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Google: “Eurozona? Intendevi scrivere eroina?”

Di Stefano D’Andrea

Se si inserisce la parola “eurozona” nell’apposito spazio di ricerca, si scopre che google trova 9.880.000 risultati. 2.300.000 risultati dà l’abbinamento delle parole “crisi” ed “eurozona” e 617.000 la formula “crisi dell’eurozona”;  83.200 “disgregazione dell’eurozona”; 190.000 “fine dell’eurozona”; 45.200 “implosione dell’eurozona”; 33.700 “esplosione dell’eurozona”; 45.300 “abbandono dell’eurozona”; 327.000 “lasciare l’eurozona”; 90.600 “lascerà l’eurozona”. 50.300 “deflagrazione dell’eurozona”; 15.300 “squilibri dell’eurozona” e 15.900 “squilibri nell’eurozona”; 44.500 “salta l’eurozona”.<

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Se invece cerchiamo con google l’espressione “l’eurozona è forte” reperiamo soltanto 9.560 risultati e se cerchiamo “l’eurozona è stabile” google suggerisce: “Forse cercavi l’eroina è stabile?”. L’eroina. Google scambia l’eurozona con l’eroina, quando tenti di parlarne bene.

Google, probabilmente per ragioni fortuite, dimostra una rara intelligenza. Effettivamente la parola “eurozona” ha qualcosa a che vedere con l’eroina: è propaganda difensiva allo stato puro; è il tentativo di nascondere il problema, narcotizzando i lettori; è un termine insignificante che ha la funzione di sostituire il termine corretto; è un inganno per i contestatori in buona fede; ed è al tempo stesso la buona coscienza dei contestatori ipocriti, i quali non vogliono arrivare a capire che le loro critiche li conducono dritti dritti alla distruzione del mercato unico, ossia dell’Unione europea – l’Unione europea è il mercato unico e niente altro; tutto il resto è propaganda, fumo negli occhi e specchietti per le allodole.

Ciò che è in crisi, infatti, ciò  che rischia di esplodere o implodere, di deflagrare o di saltare è l’Unione europea.

Che cosa è, infatti, l'”eurozona” (spesso scritta con l’iniziale maiuscola)? L’eurozona non è uno stato ma non è nemmeno una organizzazione internazionale, come l’Unione europea. E non è nemmeno un’area geografica stabile e sufficientemente determinata come l’Europa. Apparentemente è un’area geografica molto mobile, che pian piano si è andata allargando e che oggi comprende 17 stati aderenti all’Unione europea. Tuttavia, soltanto Inghilterra e Danimarca sono state autorizzate a derogare  a quelli che al tempo erano i protocolli del trattato di Maastricht. Gli altri stati dell’Unione europea, a rigore, dovrebbero convergere verso l’euro e sono disciplinati dai trattati,  anche se la situazione di fatto è sempre stata ambigua: la Svezia, in particolare, ha sempre evitato di rispettare il criterio del tasso di cambio stabile. Comunque gli altri sette stati sono denominati dai trattati come “stati in deroga”, sono formalmente obbligati ad entrare nell’euro, nel rispetto di alcune procedure e sono sottoposti a particolari controlli.

Orbene, siccome è incerta anche l’entrata degli altri sette stati nel sistema dell’euro (che in più occasioni hanno dichiarato di volerla ritardare), la crisi dell’eurozona è crisi di quella parte dei trattati europei che disciplina l’euro, la politica monetaria comune e la condizione degli stati in deroga.

Ma ha senso credere che sia in crisi soltanto una parte dei trattati europei, quella parte relativa alla politica monetaria comune? Se uno o più stati uscissero dall’euro, accetterebbero di tornare a banche centrali nazionali non autonome? E se non si raggiungesse un accordo su un nuovo Sistema Monetario Europeo (SME-3), come certamente accadrebbe se l’Unione europea, continuando a tirare la corda, rendesse necessaria l’uscita di alcuni stati, si può essere certi che le altre parti dei trattati europei rimarrebbero vigenti? La Merkel, una volta, ha dichiarato che se crolla l’euro crolla l’Unione europea. Bisognerebbe sempre rammentare questa presa di posizione, perché la Merkel sa che sono nel vero quelle indagini che prevedono un crollo del Pil tedesco (meno 10%) in caso di uscita dall’euro dei piigs. La Germania rimarrebbe vincolata alla regola della libera circolazione delle merci e dei servizi se i piigs abbandonassero l’euro e potessero subire (ed eventualmente promuovere) svalutazioni che danneggerebbero la Germania? Perché dovrebbe, se i piigs si sarebbero liberati dell’euro con un atto di rottura dei trattati europei? Infatti, non bisogna mai dimenticare che, se non si raggiunge un accordo, non vi è modo giuridicamente legittimo di abbandonare l’euro senza uscire dall’Unione europea – le procedure previste dal trattato di Lisbona sono lente e non è pensabile che gli stati recedenti restino due anni in balia dei mercati.

Insomma la gabbia di acciaio dell’Unione europea non può essere forata e non avrebbe senso restare dentro ad essa quando una falla enorme fosse stata aperta. Soprattutto agli stati non è concesso aprire una falla enorme; essi hanno soltanto la possibilità di fuggire dalla prigione nella quale sono rinchiusi.

Ad essere in crisi, dunque – a rischiare l’esplosione o l’implosione o la deflagrazione o la fine – è l’Unione europea. Sarebbe bene che almeno il pensiero critico e l’informazione alternativa abbandonassero l’ingannevole ricorso alla parola “eurozona” e cominciassero a parlare di “fine dell’Unione europea” di “crisi dell’Unione europea” di “deflagrazione, implosione o esplosione dell’Unione europea”. Il cammino da percorrere è ancora molto lungo ma proprio per questa ragione è necessario che i tratti di strada che si possono percorrere agevolmente siano percorsi.

Cominciamo a chiamare le cose con il loro nome – è in crisi l’Unione europea, non l’eurozona – e alla fine ci libereremo.

Fonte:http://www.appelloalpopolo.it/?p=7326

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