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Gli “opposti razzismi” e il latente conflitto sociale che imperversa in Italia



Di Salvatore Santoru

In Italia e nel mondo occidentale da diverso tempo sta montando una forte indignazione che spesso raggiunge toni xenofobi se non razzisti tout court, relativa alle politiche fatte sull’immigrazione dai governi e dalle istituzioni europee.
Tale indignazione, nata per motivi economici e sociali, degenera spesso e volentieri in un’attacco contro l’immigrazione se non il migrante in sé, e da diverso tempo il latente atteggiamento xenofobo di molti è venuto alla luce.
Si è creato così un linguaggio razzista, volgare e politicamente scorretto, che è diventato egemone nei bar e nei social network e che comunque, se si escludono i politici e i commentatori di “professione”, sta risultando abbastanza rappresentativo del sentire comune di una buona parte delle classi meno agiate, i cui individui su questo versante sembra abbiano abbondantemente perso i freni inibitori della morale comune.
Non capita di rado che si notino duri commenti sulla pessima gestione dell’immigrazione, che invece di una giusta indignazione fanno emergere un’odio cieco e sconsiderato verso i migranti in sé, visti come la causa di tutti i mali.
C’è anche da segnalare che tale atteggiamento sta costituendo una sorta di “virus” che pian piano sta contagiando sempre più cittadini, modellando un’atteggiamento di massa fondato sul rancore, la rabbia e l’odio, che invece di venire adeguatamente “sublimati” vengono liberamente espressi e scaricati senza troppi complimenti.
Insomma, nella società si è insinuato un sentire razzista vero e proprio, condito per ora da un linguaggio accusatorio, polemico e aggressivo, nonché molto e troppo diretto e senza peli sulla lingua.

C’è anche da dire a riguardo però, che per contrastare tale indignazione e i suoi effetti collaterali, la politica e le istituzioni non stanno facendo nulla, e nei loro “mondi” ci si divide tra chi soffia sul malcontento, alimentando ancora di più il “fuoco della rivolta” e chi si limita a fare discorsi morali, senza cercare di capire le motivazioni e le cause di questa indignazione.

Difatti, come se non bastasse pare che sia emerso un’altro tipo di “razzismo” o meglio “classismo” ma molto più rispettabile e politically correct.

I suoi sostenitori spesso, per così dire, però si limitano a guardare il dito e non la luna, e riducono tutto il discorso a questioni morali e umanitarie, dimostrando spesso e volentieri un certo senso di “superiorità culturale” e etica verso la “plebaglia” che da che mondo e mondo si è sempre espressa in modi molto poco corretti.

Ovviamente, i discorsi fatti di per sé da essi sono nel merito giusti, ma c’è da segnalare che le motivazioni che spesso li muovono e il loro linguaggio, tendenzialmente sottile ma che esprime anche in modo edulcorato,indiretto e “passivo” una certa aggressività, non derivano sempre dal cuore, ma nascondono un certo risentimento verso il “popolino” e in generale la maggioranza degli italiani di per sé, visti, e non a torto, come troppo “retrogradi”, egoisti e intolleranti.

In tutto questo, c’è da dire che il migrante finisce per essere considerato un semplice oggetto, un “feticcio” per così dire, ed entrambe le parti lo strumentalizzano, chi pensa che colpendolo si colpisce chi sta più in alto, e chi invece che lo si possa utilizzare per cambiare la mentalità dell’Italia intera, ma queste due “speranze” è raro che possano concretizzarsi nella realtà.

Se si cerca di “scavare” oltre le narrazioni mediatiche e le sovrastrutture ideologiche usate per alimentarne, si scopre che alla base di questi “opposti scontri” tra “opposti razzismi” in realtà c’è un vero e proprio conflitto di classe, tra proletariato, sottoproletariato e parte della piccola e media borghesia contro i ceti più abbienti.

Difatti, da una parte abbiamo gli individui “popolani” legati al lavoro o alle tradizioni, alla semplicità di pensiero e spesso e volentieri a una certa ignoranza, dall’altra gli individui benestanti, che essendo “emancipati” e “realizzati” ma anche intellettualmente più “astratti” non possono sentire i disagi di chi sta sotto, e sono ben “vaccinati” per l’influenza di risentimento e rabbia che solitamente colpisce la “plebe” durante le crisi economiche, di cui al massimo denunciano gli effetti collaterali.

Per capire questo discorso, basta osservare semplicemente a chi fa comodo e a chi fa torto l’immigrazione.

Per i grandi imprenditori e industriali, così come per le élite culturali, politiche e finanziarie, l’immigrazione è obiettivamente una grande risorsa, prima di tutto per questioni economiche (diminuzione del costo di lavoro e manodopera molto competitiva) e in seguito sociali e culturali (rendere l’Italia un posto più moderno e aperto, e in tal modo migliore agli occhi del resto del mondo), mentre per la classe operaia, per i “sottoproletari” e per la piccola borghesia sempre più “proletarizzata”, obiettivamente no, in quanto la massiccia immissione nel mercato di forza-lavoro più competitiva e disposta a reggere maggiori sacrifici mette in discussione lo stile di vita degli stessi ( ereditato dalle lotte sociali degli anni 60, i cui effetti rischiano di essere totalmente annullati ) e inoltre vi possono essere problemi basati sulle differenze culturali, in quanto come sosteneva Pasolini, i proletari e in generale la “plebe” è molto legata alle tradizioni e a questioni sovra-economiche, al contrario delle classi più agiate.

Se si capisce questo discorso, risulta più facile capire le “opposte” argomentazioni di chi dice che i migranti “sono disposti a fare il lavoro che gli italiani non farebbero” e d’altro canto “ruberebbero il lavoro”, visto che sono rappresentative di due diversi punti di vista, di chi fa parte delle classi agiate e di chi fa parte di quelle meno abbienti.

Tra l’altro, nella realtà entrambi questi discorsi sono falsi, in quanto i migranti non è che sono disposti a fare i lavori che gli italiani non vogliono fare, ma (ovviamente) non hanno consapevolezza dei diritti lavorativi ( conquistati negli anni 60 ) come li hanno i lavoratori italiani e in tal senso sono disposti a tutto, e d’altro canto non è che rubano il lavoro agli italiani, ma semplicemente il “padrone” preferisce il migrante proprio perché costa di meno ed è più competitivo, e non certo per “cattiveria” dello stesso o “tendenze schiaviste”, ma semplicemente per interesse e risparmio economico, con buona pace di tutte le narrazioni e le fantasie ideologiche di sinistra o di destra che si possono citare.

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