibri geopolitici tuttora.  Le guerre in Jugoslavia, in Iraq, in Afghanistan e l’attualissima “primavera Araba” con le rivoluzioni in TunisiaLibiaEgitto e Siria sono il simbolo di un mondo eternamente in guerra.
La sanguinosa guerra civile in Siria è oggi più di ieri il conflitto mediatico che impressiona maggiormente: le immagini della strage del 21 agosto scorso, in cui 500 persone, tra cui 80 bambini, hanno perso la vita, uccisi col gas Sarin, sono ancora negli occhi di tutti. E qualsiasi coscienza, di fronte agli oltre 100.000 morti in due anni, ha delle perplessità nel rispondere con sicurezza se un intervento armato sia la soluzione o invece l’ingresso in un tunnel senza via d’uscita.
Dal planetario scenario di guerra che si perpetua nel tempo, sembrerebbe ineccepibile il pensiero del filosofo inglese Thomas Hobbes, il quale nella sua opera più importante, il “Leviatano” (1651), afferma che nello stato di natura vige la legge del più forte e l’uomo è in guerra contro tutti: “Homo homini lupus”.
Secondo John Locke, l’uomo nasce senza alcuna inclinazione né verso il bene né verso il male, egli, nel “Saggio sull’intelletto umano” (1690) critica l’innatismo (una filosofia che ritiene che l’uomo ha delle idee innate sin dalla nascita), sostenendo che la mente umana ab origine è una tabula rasa e solo l’esperienza la forgia e le fa acquisire le conoscenze.
Jean-Jacques Rousseau nel “Discorso sull’ineguaglianza” (1755) teorizza il mito del buon selvaggio”, asserendo che l’uomo nello stato di natura nasce buono e immune da malvagie sopraffazioni, è la società che in seguito lo corrompe.
Platone, ci parla di un uomo che nasce con istinti animaleschi e che solo attraverso l’educazione alla ragione, impartita da individui maschi adulti “amorevoli”, lo si rende idoneo alla società: quindi il male collima con l’ignoranza, il bene con la conoscenza.
La scienza odierna non si schiera né con Hobbes né con Rousseau e teorizza l’essere umano come il frutto di transazioni genotipici (l’insieme di geni che compongono il DNA), fenotipici (l’insieme di tutte le caratteristiche osservabili di un organismo vivente, ossia la sua morfologia), ed ecotipici(l’adattamento psicofisico degli esseri viventi all’ambiente).
Probabilmente  al quesito non c’è una risposta e siamo di fronte a una mera aporia. Infatti, alle barbarie inenarrabili si contrappongono gesti di generosità e altruismo spesso compiuti anche a costo della vita.
L’altruismo di Madre Teresa di Calcutta o di Oskar Schindler sono due esempi di bene che hanno avuto risonanza mediatica a fronte d’innumerevoli casi che restano anonimi, sol perché il male fa più notizia.

Fonte:http://www.articolotre.com/2013/09/i-conflitti-nel-mondo-e-la-natura-delluomo/204244

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