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Guerre e rivolte nei paesi arabi. Chi ci guadagna e chi ci rimette.

Di Andrea Fioretti



Nelle guerre e nelle aggressioni imperialiste c’è sempre chi ci guadagna e chi ci perde anche tra le stesse potenze occidentali. Questo perché sono frutto dell’accumulo di tensioni economiche e politiche che caratterizzano la concorrenza internazionale

 tra capitalisti e che sfociano sul piano militare con diverse intensità.

La gigantesca crisi di sovrapproduzione che caratterizza questa fase non può che alimentare la competizione internazionale da parte di ogni potenza imperialiste nel tentativo di accaparrarsi nuove risorse, distruggere per ricostruire, far ripartire un ciclo di accumulazione e di profitti.

Ovviamente, proprio per questi motivi, quelli che ci perdono di più sono sempre i popoli dei paesi aggrediti e i lavoratori salariati dei paesi aggressori. Soprattutto quelli dei paesi imperialisti meno forti in quel conflitto.

Persino la recente incursione militare dei Navy Seals e dalla C.I.A. ad Abbottabad (Pakistan settentrionale), in cui il Presidente Obama ha annunciato al mondo la presunta uccisione di un Osama bin Laden di cui nessuno ha visto il cadavere, ha avuto principalmente il compito di ridare fiducia al dollaro e all’economia USA sul piano internazionale.

Infatti, subito dopo il trionafale annuncio, il tasso di cambio del dollaro con l’euro è sceso da $1,4826 a $1,4791, quello con la sterlina inglese da $1,670 a $1,6658 e quello con lo yen giapponese dal $0,0123 allo $0,0122. Considerando che le quotazioni internazionali delle principali materie prime sono espresse in dollari è chiaro come queste siano calate notevolmente. La quotazione dell’oro è passata da 1553,9$ all’oncia del 29 Aprile ai 1553,88$ all’oncia del 2 Maggio (giorno successivo all’annuncio) e quella del petrolio dai 125$ al barile il 29 Aprile ai 124,82$ al barile del 2 Maggio.

E’ chiaro quindi come anche le sommosse di questi mesi nei paesi arabi (quelle genuine e quelle indotte) colpiscano gli interessi di alcune potenze imperialiste e potrebbero favorire quelle che in quei paesi non avevano una posizione preminente nelle relazioni economiche e politiche. Questo vale sicuramente nel caso degli interessi del capitalismo italiano in Libia che aveva nel nostro paese il suo primo partner commerciale fino allo scorso anno. Più del 20% delle importazioni libiche provengono dall’Italia e nel 2010 le nostre esportazioni verso la Libia sono arrivate a 2,5 miliardi di euro (+10% in un solo anno).

Dunque il terremoto provocato nell’area nord-africana e mediorientale da delle vere rivolte sociali in alcuni paesi (Tunisia, Egitto) e da conflitti interni alimentati dall’esterno in altri (Libia, Siria) non stanno mettendo in discussione solo assetti di potere ultra-trentennali, ma investono anche la competizione internazionale inter-imperialista con vantaggi per talune economie e svantaggi per altre. La guerra scatenata alla Libia per rovesciare il suo sistema di potere attuale e ridisegnare gli equilibri interni ed esterni di quel paese rappresenta la sintesi massima di queste tensioni tra potenze imperialiste alla ricerca di nuovi sbocchi e assetti geo-strategici per le proprie economie investite dalla crisi.

Non è un caso, ad esempio, che partnership considerate inossidabili si sono incrinate su questo argomento. Basti pensare a come sulla valutazione della necessità dell’aggressione militare alla Libia si sia rotto l’asse franco-renano considerato da sempre la “locomotiva europea”. Già da ora gli sconvolgimenti in Tunisia ed Egitto e la guerra in Libia stanno ridisegnando gli assetti politici dell’area e modificando anche le relazioni di interscambi commerciali nel bacino del Mediterraneo. Ma i problemi per gli interessi del capitalismo italiano non si fermano a Tripoli. Ad esempio l’Italia è da anni uno dei principali partner commerciali dei Paesi del Maghreb con investimenti soprattutto nel settore delle costruzioni, telecomunicazioni e infrastrutture oltre che in quello storico energetico e petrolifero. Infatti, “l’azienda Italia” negli ultimi cinque anni ha aumentato del 64% le esportazioni di tecnologie elettroniche verso i mercati di Tunisia, Algeria ed Egitto per un totale a fine 2010 di 1,3 miliardi di euro.

La Tunisia è stata l’apripista del movimento di rivolta che ha coinvolto parte del mondo arabo. In realtà a Tunisi come al Cairo (e in parte ad Algeri), la rivolta sociale non è stato un fulmine a ciel sereno come in Libia o Siria. Erano già tre o quattro anni che si susseguivano proteste e ribellioni popolari contro il carovita (in particolare l’aumento del pane) e la disoccupazione crescente a causa dell’accelerazione di politiche liberiste in questi paesi. La protesta, infatti, è montata a causa di motivazioni legate alla struttura economica del paese. La Tunisia è stata considerata per molto tempo un modello economico anche per i suoi vicini, ma la disoccupazione giovanile, moltissimi i laureati, è cresciuta a dismisura in un paio d’anni fino ad arrivare a circa il 30% agli inizi del 2011. L’apertura incontrollata ai capitali esteri e la debolezza strutturale del suo sistema produttivo hanno alimentato delle enormi disparità sociali. Questa è in sintesi la vera causa principale delle ribellioni di quest’anno e delle proteste che continuano nelle piazze che stentano a imporre un cambiamento reale e non solo di facciata. Le uniche punte del sistema economico tunisino sono il settore turistico nella zona costiera e quello tessile nell’interno dove la penetrazione economica italiana è fortissima.

