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I campi di concentramento per prigionieri italiani negli USA durante la II guerra mondiale



Di Sergio Romano

I campi di concentramento per i prigionieri italiani negli Stati Uniti furono numerosi e vennero aperti in diversi Stati dell’ Unione quando gli Alleati decisero che tutti i militari catturati in Africa occidentale durante le campagne del 1942 sarebbero stati inviati al di là dell’ Atlantico. google_ad_client = “ca-pub-1420052409712884”; google_ad_slot = “1062144440”; google_ad_width = 200; google_ad_height = 200; Erano 2.799 nell’ aprile del 1943, 14.516 in giugno, 35 mila in agosto e 48 mila in settembre. Questi dati sono tratti da un libro di Flavio Conti su «I prigionieri di guerra italiani 1940-1945» pubblicato dal Mulino di Bologna nel 1986, in cui lei troverà notizie interessanti sul campo di Hereford. <

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Agli inizi, nel 1942, Hereford era un campo simile agli altri: due recinti, di cui quello interno percorso da corrente elettrica, un certo numero di sentinelle armate e, all’ interno, alcuni settori per l’ alloggio, un edificio comune per i servizi igienici, un teatro per gli spettacoli organizzati dai prigionieri, uno spaccio, le cucine, la mensa. Flavio Conti ricorda che «erano anche permesse visite di parenti due volte al mese e che molti prigionieri trassero vantaggio da questa concessione, avendo parenti negli Stati Uniti». Le cose cambiarono dopo l’ armistizio dell’ 8 settembre 1943 e la dichiarazione di guerra del governo Badoglio contro la Germania. 



Dopo lunghe riflessioni e scambi d’ informazioni con il governo italiano, le autorità militari americane decisero la costituzione delle «Italian Service Units». Fu presa in considerazione la possibilità di inviarle in Asia e nel Pacifico, ma prevalse, dopo molte esitazioni, la decisione di utilizzarle soltanto negli Stati Uniti. Avrebbero lavorato, seguito corsi d’ addestramento, goduto di una certa libertà e indossato uniformi americane con la scritta «Italy» cucita sul braccio.



 Per costituirle fu chiesto a ogni prigioniero di sottoscrivere una domanda di cooperazione. Quelli che firmarono furono, secondo Conti, circa 36 mila di cui 33 mila soldati e 2780 ufficiali. Non tutti quelli che rifiutarono di firmare, tuttavia, erano necessariamente fascisti. Molti temettero che la notizia della loro scelta avrebbe nuociuto alle famiglie, residenti nei territori amministrati dalla Repubblica sociale. Altri non vollero correre il rischio di essere impegnati in operazioni di guerra. Altri ancora si dichiararono anticollaborazionisti per motivi morali. Nel gennaio del 1944 a Hereford, dove i prigionieri erano circa 3 mila, quelli che rifiutarono di collaborare (circa 75 ufficiali, fra i quali molti fascisti) furono separati dagli altri. Qualche mese dopo i cooperatori lasciarono Hereford e il nucleo dei non cooperatori fu ingrossato dall’ arrivo in maggio di 425 ufficiali provenienti da altri campi degli Stati Uniti, fra cui due generali, Nazareno Scattaglia e Annibale Bergonzoli. Vi furono anche nel gruppo alcuni giornalisti (Gaetano Tumiati e Giosué Ravaioli), due scrittori (Giuseppe Berto e Dante Troisi), un pittore (Alberto Burri) e un musicista (Mario Medici). Berto cominciò a scrivere a Hereford «Il cielo è rosso», che apparirà in Italia nel 1947. Le condizioni di vita peggiorarono quando gli americani decisero di applicare ai prigionieri recalcitranti le magre diete alimentari che i tedeschi applicavano in quei mesi ai prigionieri di guerra americani. «A Hereford, scrive Conti, tali restrizioni assunsero carattere drastico, tanto che i prigionieri persero parecchi chili di peso ed alcuni assunsero un aspetto scheletrico che faceva paura». Nel luglio 1945, quando la guerra in Europa era ormai terminata, le autorità americane offrirono nuovamente ai prigionieri la prospettiva della cooperazione. Ottennero l’ adesione di 338 ufficiali e 28 sottufficiali. I non cooperatori di Hereford lasciarono il campo fra il gennaio e il febbraio del 1946, furono imbarcati a Los Angeles e arrivarono a Napoli il 27 febbraio. Furono accolti da un colonnello, da una banda musicale che suonò l’ inno del Piave e da cinque giorni di arresto semplice per il loro comportamento in prigionia.

FONTE:http://archiviostorico.corriere.it/2009/aprile/07/PRIGIONIERI_GUERRA_USA_STORIA_DEI_co_9_090407061.shtml

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