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Gottfried Benn, il poeta psichedelico ante litteram inizialmente seguace di Hitler e del nazionalsocialismo e in seguito disgustato dagli eccessi del regime nazista e diventato amico di Evola



Di Vincenzo Bugno

Zarathustra che ammira il papavero da oppio tra i campi di rose di fronte a Shiraz, le zucche piene di foglie di coca degli Incas, bistrot dove centellinare cocktail al peyote… Sono le nostalgiche visioni di Gottfried Benn che troviamo nel saggio Vita provocata, da cui prende il titolo la biografia dello scrittore appena pubblicata in Germania dall’ editore Klett Cotta.<

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 Sono immagini illuminanti per comprendere parte del suo pensiero, attizzato dall’ odio per il razionalismo della cultura occidentale, impoverita dalla perdita della ricerca dell’ estasi, dei momenti orgiastici dell’ esistenza. Una delle tematiche centrali della sua opera e’ l’ uso e la funzione delle droghe, capaci di “provocare la vita”, di spingere gli uomini verso la conoscenza. Diverse opere di Benn (in Italia pubblicate da Einaudi, Adelphi e Guanda) celano o trasmettono la brama verso un passato ideale in cui popoli non rovinati dal progresso arrivano alla comunione con la natura, alla dissoluzione dell’ Io, grazie al potere della droga e del ritmo. Certo, sono concetti e desideri che sembrano vicini alla cultura degli anni ‘ 60 “dell’ allargamento della coscienza”: un po’ di acido e di Timothy Leary, oggi un po’ di “ecstasy” e discoteca. In Benn, invece, c’ e’ qualcosa che si distanzia completamente da qualsiasi sogno libertario, la sua polemica antiborghese ha altro sapore, piu’ metallico e prussiano: “Nella nostra epoca manca un’ educazione indirizzata verso un consapevole sviluppo della vitalita’ … l’ uso ad esempio di hashish e mescalina potrebbe dare alla razza una corrente di nuove conoscenze…”. La polemica che traspare e’ in fondo tutta interna al sistema nazista (siamo nel 1943), anche se il grande aristocratico Benn se ne era allontanato: troppo volgare, incapace di garantire la superiorita’ delle arti. Tuttavia egli rimane ereticamento imparentato all’ ideologia nazional socialista. Il biografo Werner Rube indica nelle lacerazioni di Benn l’ essenza della sua vita. Il giovane Gottfried, malgrado gli interessi letterari e la sfiducia nella scienza, sceglie la professione medica e studia all’ accademia militare, certo per problemi economici, ma anche perche’ in quell’ ambiente si sente a suo agio. Ciononostante, negli anni subito precedenti la prima guerra mondiale, mentre passa la giornata a fare autopsie, diventa una delle punte dell’ avanguardia espressionista, gioca con il linguaggio e le immagini. Frequenta la bohe’ me berlinese, perfettamente vestito e militarmente pettinato, e i suoi amici, come l’ amata poetessa Eske Lasker Schuler, sono spesso ebrei e di spirito rivoluzionario. Durante la prima guerra mondiale, lavora a Bruxelles in un ospedale per le malattie veneree. E’ una vita fatta di genitali piu’ o meno devastati, l’ aria degli stanzoni e’ infestata dall’ odore di urina, feci e disinfettanti. Ma e’ un tempo di grande attivita’ creativa, il tempo del grande Rausch: Gottfried Benn fa uso abitualmente di cocaina. Mira all’ arricchimento psichico, alla creazione di una nuova sintassi e cosi’ nascono le novelle Cervelli, Conquista, Viaggio, L’ isola, dove si susseguono sogni epici, soffi erotici e creazioni lessicali. Descrive con precisione l’ effetto della cocaina. Fino alla poesia manifesto Kokain: “Lo sfacelo dell’ io, dolce, bramato, questo mi dai”. Tutta creativita’ dovuta agli “alcaloidi”? E’ una polemica antica. Werner Rube risponde citando Ernst Junger: “Le droghe sono chiavi che sicuramente non aprono piu’ di quanto celi il nostro animo”. Tornato a Berlino, Benn apre un ambulatorio e continua la produzione letteraria, sostenuto questa volta da numerose tazze di caffe’ . Sono tempi duri e il giovane medico, amatissimo dalle donne, consapevole della sua grandezza di poeta, detesta la meschinita’ dello Stato che non tutela l’ arte costringendolo cosi’ ad esercitare un mestiere che non ama. Le difficolta’ gli impediscono quasi di pagare l’ affitto, gli ufficiali giudiziari sono semprte in agguato per un nonnulla. Benn ha un’ altra concezione dell’ esistenza, e’ nell’ aristocrazia che trova l’ ambiente piu’ affascinante: i suoi amici vengono da li’ . Comincia a pubblicare articoli e saggi che gli assicurano un minimo di guadagno, come Il tuo corpo ti appartiene, dove attacca l’ ipocrita legge che vieta l’ aborto e che penalizza chi non puo’ pagare un intervento clandestino. La sua produzione poetica gode di grande successo tra i grandi: Benn e’ amico di Georg Grosz, ammirato da Heinrich e Klaus Mann. Perche’ si lascia abbagliare dal Fuhrer? La frustrazione del “vate”, il suo far parte della piccola e media borghesia risucchiata dalla crisi economica. Subito dopo la presa del potere di Hitler nel febbraio del 1933, Benn giustifica l’ esclusione di Heinrich Mann dall’ Accademia Prussiana delle Arti (cui lui era stato da poco ammesso) in quanto causata dalla sua decisa opposizione al nuovo governo. Il medico ed esteta tocca l’ apice della militanza il 24 maggio di quell’ anno, quando risponde pubblicamente con un discorso radiofonico ad una infiammata lettera di Klaus Mann che lo invitava ad abbandonare il nazismo: “In Germania si sta compiendo la piu’ grande opera della razza bianca… non val piu’ la pena di parlare con gli esuli, menestrelli della citta’ occidentale”. Ma l’ entusiasmo di Benn per il nazionalsocialismo e’ di breve durata. Gia’ i critici ufficiali, se non lo attaccano, fanno notare come la sua prosa si serva di una lingua poco comprensibile e di alcune dozzine di parole straniere. Come poteva la ricerca linguistica di Benn essere accettata senza condizioni dai nazisti? Intanto lo turbano il grande rogo dei libri e l’ antisemitismo, lo si accusa di essere figlio di madre ebrea. Ma l’ “arianissimo” Benn spera ancora che il regime riconosca l’ importanza della sperimentazione artistica e che l’ espressionismo possa trovare nel nazismo lo stesso riconoscimento che il futurismo aveva trovato nel fascismo in Italia. Poi scrive deciso: “Non ci sono piu’ parole per questa tragedia… un sogno tedesco ancora una volta alla fine”. Abbandona Berlino, rientra come medico militare nell’ esercito, che considera “la forma piu’ aristocratica di emigrazione”, e legge con passione l’ ultrareazionario Julius Evola. E’ odiato all’ estero perche’ considerato nazista e razzista, in patria perche’ non tedesco, formalista ed intellettuale. Nel 1938 gli viene ufficialmente proibito di scrivere. Nel dopoguerra gli si rimproverera’ di non aver riconosciuto gli errori del passato. Ma Gottfried Benn non si sbilancia, rimane fino all’ ultimo prigioniero dei suoi sogni germanico ellenistici: si considera un “Orfeo prussiano” al di fuori della politica.

FONTE:http://archiviostorico.corriere.it/1994/gennaio/04/Gottfried_Benn_cocaina_uber_alles_co_0_9401043275.shtml?refresh_ce-cp

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