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Gli irlandesi al voto contro la dittatura delle banche

Di Andrea Perrone <

br />Si è tenuto ieri in Irlanda il tanto temuto referendum sul fiscal compact. Temuto in particolare dai tecnocrati e banchieri di Bruxelles, che insieme ai politicanti irlandesi temono il giudizio popolare. Solo l’Irlanda, tra i Paesi membri dell’Eurozona, grazie alla sua Costituzione ricorre ai referendum per recepire i trattati europei. Per quanto riguarda invece le consultazioni in senso stretto bisogna ricordare che i seggi sono rimasti aperti dalle 8 ora italiana per chiudersi alle 23, e i risultati definitivi dovrebbero essere resi noti soltanto oggi. L’Irlanda ha già bocciato due volte dei Trattati europei, sottoposti a referendum per obbligo costituzionale. E questo è avvenuto con il Trattato di Nizza nel 2011 e con quello di Lisbona nel 2008, per poi cambiare idea in una seconda successiva consultazione, ma solo dopo aver ottenuto delle concessioni: questa volta dovrebbe pesare e non poco la minaccia della sospensione degli aiuti europei in caso di respingimento dell’accordo, contenuta nel testo del Trattato. Stando ai sondaggi oltre un terzo degli elettori irlandesi (35%) è ancora indeciso sul referendum di ratifica del fiscal compact; il 37% degli intervistati si dice invece certo di votare “sì” contro un 24% di avviso contrario, mentre un 4% dichiara di non voler andare alle urne. Secondo diversi sondaggi i “sì” mostrano ampio margine. Ma non è detta l’ultima parola, visto anche il terrorismo psicologico messo in atto da eurocrati e politicanti che temono una forte opposizione popolare. Per quanto riguarda l’Irlanda al di là del risultato infatti il processo di adozione del fiscal compact non verrebbe fermato. Basta l’approvazione di 12 dei 17 Paesi dell’Eurozona per l’entrata in vigore. In qualsiasi caso quindi la volontà degli irlandesi non è vincolante. Una dimostrazione palese dello strapotere del mercato, dei banchieri e dei tecnocrati rispetto al giudizio popolare. Meno indolori sarebbero le conseguenze sui mercati a dimostrazione che ormai il sistema creato dall’Unione europea e dalla Banca centrale è uno strumento per strozzare i popoli per cui l’Irlanda perderebbe l’accesso al nuovo Fondo salva-Stati (Esm), che Bce e Commissione Ue vogliono utilizzare per ricapitalizzare le banche in difficoltà, indebitandole ulteriormente con prestiti a tassi d’usura e annullando la sovranità nazionale ed economica degli Stati membri. Il primo ministro di Dublino, Enda Kenny , del partito di centrodestra Fine Gael, ha annunciato che il suo partito avrebbe fatto campagna elettorale per il “sì”. Anche il Fianna Fáil, il principale partito di opposizione che, chiedeva da tempo che fosse tenuto un referendum di approvazione, ha annunciato il suo sostegno al nuovo accordo europeo. Il Sinn Féin e il Partito Socialista irlandese si sono invece battuti per il “no”, consapevoli che questa è una battaglia di civiltà contro un sistema interno ed internazionale pronto a strozzare i popoli europei, portandoli alla miseria. E come in Grecia, anche a Dublino in molti sono decisi a dire basta all’austerità e alla dittatura della banche. Per quanto riguarda il referendum, anche se dovesse vincere il voto favorevole al patto fiscale la campagna è stata in ogni caso molto difficile. Gli irlandesi sono diffidenti nei confronti delle istituzioni europee, oramai da anni, da quando la crisi economica che ha colpito il Paese nel 2008 ha costretto il governo di Dublino a ricorrere a un prestito particolarmente oneroso da parte del Fondo monetario internazionale e approvare una serie di pesanti misure di austerità. D’altronde la situazione economica ed occupazionale del Paese non è delle migliori. Aumenta la povertà, emerge infatti che migliaia di bambini vivono nella più completa indigenza, e molti giovani qualificati sono obbligati ad andare a cercare lavoro all’estero. Quindi un deciso “no” al referendum potrebbe dimostrare che il Paese del Nord Europa si oppone al fiscal compact, come ha fatto col Trattato di Nizza e di Lisbona, alle imposizioni degli eurocrati e dei grandi organismi dell’usura internazionale.

Fonte:Rinascita

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