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Hannah Arendt e la riflessione sulla “banalità del Male”



Di Salvatore Santoru

108 anni fa nasceva la celebre scrittrice e filosofa tedesca di origine ebraica Hannah Arendt, conosciuta per le sue acute riflessioni sulla società e il funzionamento dei sistemi totalitari novecenteschi.
La sua opera più importante è stata indubbiamente “La Banalità del Male“,saggio pubblicato nel 1963 e basato sui resoconti che l’autrice pubblicò come corrispondente del settimanale New Yorker per il processo ad Adolf Eichmann.




Tralasciando gli aspetti meramente filosofici dell’opera, ciò che risulta indubbiamente interessante di essa è il messaggio che l’autrice ha voluto trasmettere, e che risulta tutt’ora attuale.

Tale messaggio consiste nel considerare l’etica un valore fondamentale e imprescindibile per il funzionamento della società, in aperta polemica con quello che la stessa scrittrice chiama “relativismo nichilista”,  che è servito come base e giustificazione delle politiche adottate nel nome dell’ideologia nazista e/o comunista.

Per relativismo nichilista si intende la cancellazione dei valori etici e di ciò che concerne la responsabilità e la coscienza morale dalle basi sociali, con la sostituzione di essi con “nuovi valori” basati sull’ideologia, gli standard economici e politici e così via.

La “banalità del male” secondo la Arendt è perfettamente personificata da Eichmann, il quale aveva il compito di coordinare il trasferimento dei prigionieri ebrei nei campi di concentramento.



Ciò che stupì la scrittrice, era che Eichmann non era un mostro qualunque, ma un’individuo comune che, come affermò anche nel processo, svolgeva il suo lavoro e basta, senza farsi troppi scrupoli morali, ma badando solo al fatto di svolgere un’attività “funzionale” ai suoi interessi e a quelli della società.

In questo secondo la filosofa sta la “banalità del Male”, ovvero nell’adattamento acritico ai dettami sociali, qualunque essi siano .

Come già scritto, la Arendt attacca anche la fortemente diffusa idea del relativismo nichilista, basata sulla negazione dei concetti di “bene” e “male”, negazione che notoriamente era alla base del regime nazista, che si considerava ” al di là del bene e del male”, e di quello comunista, e più in generale di qualunque sistema totalitario e/o dittatoriale, e che al giorno d’oggi hanno trovato nuovamente una grande popolarità nella società contemporanea, dove i valori etici sono stati rimpiazzati da quelli economici.

La Arendt affermò anche che “Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più”.

Per la Arendt il costante utilizzo del pensiero critico e della coscienza e responsabilità morale può essere un sufficiente blocco al dilagare della “banalità del male”, in quanto utile a discernere e a comprendere, mentre al contrario la massificazione, l’omologazione in quanto fenomeni basati sul prevalere dell’indistinto possono diventare terreno fertile per tale “banalità del male”.

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