La Tunisia ha aperto a questi capitali stranieri favorendo la formazione di aziende in loco o joint venture tra aziende occidentali e piccole imprese locali che forniscono una manodopera specializzata di livello quasi occidentale a costi molto vantaggiosi per i capitalisti provenienti da Italia o Francia. Il tutto favorito anche dalla vicinanza delle due sponde del Mediterraneo che permettono un costo contenuto del trasporto delle merci.

La caduta del regime autoritario di Ben Ali ha portato un cambiamento solo di facciata nel potere politico, ma ha dovuto mettere in discussione tutte le politiche economiche ed istituzionali che erano alla base di questo sistema di scambio. Le sommosse hanno avuto conseguenze immediate già a livello finanziario, con un crollo della fiducia degli investitori e il conseguente calo, nei primi due mesi dell’anno, del 18,29% dell’indice Msci Tunisia. Inoltre, in questo paese i protagonisti di questi movimenti sono stati anche i sindacati ed i lavoratori che ora pretendono più diritti e miglioramenti salariali. L’onda della rivolta sta mettendo in discussione anche i rapporti interni nei luoghi di lavoro con una stagione di scioperi e rivendicazioni sindacali che non si vedevano da anni. Il sistema economico tunisino è legato alle filiere produttive europee soprattutto tramite la delocalizzazione e da sempre si basa su una manodopera sottopagata che in questi sconvolgimenti vede la possibilità di un riscatto sociale e sindacale. Ora il padronato locale e le aziende capitaliste europee devono far fronte ad un superiore livello di coscienza dei lavoratori e ad una maggiore incorruttibilità dei sindacati che li rappresentano e questo spaventa gli investimenti che non posso più trarre vantaggio dallo sfruttamento selvaggio del lavoro salariato locale.

I sommovimenti in Egitto poi sono quelli che hanno scosso maggiormente il mondo della finanza e quello dell’economia capitalistica internazionale. L’Egitto è uno dei punti chiave nell’equilibrio economico e politico mediorientale. Proprio da qui si era cercato di far partire il rilancio economico di questa sponda del Mediterraneo che, nell’ultimo decennio, ha avuto una crescita di quasi il 5% annuo. Ovviamente, come in ogni paese capitalista che si rispetti, questo presunto miglioramento economico è andato a favore solo di una oligarchia lasciando ai margini della redistribuzione la stragrande maggioranza della popolazione del paese più popoloso dell’area. Questo ha alimentato lo scontento delle centinaia di migliaia di persone che hanno prodotto questa maggiore ricchezza ma non ne hanno beneficiato minimamente. In questo contesto sociale, anche qui è stata la crescita sproporzionata del prezzo dei beni alimentari il fattore scatenanti delle proteste. L’inflazione è aumentata per via delle politiche della Banca Centrale Egiziana unicamente mirate a rilanciare il commercio estero producendo un aumento ulteriore del carovita e rafforzando quindi la protesta. Secondo Credit Suisse la corsa degli investitori a svendere le monete ritenute a rischio, tra cui anche l’euro, si sarebbe orientata a favore di valute-rifugio come il franco svizzero. Dopo le prime sommosse, la Borsa egiziana è crollata e il debito è aumentato. Gli effetti più rilevanti sono stati sul prezzo del petrolio. L’Egitto controlla il Canale di Suez, punto di passaggio fondamentale per le navi che trasportano il petrolio dalla Penisola Araba, e un oleodotto fondamentale (il Sumed) che collega il Mar Rosso al Mar Mediterraneo controllando così il commercio del 4,5% del petrolio mondiale. L’instabilità nel paese ha subito provocato un’impennata dei prezzi.

Di fronte a questa instabilità è ancora l’Italia ad avere una posizione svantaggiosa rispetto ad altri, dato che il nostro Paese intrattiene con l’Egitto un interscambio di quasi 6 miliardi di euro l’anno. L’Italia è il secondo partner economico dell’Egitto (dopo gli USA) e investe in molti settori come quello energetico, nel tessile, agro-alimentare ed edile. Nel primo semestre del 2010 l’interscambio commerciale tra Italia e Egitto aveva fatto registrare un incremento di quasi il 10% rispetto all’anno precedente, le esportazioni egiziane in Italia avevano segnato un aumento di quasi il 20% rispetto al primo semestre del 2009 (880 milioni di euro) e le esportazioni italiane avevano raggiunto un valore di 1,345 miliardi di euro (+3,6% rispetto al primo semestre 2009).

Gli effetti negativi su talune economie occidentali di questi sconvolgimenti sono già visibili con l’aumento della benzina e dei prodotti che si basano sul petrolio. Anche in borsa i titoli più colpiti sono stati quelli delle tante aziende italiane che hanno interessi a sfruttare risorse e manodopera di quest’area: Eni, Edison, Italcementi, Impregilo, Retelit, Sirti, Finmeccanica e Unicredit sopra tutte. E quello che possiamo star certi che, ancora una volta, questo possibile indebolimento economico dell’imperialismo italiano, e la riduzione dei profitti delle aziende del nostro capitalismo, lo pagheranno ancora una volta le lavoratrici ed i lavoratori salariati a caro prezzo. Ragione in più per la quale le classi lavoratrici dei paesi occidentali devono schierarsi al fianco dei popoli che resistono all’imperialismo, contro le guerre e la competizione internazionale, per un modello di società e di relazioni internazionali basate sulla solidarietà e la fratellanza. Ossia, fuori dall’orizzonte del capitalismo.

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