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Gli industriali pretendono di essere i salvatori dell’Italia

Di Filippo Ghira
La Confindustria vuole salvare l’Italia. L’intenzione non è sicuramente nuova ma Emma Marcegaglia, presidente dell’associazione e industriale siderurgica mantovana, intende riempirla di contenuti adattati ai tempi che stiamo vivendo per superare quella che viene indicata come l’incapacità del governo di pensare in grande e di accontentarsi invece di “piccole cose di manutenzione”. A giorni verrà quindi presentato un documento con le riforme che le imprese vogliono per salvare il Paese. E di riflesso se stesse. Un Piano per l’Italia quindi.<

br />Sembra quindi di essere tornati ai lontani tempi degli anni settanta quando Confindustria (Agnelli) e sindacato (Lama) pensavano al famoso o famigerato “Patto tra i produttori” per saltare a piè pari quella che veniva indicata, guarda i ricorsi storici, l’incapacità della politica di reagire alla crisi economica innescata dall’inflazione a due cifre provocata dai contraccolpi della Guerra del Kippur e dalla successiva interruzione delle forniture di petrolio da parte dei Paesi arabi produttori. Un accordo, poi fortunatamente saltato, che beneficiò (si fa per dire) della benedizione degli ambienti finanziari italioti ed internazionali, con la Mediobanca di Enrico Cuccia in testa, e con la spinta del loro avente causa, Ugo La Malfa, leader del PRI.
Oggi come allora la tentazione tecnocratica è palpabile dopo che gli industriali hanno preso atto delle difficoltà evidenti del governo a reagire alla speculazione degli ambienti finanziari anglo-americani. In tale percorso, Marcegaglia e i suoi hanno trovato vari punti di convergenza con il sindacato. Non solo con Cisl e Uil che da tempo hanno accettato ad occhi chiusi l’imposizione di contratti capestro in tutti gli stabilimenti Fiat ma anche con la Cgil di Susanna Camusso, che dopo aver spinto nell’angolo le sacrosante intemperanze dei metalmeccanici della Fiom, contrari alla militarizzazione delle fabbriche, può mettere tutte le sue energie al servizio di una svolta tecnocratica che in Italia, come in Grecia, comporterà la rinuncia a tutte le principali conquiste previste dallo Statuto dei Lavoratori e recepite da quei contratti nazionali che il padronato vuole adesso sostituire con tanti singoli contratti aziendali. In tal modo le buste paga saranno per lo più composte da straordinari e da premi di produzione. Oltre a colpire gli operai, con il lavoro ridotto a merce, tale svolta servirà per spingere ai margini il sindacato nazionale che non avrà più voce in capitolo sulle vertenze interne alle aziende. Questa è la linea degli industriali la maggioranza dei quali si è dimostrata incapace di investire sull’innovazione tecnologica e di prodotto e che dal punto di vista strettamente economico non è in grado di reggere la concorrenza di Paesi, come la Cina, che hanno un costo del lavoro più basso otto volte almeno del nostro. Non potendo contrastare tale concorrenza sul prodotto diventa gioco forza puntare a ridurre il costo del lavoro e le buste paga dei lavoratori. Il tragico è che questa deriva viene guidata e indirizzata da un governo dove il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha scordato di essere stato socialista; dove l’opposizione, il PD, è troppo un partito legato al mondo delle banche per preoccuparsi delle condizioni di chi lavora; dove sindacati come Cisl e Uil si sono appiattiti da tempo sulle posizioni di Viale dell’Astronomia; e dove l’ultima speranza di una inversione di tendenza, potenzialmente rappresentata dalla Cgil, si è progressivamente dissolta per i timori del segretario generale Susanna Camusso di essere spinta ai margini nel mondo del lavoro e di perdere in rappresentatività e in ruolo politico.
Tutto questo poi si cementa nell’ostilità di fondo verso l’attuale governo che, gravato dalle difficoltà di bilancio e dalla necessità di evitare gli attacchi della speculazione, non ha sufficientemente aperto i cordoni della borsa per le aziende, in termini di sgravi fiscali e contributivi e di prebende varie. Questa situazione di stallo non è più tollerabile, ha tuonato la Marcegaglia all’assemblea degli industriali toscani. Vogliamo grandi riforme, ha insistito, vogliamo un cambiamento vero, altrimenti con il governo non parliamo e non trattiamo. Poi, tanto per confermare la linea tecnocratico-efficientista, Marcegaglia ha lamentato che a livello europeo ci sia carenza di leadership e che manchi un governo centrale capace di imporre  scelte a tutti, con un’unica moneta, con un bilancio europeo e con un’unica politica economica, “superando i nazionalismi”. Insomma la vecchia visione dell’Europa federale, partorita dalla mente malata del non compianto Jean Monnet, che per gli industriali, in crisi per colpa propria, rappresenta l’unica strada per restare in piedi ed evitare conseguenze devastanti. Quanto al Piano per l’Italia, il contenuto è scontato. Riduzione della spesa pubblica, riforma della previdenza (tutti più tardi in pensione), liberalizzazione di tutte le professioni, vendita dei beni pubblici e privatizzazioni delle aziende statali. Più che un piano per l’Italia si tratta di una piano per fare gli interessi della speculazione e dei nemici dell’Italia che vogliono mettere le mani su Eni, Enel e Finmeccanica e cancellare quel poco che resta della nostra sovranità nazionale. Ma cosa volete che contino i confini nazionali per industriali e finanzieri che vedono nel mondo soltanto un unico grande mercato?


Da Rinascita

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